Malaria e bonifica: il lago di Lentini - parte 1

Da "Mezzogiorno e modernizzazione" di Giuseppe Barone (Einaudi, 1986), capitolo quinto: "Modernizzazione agraria e resistenze sociali nella Piana di Catania", il terzo paragrafo dedicato a: "Malaria e bonifica: il lago di Lentini e la municipalizzazione delle masse", pp. 211 e segg.. Si ringrazia il prof. Giuseppe Barone per l’autorizzazione alla pubblicazione.
di Redazione - lunedì 10 febbraio 2020 - 336 letture

Con l’istanza del gennaio 1919 Omodeo aveva presentato anche la domanda di concessione per bonificare le zone contigue del Biviere di Lentini e dei pantani di Lentini e di Celsari. La richiesta era motivata da1la interdipendenza idraulica e agraria dei due comprensori con quello della Piana di Catania, di cui essi costituivano il prolungamento meridionale.

Alla metà degli anni ’20 il conflitto tra gli interessi elettrofinanziari e le élites agrarie locali doveva concentrarsi soprattutto attorno a quest’area territoriale, dove il «tempo» della natura e i1 «tempo» della storia avevano plasmato un’« economia della palude» che aveva saputo resistere per secoli a ogni ipotesi di mutamento.

Posto sulla fertile pianura che corre da Lentini a Scordia, e separato dalla Piana da un contrafforte di rocce arenarie, grazie al suo perimetro di quasi 20 chilometri e a una superficie di 1200 ettari il Biviere era il più esteso bacino lacustre della Sicilia, almeno fin quando non ne fu ultimato il totale prosciugamento. Alla metà del XIII secolo furono gli Svevi a chiudere definitivamente con uno sbarramento il bacino, così da utilizzare la loro tradizionale abilità nel campo delle opere idrauliche per introdurre anche in Sicilia l’allevamento del pesce nelle paludi, applicando il metodo di formare pantani artificiali mediante l’innalzamento del livello delle acque con manufatti in muratura. Dalla metà del XVIII secolo il lago apparteneva alla famiglia palermitana dei Lanza di Trabia; alla vigilia della guerra la proprietà del Biviere era stata assegnata come dote matrimoniale alla principessa Sofia, figlia di Pietro Lanza di Trabia e di Giulia Florio, sposatasi con l’aristocratico romano Gian Giacomo Borghese [1].

La bassa profondità dei fondali alimentava sulla superficie del lago e lungo le sponde basse e acquitrinose una fittissima vegetazione spontanea. dalla lussureggiante arundo donax, la canna palustre alta fino a 4-5 metri sul pelo dell’acqua, alla piú modesta “cannizzola” delle acque basse e ai vari tipi di “lippu” (muschio), fra cui spiccava soprattutto il “cordaru” (“myriophillum spicatum”, nella terminologia botanica) che fiorendo all’inizio di primavera trasformava in un delicato tappeto rosa la superficie dell’acqua. Nel variegato intrecciarsi della flora si annidava il vasto campionario di una fauna anch’essa tipica delle paludi mediterranee, in primo luogo i volatili: galli-nelle d’acqua, folaghe, l’anatra selvatica col suo maschio “collo verde” o germano reale, fagiani. La caccia tra la vegetazione veniva praticata utilizzando un calderone (“a’ quarara”) per galleggiare e compiere spostamenti silenziosi attorno ai tre piccoli isolotti emergenti uno a nord-est e due a sud. Era comunque la pesca a rappresentare il maggiore cespite d’entrata per i proprietari, se già Vito Amico nel suo “Lexicon topograficum Siciliae” annotava come «detto Biviere presenta in tutto l’anno gran copia dei pesci che vi si recano minutissimi dal mare e dai fiumi vicini per alimentarvisi, e abbonda in non lieve copia di grasse anguille», sottolineando anche «le ingenti rendite» che ne avrebbero tratte i signori di Butera [2].

Sin dal XVIII secolo la pesca veniva effettuata con barche usando il metodo tradizionale della “sciabbica” e del “rizzagghiu”, ma successivamente iI sistema prevalente divenne quello della caduta dell’acqua. Il congegno appare ancora oggi davvero originale: l’acqua veniva immessa in vari canali che conducevano a un ampio locale, denominato “le morti”, provvisto di graticciati di canne e, filtrando attraverso di essi, ricadeva in un canale piú basso. Spinti dalla corrente, cefali, anguille, tinche, venivano trascinati sui cannicciati e i pescatori li gettavano, ancora vivi, in una pescaia da dove venivano prelevati per essere sottoposti a salagione o venduti freschi secondo le richieste dei mercati urbani.

La diga in muratura di sud-est lunga circa 80 metri, con le saracinesche e bocche d’uscita delle acque e dei pesci nelle “morti”, era stata costruita alla fine del Settecento da un tale Iudica, fittavolo del lago, che col consenso del principe di Trabia all’inizio del XIX secolo la trasportò ancora piú a sud per allagare una maggiore estensione di terreno; oltre alla funzione idraulica, il corpo della diga consentiva la viabilità tra l’abitato di Lentini e i1 Biviere [3]. Sebbene l’acqua inquinata di materie organiche fosse bevuta da animali e uomini, per gli abitati contigui di Lentini, Carlentini, Francofonte e Scordia il Biviere costituiva fornite micidiale di malaria.

Nell’insalubrità di quell’immenso acquitrino, nelle sue acque basse e stagnanti, l’anofele trovava infatti i1 luogo ideale per deporre le uova e compiere quella parte del ciclo biologico fino alla fuoruscita dell’insetto adulto. Non a caso gli studiosi di storia locale hanno fatto coincidere con la formazione del lago la decadenza dei vicini centri urbani. Diventata quaasi una componente « naturale » del territorio, la malaria ha inciso nel tempo sulle caratteristiche fisico-sanitarie della popolazione: un retaggio essa tuttora connesso è la persistente diffusione locale della talassemia, o “anemia mediterranea”, dovuta alla riduzione morfologica e funzionale degli eritrociti nel sangue in seguito a tare ereditarie acquisite con la discendenza da generazioni vissute in condizioni debilitanti, come appunto le febbri malariche [4].

Sin da quando nel 1882 era stata approvata le legge Baccarini, le amministrazioni comunali interessate e il Consiglio provinciale di Siracusa avevano ripetutamente richiesto il concorso dello Stato per la sistemazione idraulica del comprensorio, ma erano dovuti passare undici anni perché in  virtù della legge Genala l’opera fosse classificata tra quelle di prima categoria e riconosciuta di preminente interesse collettivo.

Prima di quella data non erano mancati però i progetti di riassetto igienico della zona: il primo in ordine di tempo, fatto eseguire a cura del barone Beneventano nel 1876 dall’ingegner Ferrauto di Augusta, l’altro elaborato nel 1882 dall’ingegner Gentile per conto della famiglia Trabia, e l’ultimo dovuto nel 1901 al funzionario del Genio civile Luca Rossi su incarico del ministero dei Lavori pubblici, ebbero tutti come obiettivo comune il totale prosciugamento dei lago, nel rispetto dei precetti igienico-sanitari allora in auge, secondo cui soltanto con l’eliminazione completa della palude sí sarebbe vinta la malaria e recuperata l’utilizzazione agraria dei terreni [5].

Sin da quegli anni, tuttavia, in seno agli stessi gruppi dirigenti locali si erano elevate voci di dissenso contro la concezione tradizionale della bonifica come semplice opera di prosciugamento. È significativo che già nel 1889 col titolo “È utile prosciugare il lago di Lentini?” venisse dato alle stampe un opuscolo di Vincenzo Conti, esponente di una famiglia borghese di medi affittuari, dove con un rapido excursus storico si attribuiva íl progressivo decadimento della città di Lentini al terremoto del 1693 e non già ai miasmi del Biviere. La polemica storiografica non aveva, ovviamente, alcuna pretesa accademica: con i dati probanti dell’incremento demografico e della diminuita morbilità registratisi nell’ultimo ventennio il Conti intendeva dimostrare piuttosto che le migliorate condizioni sanitarie della popolazione erano dovute alla recente diffusione di agrumeti e frutteti e al connesso incremento dei redditi. Man mano che avanzava l’agricoltura intensiva aumentava il tenore di vita e si attenuavano gli effetti del paludismo, cosí come la causa della malaria non era di «questa bella e elevata peschiera», poiché «l’aria non viene contaminata dalle grandi chiuse, ma al contrarlo dalle acque che divagano e che sconvolgono la superficie dei terreni». Raccogliendo le istanze dei nuovi ceti medi dell’ agrotown siciliana, che rivendicavano nella politica locale un autonomo ruolo dirigente nei confronti della grande proprietà terriera, il Conti si faceva sostenitore dei grandi serbatoi per l’irrigazione progettati dall’ingegner Travaglia sotto l’influenza del produttivismo crispino:

“Questi serbatoi tanto invocati dalla scienza - annotava - da un lato conservano l’acqua ai grandi bisogni estivi dell’agricoltura, e dall’altro servono mirabilmente a infrenare le acque che sogliono incessantemente denudare e trascinare i terreni a pendio, e che sconvolgono e appestano i vallivi. Se adunque oggi il Governo caldeggia la costruzione di questi grandi serbatoi, iniziando così presso di noi un sapiente concetto agrario; non sappiamo comprendere come egli possa f avorire e sussidiare largamente la distruzione di un’opera creata da secoli qual è la chiusa del Biviere, nello stesso momento in cui promuove e sussidia opere simili, la cui riuscita è un fatto avvenire [...]. Il primo serbatoio d’irrigazione [...] segnerà l’inizio della grande riforma agraria che urge sollecitare, se, nella moderna concorrenza mondiale, l’isola nostra è destinata a riprendere il posto d’onore, che la natura e le sue splendide tradizioni le hanno assegnato nel cuore del Mediterraneo” [6].

Prosciugamento o trasformazione della palude in lago artificiale? Su tale alternativa oscillarono a lungo gli organi centrali e periferici dello Stato, con un’incertezza che denotava la crisi di transizione tra i vecchi e i nuovi criteri della bonifica.

Accantonato il progetto di prosciugamento elaborato dal Rossi nel 1901 per l’enorme indennizzo richiesto dai proprietari dei limitrofi pantani di Lentini e di Celsari, il Genio civile di Siracusa rilanciò nel 1910 la proposta di mantenere il Biviere approfondendone il tirante d’acqua, ma la commissione centrale per le sistemazioni idraulico-forestali ribadì nel luglio 1913 la scelta del prosciugamento, motivandola con la minore spesa prevista e con i vantaggi igienico-sanitari che ne sarebbero derivati per i centri abitati limitrofi.

Alla vigilia della guerra l’ispettorato regionale delle bonificazioni ripresentò una relazione favorevole alla conservazione dello specchio lacustre, accogliendo da un lato le pressioni delle oltre cinquanta famiglie di pescatori che vivevano sui magri redditi della palude, ed esprimendo dall’altro il timore che la cessazione di una così vasta evaporazione potesse « alterare la climatologia del bacino, con danno specialmente delle estese piantagioni di agrumeti ». In seno alla commissione centrale si vennero a scontrare due opposte direttive tecniche. La prima, sostenuta dal relatore Botto, intendeva approvare il piano dell’ispettorato, mentre la seconda, di cui si fece portavoce il presidente Torri, riprendeva la tesi Gentile-Baccarini-Rossi, ritenendo che assai maggiori benefici si sarebbero conseguiti con la restituzione dei 1200 ettari alla coltura agraria; scontata risultò pertanto la decisione di effettuare ulteriori accertamenti [7].

Le vicende belliche non interruppero comunque l’iter burocratico, e nel giro di un anno il Genio civile di Siracusa redasse due distinti progetti esecutivi, ognuno dei quali aveva alle spalle precisi gruppi d’interesse: il primo, per un preventivo di tre milioni, riprendeva la tesi tradizionale del prosciugamento, e rifletteva l’opinione del senatore Beneventano, prestigioso notabile locale e mediatore « illuminato » delle aspettative quotizzatrici dei contadini; l’altro, per un importo di quattro milioni, prevedeva il mantenimento del lago per due terzi circa della sua superficie per consentire l’irrigazione del terzo residuo e dei terreni contigui, ed esprimeva l’esigenza del principe Borghese di realizzare la trasformazione irrigua della sua proprietà addossandone gli oneri al pubblico erario. Le strutture decentrate dell’amministrazione statale subivano dunque i condizionamenti politici dell’ambiente locale, ma preferirono non assumersi la paternità di una scelta che avrebbe sottoposto i funzionari ai prevedibili ricatti dei contendenti.

A rompere gli indugi intervenne il ministro dei Lavori pubblici, che affidò l’incarico di un sopralluogo al biologo Giulio Alessandrini e all’ingegnere Filippo Danesi membro del Consiglio superiore di Sanità.

La nomina di due esperti di questioni sanitarie al posto dei tecnici agrari rivela chiaramente l’orientamento che stava ormai prevalendo a livello centrale: la relazione consegnata nel settembre 1916 escluse, infatti, ogni ipotesi diversa dal totale prosciugamento, mettendo in rilievo come l’imponente massa vegetale, pronta a riprodursi dopo ogni estirpazione, impedisse qualsiasi movimento ondoso dell’acqua, così da favorire le condizioni ambientali per lo sviluppo dell’anofele. Su questo parere si allinearono le amministrazioni comunali e il consiglio sanitario provinciale, e nello stesso senso si espresse infine la commissione centrale nella seduta del 21 giugno 1920 [8].

La linea Beneventano usciva vittoriosa dalla contesa con Borghese, proprio quando le agitazioni agrarie del dopoguerra sollecitavano la disponibilità di nuove terre da dissodare e quotizzare: il senatore lentinese, che aveva dovuto subire l’occupazione delle sue proprietà, compresi alcuni fondi a coltura specializzata, era direttamente interessato a canalizzare la mobilitazione delle leghe contadine sull’obiettivo della spartizione dei terreni del Biviere emersi dopo il prosciugamento.

L’intervento del gruppo elettrofinanziario modificò perciò bruscamente gli equilibri locali di potere e introdusse nuovi elementi di conflittualità in un’area già percorsa da forti tensioni sociali.


Da "Mezzogiorno e modernizzazione" di Giuseppe Barone (Einaudi, 1986), capitolo quinto: "Modernizzazione agraria e resistenze sociali nella Piana di Catania", il terzo paragrafo dedicato a: "Malaria e bonifica: il lago di Lentini e la municipalizzazione delle masse", pp. 211 e segg.. Si ringrazia il prof. Giuseppe Barone per l’autorizzazione alla pubblicazione.


Indice generale: La questione Biviere di Lentini.


[1] Cfr. gli sparsi riferimenti documentari in aa.vv., Documenti sulla luogotenenza di Federico D’ Aragona, Palermo 1972, e gli accenni in Bresc, «Disfari et perdiri li fructi et li aglandi», pp. 960-68. Sulle vicende matrimoniali dell’ultima generazione dei proprietari del lago vedi P. Nicolosi, Palermo fin de siècle, Mursia, Milano 1979, p. 98.

[2] V. D’Amico, “Dizionario Topografico della Sicilia”, tradotto e continuato da G. Di Marzo, Palermo 1858, vol. I, pp. 49-52

[3] A. Ricchena, “L’idrografia della Sicilia , e l’utilizzazione agricolo-industriale della medesima“, Galàtola, Catania 1923, pp. 104-6; F. Milone, “Sicilia. La natura e l’uomo”, Boringhieri, Torino 1960, p. 100-1

[4] Per l’eziologia della malattia e per i suoi riflessi storico-sociali cfr. “Le anemie mediterranee. Atti della conferenza del 15 aprile 1978”, con prefazione di E. Zuppardo, Gela 1978.

[5] Per le notizie relative a questa fase più antica dei progetti cfr. Commissione centrale per le sistema-zioni idraulico-forestali e per le bonifiche, “Verbale dell’adunanza del 1° luglio 1913”, sezione II, Stabilimento tipolitografico del Genio civile, Roma 1915, pp. 5-25.

[6] Conti, “È utile prosciugare il lago di Lentini?”, Bonsignore, Catania 1889, pp. 7-9, 45.

[7] Commissione centrale per le sistemazioni idraulico-forestali e per le bonifiche, “Verbale dell’adunanza del 1° luglio 1913” cit.; Id., “Verbale dell’adunanza del 17 febbraio 1915”, Stabilimento tipolitografico del Genio civile, Roma 1915, pp. 5-25

[8] Cfr. la documentazione in Id., “Verbale dell’adunanza del 21 giugno 1920”, Roma 1920, pp. 4 sgg.


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