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La signora G.

Di cosa dobbiamo ringraziare “la signora G.” che è stata incaricata di dirigere “con disciplina e onore” le istituzioni ed esercitare con umana dedizione il suo servizio, senza mai venir meno al rigore e alla serietà della sua attività?

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 29 maggio 2024 - 688 letture

In una scena di Gruppo di famiglia in un interno (Luchino Visconti, 1974) Konrad insulta e offende Bianca che gli risponde “per le rime a muso duro”.

Konrad: “Allora, brutta stronza, spiegami un po’ cos’è questa vaccata e cerca di non raccontare fregnacce se non vuoi farmi incazzare sul serio”.

Bianca: “Ma come ti permetti, piccolo imbecille rottinculo che non sei altro, di parlarmi in questo modo. Io ti strozzo.”

Si potrebbe riferire questo dialogo, con rispetto parlando e senza offendere nessuno, alle relazioni politiche tra il presidente De Luca e il premier Meloni. I contesti sono diversi, ma utili a riflettere sui cambiamenti intervenuti nella società e nella politica negli ultimi decenni, a partire dal linguaggio.

L’uomo della strada che ha un suo stile e un suo decoro la sua risposta se l’è già data da tempo: molti di questi politici sboccati che dicono di parlare coloriti e di essere come lui sono solo villani.

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Gruppo di famiglia in un interno

La “signora G.” nel parlare - senza saperlo - ha un approccio antifrastico: afferma ironicamente il contrario di quello che pensa, come in quest’ultimo caso all’ordine del giorno dove nel saluto istituzionale ha richiamato l’epiteto personale, l’insulto volgare a lei a suo tempo rivolto (in “camera caritatis”), per appropriarsene e farsene vanto, rendendolo pubblico. S’è tolta il sassolino dalla scarpa, come si suol dire, ma senza farci una bella figura, tutt’altro e svilendo ancora una volta l’istituzione che rappresenta. Il degrado della politica inizia e passa sempre attraverso il linguaggio.

Il politichese della “signora G.”, nel distaccarsi dall’ambiente burocratico, giuridico e istituzionale, ha natura diversa rispetto ai suoi colleghi: propone altra posizione governativa e da “onomaturga” espone parole nuove. Si propone di affinare modi di dire e frasi fatte. La “signora G.” per affermare il suo modello di vita e di società vuole entrare nel DNA degli italiani e per questo dà risposte da bar, da osteria, da bocciofila dove si passa il tempo, spensierati e in allegra compagnia, alla luce del “o la va o la spacca” e “ma chi se ne frega”. Nel distorcere e manipolare la realtà si interessa più delle banalità insensate che del prendere atto e tenere conto dei problemi vitali come si presentano, per risolverli.

Cosa ha appreso in tutti questi anni di vita politica? Ha imparato qualcosa? La sua scelta politica l’ha fatta da adolescente e si è attivata per concretizzarla ai massimi livelli. Per farcela ce l’ha messa tutta ed è diventata tosta, nelle parole e nei fatti. Difficile che arrossisca e provi vergogna per il suo agire, anche quando si manifesta del tutto e per tutto sconsiderato. Nel voler “fare del suo meglio” conta poco per lei l’art. 54 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini che ricoprono funzioni pubbliche devono adempierle con disciplina e onore e devono prestare giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

La sua vita politica in realtà è appena cominciata, ma lei si immagina di rimanere per decenni premier, in un modo o in un altro. Sente di aver raggiunto il traguardo, la vittoria, il trionfo e vuole restare solidamente al comando. “Qualsiasi cosa succeda in questa legislatura perché dovrei andarmene via da qui? Rimango al mio posto, su questo non si discute”. Con una notevole dose di buon umore ha un viso sorridente che sembra diviso in due nel voler rappresentare due concetti opposti, fatti di luce e ombra, speranza e disperazione, fiducia e solitudine, riso e tristezza, senza alcun imbarazzo. Si rispecchia nell’uso di frasi fatte, con locuzioni e modi di dire di uso comune e dice di volersi mettere allo stesso livello del suo elettorato, afferma cose risapute con espressioni rimasticate che ne generalizzano e depotenziano il valore.

Ripetutamente nei suoi discorsi, dice di “metterci la faccia”. “Allora io penso che una politica coraggiosa, penso che uno Stato serio debbano essere capaci di mettere la faccia soprattutto sulle cose che sembrano difficili da risolvere, assumendo la piena responsabilità (…) Siamo qui venuti, siamo venuti qui a dire che intendiamo agire e metterci la faccia”. (Giorgia Meloni, Caivano 23 agosto 2023). Di rimando dall’altro versante: “Il presidente del Consiglio Meloni ci ripete che lei ci mette la faccia sulla questione dei migranti: ora vorrei dire, con molta tranquillità, che va bene metterci la faccia quando si fanno i provini cinematografici, quando si deve governare bisogna risolvere i problemi, metterci la faccia non basta”. (Vincenzo De Luca, 22 settembre 2023).

Ringraziare, più che formalità, è cortesia e quando si ringrazia veramente si riconosce l’aver ricevuto un dono, qualcosa ispirato da ideali superiori. Di cosa dobbiamo ringraziare “la signora G.” che è stata incaricata di dirigere “con disciplina e onore” le istituzioni ed esercitare con umana dedizione il suo servizio, senza mai venir meno al rigore e alla serietà della sua attività? Possiamo manifestarle stima meritevole ed esserle riconoscenti? Per governare basta avvalersi di uno stile proposto con serena lealtà, libertà interiore e buon umore?


L’immagine: di Johnny Freak - fotogramma, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4837233



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