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Le contro-strategie delle multinazionali

Un documento sulle strategie delle Multinazionali di fronte all’attacco dei movimenti antiglobalizzazione.
di Redazione - martedì 27 maggio 2003 - 5310 letture

Al ritorno da Amsterdam e da Next 5 Minutes 3 - http://www.n5m.org/ - un incontro internazionale di attivisti dei media tattici, che si è tenuto dal 12 al 14 marzo 1999, torniamo con qualche riscontro e conforto a ciò che stiamo facendo e, soprattutto con nuove info e idee. Tra tutto quello che è stato prodotto/discusso/visto in quei 3 giorni quello che più mi ha interessato sono stati gli ambiti di discussione che riguardavano il "net.activism", "l’arte di fare campagne" e, soprattutto il tavolo "corporate counter strategies", come le compagnie si stanno organizzando per risponderci. Tutto questo parte da un approccio all’analisi della società propria dell’attivismo nord europeo / nord americano che ha un’impostazione che vede una società globalizzata dove il potere reale, ossia ciò che determina le nostre condizioni di vita, è determinato / governato dalle indicazioni delle multinazionali, ed il potere politico non è che un mero esecutore delle volontà delle corporation. Per avere conferma di questa visione come indicava qualcuno già un secolo e mezzo non bisogna osservare la civiltà capitalista nella città, dove va in giro travestita, ma nelle colonie, dove passeggia nuda.

Questo per dire che si è puntato molto sullo scontro diretto con le multinazionali controllandole ed esponendo le loro pratiche al pubblico, cercando di scalfire la corazza creata dal lavaggio del cervello pubblicitario, e costringendole spesso sulla difensiva. Andiamo a vedere, fatto questo quadro introduttivo, quali sono le strategie di risposta delle multi a questo attacco frontale.


COUNTER STRATEGIES OF CORPORATIONS AGAINST CAMPAIGNS

Alcune multinazionali, prendiamo ad esempio McDonald’s e Shell, in seguito a dei "disastri di immagine", come l’affare "Brent Spar" per Shell - www.tmcrew.org/s-hell - ed il processo contro London Greenpeace per la McDonald’s - www.tmcrew.org/mcd -, hanno convocato il loro staff di pubbliche relazioni (PR) e pubblicitari per capire cosa stava succedendo. Teniamo conto che ad esempio McDonald’s spende 2 miliardi di dollari!!! all’anno per curare la propria immagine, e quindi capiamo bene il livello di interessi in gioco. In entrambi i casi, hanno analizzato, che fosse soprattutto stato sottovalutato un elemento, la comunicazione via Internet. Questo perché queste compagnie si sono abituate a controllare senza ormai grossi problemi la stampa ufficiale e all’improvviso si sono trovate completamente disarmate di fronte ad un media, Internet, che ha permesso agli attivisti, senza alcuna spesa, di poter raggiungere ed approfondire le problematiche direttamente dal basso con milioni di persone.

"La più grande minaccia verso la reputazione delle compagnie e dei marchi delle multi arriva da Internet, la più nuova e potente arma dei gruppi di pressione. L’utilizzo agile e globale che ne fanno sta riducendo il vantaggio che finora i budget delle multinazionali ci consentivano". Quello qui sopra citato è un esperto di PR che sta insegnando alle multinazionali come rispondere ai moderni gruppi di pressione. Stanno lavorando su uno scenario che attualmente si presenta da incubo per le compagnie, ma sappiamo che queste imparano presto dai propri avversari e possono velocemente tramutare le avversità in opportunità di business.

E’ quindi importante capire come si stanno muovendo.

Le tre strategie principali sono le seguenti:

1.Apertura e cooptazione. 2.Controllo e lavoro di intelligence. 3.Minacce legali, controcampagne aggressive, gruppi di base finti.

Il tutto è sempre accompagnato da un grande riadeguamento verde dell’immagine della compagnia. In questa fase abbiamo quelle offese alla nostra intelligenza costituite da slogan pubblicitari che inneggiano a "benzina verde", alle automobili, le più grandi e veloce fonti di inquinamento del pianeta che diventano "enviromentally friendly" [amiche dell’ambiente] e così via.

I lavori del tavolo sulle "counter-strategies" sono stati coordinati da Eveline Lubbers - www.xs4all.nl/ evel - attivista specializzata nella ricerca sulle strategie di propaganda delle multi e corporate intelligence.


1. Apertura e cooptazione.

Riguardo alle strategie di apertura e cooptazione è molto più facile farsene un’idea dopo aver visitato il sito della Shell - http://www.shell.com/ - ma anche il sito dell’ENI italiana - http://www.eni.it/ - è costruito con la stessa logica. Una volta arrivati sul sito di Shell penserete di essere sul sito di una organizzazione per i diritti umani o di una associazione ambientalista, invece siete sul sito della multinazionale anglo olandese Shell, la stessa che ha legami strettissimi con i regimi militari più feroci del pianeta, la stessa che ha distrutto l’ambiente del delta del Niger, la stessa che teneva in piedi il regime dell’apartheid.

La Shell ha messo uno staff a tempo pieno che segue permanentemente il sito e risponde personalmente in 48 ore ad ogni e-mail che arriva (il sito di Shell riceve circa 1.100 e-mail al mese), ha aperto dei forum di discussione dove si parla liberamente delle pratiche di Shell, della repressione degli Ogoni, ci sono poi link verso le altre compagnie petrolifere e verso i siti di detrattori della Shell (come Greenpeace o Friends of the Earth, niente di più estremista). La strategia di Shell è abbastanza scoperta... mantenere il dibattito e le controversie all’interno, fingere interesse per le critiche e dare un senso di ascolto e di dialogo.

Cooptare il dibattito ambientalista è solo una parte della medaglia, demonizzare e marginalizzare il movimento ambientalista è l’altra. Un guru delle pubbliche relazioni ha delineato una strategia in tre passaggi di divide et impera per contrastare gli attivisti che ha diviso in quattro categorie: "radicali", "opportunisti", "idealisti" e "realisti". L’obiettivo è isolare i radicali, coltivare gli idealisti ed "educarli" a diventare realisti, quindi cooptare i realisti ed armonizzarli sulla linea delle multi. Un altro specialista di PR afferma che portare gli attivisti al dialogo è già averli battuti. Il rifiuto del dialogo, la non compromissione pone problemi; ad esempio la tribù degli Uwa in Colombia ha rifiutato ogni dialogo ed ha minacciato il suicidio di massa se la Shell avesse iniziato ha perforare il loro territorio. Alla fine la Shell se ne è dovuta andare.


2.Controllo e lavoro di intelligence.

Dopo l’affare Brent Spar (l’affondamento di una piattaforma petrolifera Shell nel Mare del Nord), considerato il disastro di PR del secolo, la Shell, che all’epoca non aveva neanche un sito unitario ha iniziato a considerare la rete come un barometro della pressione dei gruppi critici a Shell. Dal quartier generale Shell a Londra lo staff internet di Shell cerca poi incessantemente sulla rete se appare qualcosa che riguarda la compagnia e cerca di capire cosa si sta per muovere. Riguardo alla questione intelligence c’è da notare ad esempio che il gruppo di London Greenpeace che aveva lanciato la campagna contro la McDonald’s era stato infiltrato da ben 7 investigatori privati, in alcune riunioni del gruppo c’erano tanti infiltrati quanti militanti veri del gruppo e che alcuni investigatori ignari del fatto che la McDonald’s ne aveva arruolati altri si indagavano a vicenda, un’altra investigatrice ha avuto una storia d’amore di 6 mesi con uno dei militanti del gruppo di London Greenpeace.


3. Minaccie legali, controcampagne aggressive, gruppi di base finti.

La paura di ritorsioni legali intimorisce l’attività dei gruppi di base nella diffusione delle notizie. La paura di sostenere una causa contro una multinazionale fa tremare le gambe a chiunque, pensando allo staff di avvocati che possono mettere in piedi. E fino al processo McLibel questa strategia aveva funzionato, ad esempio le più importanti testate giornalistiche inglesi, dalla BBC al Guardian, una volta minacciate di essere trascinate in tribunale per una causa di diffamazione, tutte avevano fatto marcia indietro e chiesto scusa a McCensura... aveva sempre funzionato fino a che McDonald’s non ha portato in causa Helen Steel e Dave Morris, due proletari inglesi impegnati nei volantinaggi contro McDonald’s. Questi non si sono tirati indietro ed hanno sostenuto il processo per diffamazione, intorno si è creata una campagna mondiale di sostegno, imperniata su un avanzatissimo ed efficacissimo sito internet "McSpotlight, tutto quello che non vogliono farti sapere" - http://www.mcspotlight.org/ - e così McDonald’s si è trovato in un altro disastro di immagine, alla fine quello che hanno riportato i giornali del verdetto del giudice, dopo il più lungo processo civile d’Inghilterra, è stato che il giudice ha ritenuto provato che McDonald’s ha una etica pessima riguardo alla pubblicità verso i bambini che è eccessivamente aggressiva, che paga salari miserabili hai lavoratori ed ha fatto crollare i salari per gli addetti alla ristorazione in Inghilterra, che ha una profonda avversione alle organizzazioni sindacali, ed anche che le pratiche di allevamento e macellazione non sono rispettose delle norme di legge riguardo gli animali. Dopo questo disastro, che ha visto finalmente la possibilità per i giornali di poter scrivere su McDonald’s senza paura di ritorsioni legali e che ha visto articoli in prima pagina su giornali come il Wall Street Journal o USA Today, la strategia della minaccia di azione legale è un’arma abbastanza spuntata e così molte compagnie preferiscono adottare la strategia dello struzzo... ossia mettere la testa sotto la sabbia e sperare che la tempesta passi.

Un’altra contro-strategia di pubbliche relazioni e quella di creare gruppi di facciata (di base o di élite a seconda delle esigenze), l’esperienza più sfacciata e più alta è quella della GCC Global Climate Coalition, una commissione scientifica creata e stipendiata dalle compagnie petrolifere e dall’industria dell’automobile, che, dietro la sua apparenza verde, ha speso 60 milioni di dollari per persuadere l’opinione pubblica, prima del vertice sul clima di Kyoto della fine del 1997, che quelli del clima e dell’effetto serra non sono problemi gravi e che possiamo continuare tranquillamente così e non modificare né i nostri stili di vita, né i nostri consumi... sulla strada dell’autodistruzione.

Quando parliamo di pubbliche relazioni aggressive parliamo ad esempio della dinamica, della spirale di paura che si crea quando ogni azione diretta in difesa degli animali o dell’ambiente viene definita ecoterrorismo. Negli Stati Uniti ad esempio ognuno di questi episodi viene considerato di "interesse" nazionale ed interviene l’FBI, nello stesso tempo questo clima pesante rende "accettabile" la violenza contro gli attivisti di base. Chi subisce la maggior parte degli attacchi, sono donne delle organizzazioni indipendenti dei piccoli centri, lontane dalla "sicurezza" dei grandi numeri della metropoli, per i casi di violenza contro gli attivisti viene interessato lo sceriffo che solitamente archivia il caso - come ci ha fatto spaere Sheila O’Donnell, investigatrice privata "verde". Una californiana di 49 anni che appunto svolge le indagini sulle violenze, le minacce e gli attacchi fisici contro gli attivisti negli Stati Uniti nei quali la O’Donnell vede un sempre più stretto legame tra industrie come mandanti ed i gruppi paramilitari di destra, le "milizie", come esecutori.

Insomma questo in breve un piccolo ed immediato report del momento di informazione che c’è stato al N5M3 di Amsterdam sulle controstrategie delle multinazionali, conoscerle per contrastarle.

Think Globally - Act Locally


Questa pagina è prodotta e tenuta in piedi da Kill a Multi, per ogni contatto tactical@tmcrew.org


Questo documento è stato pubblicato su Girodivite 90/2002: http://www.girodivite.it/giro/2002/90/90012.htm

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