Malaria e bonifica: il lago di Lentini - parte 2 - il ruolo del barone Beneventano

Da "Mezzogiorno e modernizzazione" di Giuseppe Barone (Einaudi, 1986), capitolo quinto: "Modernizzazione agraria e resistenze sociali nella Piana di Catania", il terzo paragrafo dedicato a: "Malaria e bonifica: il lago di Lentini e la municipalizzazione delle masse", pp. 211 e segg.. Si ringrazia il prof. Giuseppe Barone per l’autorizzazione alla pubblicazione.
di Redazione - lunedì 10 febbraio 2020 - 662 letture

Approfittando della presenza di Carnazza al dicastero dei Lavori pubblici, il 14 settembre 1923 Omodeo avanzò la richiesta, per conto della Sgbi, di poter eseguire la bonifica del Biviere mediante la realizzazione di un grande lago artificiale che avrebbe consentito l’irrigazione di quasi 10.000 ettari della zona meridionale della Piana di Catania. L’integrazione dell’impianto già previsto sull’alto corso del Simeto con quello del Biviere perfezionava un piano generale delle acque che faceva coincidere bonifica, irrigazione e trasformazione fondiaria in un comprensorio tra i più fertili del Mezzogiorno. Nella relazione tecnica allegata alla domanda, Omodeo si dichiarava contrario alla soluzione Beneventano, « perché le terre prosciugate non si potrebbero irrigare per mancanza d’acqua, e quindi al posto dell’attuale lago si creerebbe una plaga arida e deserta, simile in tutto a talune zone della Piana; l’impossibilità di una coltura intensiva della zona emersa provocherebbe anche in quei terreni assolutamente impermeabili uno strato di paludismo tale da peggiorare enormemente le condizioni igieniche attuali della regione ».

Neppure la soluzione Borghese di parziale conservazione dello specchio palustre incontrò il parere favorevole di Omodeo, il quale metteva abilmente in luce il contrasto tra l’interesse privato del proprietario di irrigare solo le sue terre e l’interesse collettivo assicurato da un grande serbatoio d’immagazzinamento capace di portare l’acqua all’intero versante meridionale della Piana. «Sarebbe assurdo ed antieconomico — concludeva la relazione — annullare, prosciugando in tutto o in parte, un lago artificiale già esistente, quando vi è la necessità assoluta di crearne degli altri e per di piú è molto difficile trovare località adatte per tali opere »; occorreva, invece, bonificare la palude alzando le gronde e approfondendo il bacino, in modo da ottenere un tirante d’acqua di oltre 2 metri che avrebbe assicurato un movimento ondoso in grado di eliminare la malaria [1].

La connessione esistente nel progetto Omodeo tra lago artificiale, irrigazione e trasformazione fondiaria non solo lasciava prevedere una maggiore utilità collettiva in ordine al riassetto idrogeologico di un vasto comprensorio, ma rappresentava nello stesso tempo gli interessi economici del gruppo elettrofinanziario.

A somiglianza delle consorelle Sgbi e Saiam operanti nell’area nordoccidentale della Piana, sin dall’ottobre 1921 era stata costituita la Società Italiana Bonifiche e Irrigazioni (Sibi), che aveva stipulato contratti di affitto a lungo termine con i proprietari dei pantani di Lentini e di Celsari per eseguire la bonifica idraulica e coltivare intensivamente quelle terre con le risorse idriche immagazzinate nel Biviere. Anche la Sibi, ovviamente, risultava un’emanazione diretta della Società Generale Elettrica della Sicilia; essa aveva dovuto vincere non pochi ostacoli giuridici e le resistenze di proprietari litigiosi e indebitati, ma a quel punto si poneva come la principale beneficiaria dell’acqua che avrebbe dovuto bagnare i terreni della zona meridionale della Piana [2].

Di fronte a questo massiccio accerchiamento di società capitalistiche furono proprio gli agrari lentinesi a muoversi con maggiori capacità organizzative e con lucida visione degli interessi di classe minacciati dall’attacco alla rendita fondiaria. A pochi giorni di distanza dalla domanda di Omodeo, infatti, furono inoltrate al ministero dei Lavori pubblici le istanze dell’impresa romana Società Condotte d’Acqua per attuare la proposta del principe Borghese, e del senatore Beneventano per l’immediato prosciugamento del Biviere.

Contro la concessione richiesta da Omodeo, inoltre, furono presentate diverse opposizioni, ad iniziativa dello stesso Borghese, di sedicenti «gruppi di cittadini » di Lentini e di Francofonte, delle cooperative L’edile e II lavoro: queste ultime, dirette dal socialista Francesco Marino, aspiravano ad ottenere l’appalto delle opere di canalizzazione e la cessione dei terreni prosciugati. Contemporaneamente si coalizzarono gli altri proprietari delle terre prospicienti il Biviere, nel timore che l’ampliamento della superficie del lago comportasse un esproprio generalizzato dei loro fondi, alcuni dei quali fittamente agrumetati: il barone De Cristoforo, i Magnano di San Lio, i Di Geronimo si riunirono a Catania nello studio del notaio Mirone per avviare la costituzione del consorzio [3].

Per mobilitare il consenso dell’opinione pubblica locale nella primavera del ’24 furono dati alle stampe e capillarmente distribuiti due opuscoli.

Il primo, a cura di un comitato pro Lentini, caldeggiava la soluzione Beneventano come l’unica in grado di sconfiggere la malaria e soddisfare la fame di terra dei contadini; il secondo, firmato da un analogo comitato sosteneva la proposta Borghese-Condotte:

“Le analisi dei campioni di terra eseguite nel laboratorio di chimica agraria di Palermo - vi si legge - confermano che i terreni del Biviere, quando siano razionalmente prosciugati, non costituiranno affatto un’arida plaga. Le terre che oggi il lago ricopre sono suscettibili di buone coltivazioni se saranno mantenute asciutte, di ottime, se saranno rese irrigue. Con il progetto Beneventano il patrimonio agricolo della regione si arricchirebbe di 1.100 ettari di terreno asciutti, secondo quello della società Condotte di 820 ettari di terreni irrigui. E siccome 820 ettari irrigui sono molto più produttivi di 1.100 ettari asciutti, il progetto Borghese è superiore a quello Beneventano, anche perché mantenendo una parte del lago, esso continuerà ancora a svolgere la funzione di regolazione delle piene invernali del Galici e del San Leonardo [...]. Il progetto Omodeo sbandiera l’irrigazione di 10.000 ettari, ma a stento ne irrigherà 3000, che corrispondono ai pantani di Lentini e di Celsari posseduti dalla Sibi. E questo lauto vantaggio per pochi a quale prezzo viene raggiunto? Con la conservazione della malaria in tutta la zona, con il completo sacrificio di 450 ettari oggi coltivati, con la rinunzia di altri 820 ettari che si possono recuperare alla coltivazione irrigua. Il beneficio di pochi contro il danno di tutti: ecco la filosofia dei capitalisti del Nord” [4].

Contro queste precise obiezioni, che tendevano a screditare l’immagine di modernità e di rappresentanza degli interessi collettivi che la Sges e le sue consociate si erano sforzate di costruire, la replica fu condensata in un memoriale nel quale Omodeo denunciò come manovra demagogica l’assurda equazione lago artificiale - malaria, contestando i preventivi finanziari dei progetti concorrenti:

“Beneventano ha ottenuto il facile consenso delle cooperative, ma non ha ancora presentato alcun progetto esecutivo, non intende spendere una lira prima di avere in tasca il decreto di concessione, calcola un costo insignificante di 4,8 milioni, quando le Condotte ne chiedono piú di 8 per un prosciugamento parziale. A conti fatti prosciugare il Biviere non costerà meno di 12 milioni, con una spesa di quasi 12.000 lire per ettaro: come possono sperare i contadini di comprare un piccolo lotto improduttivo ad un prezzo cosí alto? Se invece le cooperative appoggiassero il nostro progetto, esse potrebbero eseguire in appalto le opere del lago e della Piana e troverebbero inoltre terra irrigabile a buon mercato nel vasto comprensorio da noi bonificato con fabbricati rurali ed altri lavori di miglioramento [...]. Io sono convinto che il nostro progetto sotto il profilo economico e sociale vince ogni opposizione. Ma poi mi domando: è lecito distruggere in tutto o in parte un lago artificiale esistente in Sicilia, quando affannosamente si cerca e si studia di crearne degli altri che risolvano il problema dell’irrigazione, e quando con piccola spesa questo “lago artificiale esistente” può riuscire capace di zoo milioni di mc d’acqua e servire di abbondante irrigazione 10.000 ettari di terreno?" [5].

Se le argomentazioni di Omodeo trovavano ancora ascolto presso i ministeri controllati dalla burocrazia nittiana, nessuna incidenza ebbero però nell’ambiente locale, dove la sapiente regia dei notabili riuscí a compattare attorno agli interessi della grande proprietà un vasto schieramento politico che si allargava fino a comprendere le cooperative socialiste e gli scarsi nuclei fascisti.

Nume tutelare della città, il barone Giuseppe Luigi Beneventano è l’espressione più alta di questa secolare capacità di mediazione sociale del blocco agrario. Grazie a una notevole fortuna accumulata dalla famiglia nel periodo preunitario come gabelloti dei Lanza di Trabia ed esattori di imposte, i Beneventano avevano acquisito solo di recente una dignità nobiliare accresciuta da una oculata politica matrimoniale volta a stringere legami di parentela con l’aristocrazia catanese. L’influenza politica di Giuseppe Luigi (deputato nel 1874, senatore dal 1908), le sue proprietà (3000 ettari in provincia di Siracusa, circa 7000 in quella di Catania) che davano occupazione stagionale a migliaia di braccianti e lo collocavano al centro di una fitta rete di interessi agrumicoli e cerealicoli, la sua munificenza che aveva permesso al comune di Lentini di dotarsi di scuole e fognatura, i rapporti di dipendenza economica che verso di lui nutrivano gli stessi dirigenti socialisti come Marino, al quale il barone affidava (e ricompensava generosamente) la redazione di progetti di trasformazione fondiaria: sono questi alcuni dei collanti che alimentavano l’egemonia agraria sul tessuto sociale [6].


Da "Mezzogiorno e modernizzazione" di Giuseppe Barone (Einaudi, 1986), capitolo quinto: "Modernizzazione agraria e resistenze sociali nella Piana di Catania", il terzo paragrafo dedicato a: "Malaria e bonifica: il lago di Lentini e la municipalizzazione delle masse", pp. 211 e segg.. Si ringrazia il prof. Giuseppe Barone per l’autorizzazione alla pubblicazione.


Indice generale: La questione Biviere di Lentini.


[1] “Domanda di concessione per la bonifica del lago di Lentini”, inviata al ministero dei Lavori pubblici, Direzione generale delle opere pubbliche dell’Italia meridionale e insulare, in data 14 settembre 1923, in Alc, Sibi, b.1, fasc. “Lago di Lentini”.

[2] Per una ricostruzione analitica di questa vicenda cfr. G. Barone, “Bonifica idraulica e trasformazione fondiaria nella Sicilia contemporanea: l’esperienza del Pantano di Lentini”, in Annali 8o, pp. 127-200.

[3] “Istanza 2 novembre 1924 del barone Michelangelo De Cristoforo per costituzione consorzio dei proprie-tari del lago di Lentini per eseguire progetto Società Condotte”, in Alc, Sibi, b. 1, fasc. “Lago di Lentini”. Per le altre opposizioni cfr. “Bonifica del lago di Lentini. Controdeduzioni dell’ing. Angelo Omodeo alle opposizioni presentate avverso la propria domanda”, manoscritto del febbraio 1924, ivi.

[4] “La bonifica del Lago di Lentini”, Stabilimento tipografico Fiore, Palermo 1924, pp. 10—20; per le posizioni a favore di Beneventano vedi pure “La bonifica del Biviere di Lentini”, Scatà, Lentini 1924 (poi ristampato a nome dello stesso Beneventano nel 1926).

[5] “Bonifica del lago di Lentini. Controdeduzioni dell’ing. Angelo Omodeo” cit., pp. 12-13.

[6] G. L. Beneventano, “Cenni storici sulla famiglia Beneventano da Lentini”, Catania 1910. Vedi pure G. Astuto e R. Mangiameli, “L’archivio Beneventano in Lentini”, in «Archivio storico per la Sicilia orientale», 1978, fasc. II-III, pp. 761-83 e il recente contributo di G. Astuto, “Agricoltura e classi rurali in Sicilia 186o-88o”, in Annali 8o, soprattutto alle pp. 41 sgg.


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