La panchina

Fatti, fatterelli, fattacci, fattoidi con una spruzzata di sicilianità
di Adriano Todaro - domenica 5 agosto 2018 - 449 letture

Cari lettori, eccomi qua ma non preoccupatevi. Il fatto è che ho ricevuto un cicchetto dal mio capo redattore il quale ha minacciato dj licenziarmi se non scrivevo almeno un pezzo. Ora, come potete capire, io tengo famiglia e la prospettiva di non ricevere più l’ambìto emolumento, mi ha indotto a ricominciare a scrivere. Vero che quello che guadagno è poco meno di quanto prende un senegalese nella piana di Foggia a strappare pomodori, ma è pur sempre qualcosa.

Questa volta il capo non mi ha parlato per telefono; ha preteso la mia presenza in terra siciliana. E così, approfittando dal fatto che ero in ferie in Calabria, sono andato a girodivite. La riunione si è fatta a Lentini, ricca di storia, città barocca famosa per la produzione dell’arancia rossa. Di arance non ne ho assaggiate neppure una; in compenso sono arrivate a tavola (perché a girodivite le riunioni di redazione si fanno al ristorante) lumache (che i siciliani chiamano babbalùci) e trippa. Mah! Comunque non è di culinaria che vi volevo parlare ma del fatto che i redattori sbatacchiavano le mascelle a tutto spiano mentre si perdevano in dotte e storiche disquisizioni.

Sapete come sono i siciliani. Hanno un po’ la puzza sotto il naso per via dei greci, romani, arabi, normanni ecc. Con noi, a tavola, anche due bambini, figli di redattori che si dovevano sorbire questo sfoggio cultural-siciliano. Roba da Telefono Azzurro. Poi, prima del gelato, la paternale: non si fa così, i soldi te li devi guadagnare, non puoi passare mesi senza scrivere una riga ecc. Io incassavo e facevo sì con la testa. Timidamente, ho fatto una proposta: vabbè – ho detto – scrivo un pezzo. Però poi, in agosto, debbo completare alcune cose e non posso impegnarmi. Se posso, scrivo qualcosa e sennò ci vediamo a settembre. Se vi va bene così – ho aggiunto – restiamo d’accordo; in caso contrario ho già ricevuto altre offerte e scriverò per altri giornali!

Al redattore capo il lumacone gli è andato di traverso. Gli altri hanno smesso di mangiare e guardavano, alternativamente, ora il capo e ora il sottoscritto. Non sono un pokerista, anzi non so neppure giocare a briscola, ma quanno ce vò, ce vò! Il fatto è che la lumaca stava strozzando anche me. Se questo rispondeva picche, io non avevo nessun giornale dove riparare e forse la soluzione sarebbe stata quella di restare a Lentini a raccogliere l’arancia rossa anche per non dover affrontare mia moglie Ninetta.

Invece, diciamo così, è andata bene. Deve esistere un santo protettore dei redattori-pirla perché il capo ha acconsentito: “Va bene, facciamo come dici tu. Ad un patto, però. Non solo non avrai aumenti per altri cinque anni ma la paga attuale sarà decurtata”. Che fare? avrebbe detto Lenin. E così ho accettato anche se dovrò affrontare mia moglie con uno scudo protettivo.

Quindi scrivo. Già, ma cosa? Sono avvenuti tanti episodi che non è semplice. Abbiamo un nuovo governo, nuovi ministri, nuovi dirigenti Rai, in mare si continua a morire, le cazzate si sparano come prima più di prima e, inoltre, Maglioncino Marchionne è assunto in cielo e sta già lavorando per licenziare un po’ di santi che costano troppo. Pensate che l’opposizione al governo è in mano a tipetti come Orfini e Alessia Morani. Ci sarebbe da suicidarsi. Eppure, stoicamente, proseguo a vivere e scrivo solo di alcuni eventi e, per comodità tutta mia, lo faccio per capitoletti.

Prima vi racconto, però, un aneddoto. Dunque, un italiano passa per Hyde Park, a Londra, e nota tre ragazzi seduti su una panchina. Si avvicina e domanda loro: “Scusate ragazzi, questa panchina di chi è?”. I ragazzi si guardano tra loro, poi rispondono: “Di tutti!”. La stessa domanda l’italiano la pone, qualche tempo dopo, a tre ragazzi seduti su una panchina al parco Sempione di Milano. La risposta dei ragazzi milanesi è: “Boh! Di nessuno!”.

Tenete a mente queste risposte e partiamo dall’alto livello del dibattito parlamentare.

ALTO LIVELLO ‒ Il presidente della Camera, Roberto Fico, dà la parola al forzista Sestino Giacomoni. Soltanto che sbaglia e lo chiama “Giacomini”. La replica è da antologia: “Presidente Fica, la ringrazio”. Grandi risate bipartisan. Sono proprio dei mattacchioni i nostri rappresentanti del popolo. Se la cantano e se la ridono fra loro. Ma sono anche fedeli alla famiglia e quando arriva il venerdì sentono l’impellente bisogno di tornare al desco familiare. E i problemi del Paese? Calma, ci vediamo martedì, che fretta c’è. Ad esempio si doveva discutere dei problemi dell’Ilva, non proprio una cosetta da nulla. Il ministro Di Maio ha tenuto la relazione davanti a 13 parlamentari 13. Gli altri? Tutti partiti.

COERENZA ‒ La nipotina del Capoccione di Predappio ha avuto un ripensamento e ha abbandonato Forza Italia. Molta sofferta la sua dichiarazione: “Non sussistono più i presupposti per una mia permanenza nel partito, dopo la scelta di andare all’opposizione senza un confronto con la base…”. Chiaro il tormentato concetto? No? Ve lo traduco io: il prossimo anno ci sono le elezioni europee e con Forza Italia sarà difficile essere rieletti. Meglio buttarsi ancora un po’ più a destra. Dove? Con La Lega! Un altro tipetto coerente è Alessandro Profumo amministratore delegato di Leonardo (ex Finmeccanica). Da sempre legato al Pd, era stato messo da quel partito a dirigere il Monte dei Paschi e subito si era beccato un rinvio a giudizio per aggiotaggio e falso in bilancio. Per premiarlo, Renzi lo mette ai vertici di Leonardo che da quando lo guida Profumo, il titolo in Borsa è passato da 15,5 a 9,27 euro. La poltrona traballa e allora Profumo d’Intesa si scopre “sovranista” che non è, come dice lui, “in contraddizione con l’europeismo”. Nel nuovo governo, afferma Profumo, ho trovato “attenzione” e “alta capacità d’ascolto”. Secondo il fu renziano, la Lega ha grande esperienza politica mentre “i cambi di maggioranza sono una cosa sana”. Cosa non si fa per mantenere le poltrone. Dalla tragedia alla farsa.

TIRO AL PICCIONE ‒ Che palle questi ferimenti di stranieri. Comincia uno a lamentarsi e subito gli vanno dietro tutti. D’altronde uno ha preso la carabina è ha mirato un piccione. Ha fatto un errore di sbaglio e ha beccato una bimba rom in braccia alla madre. Beh, può succedere. Il razzismo non c’entra nulla e l’hanno detto, all’unisono, sia Di Maio che il Salvini. Ad Aprilia ne hanno ammazzato uno. Ma siamo sicuri che non si sia suicidato? Quell’altra ha preso un uovo in un occhio, gettato dal figlio di un esponente locale Pd. Io non ci credo. Magari è stata lei mentre cercava di fregarlo al supermercato. Per non farsi vedere se l’è infilato nell’occhio. Speriamo che sia approvata presto la legge sulla legittima difesa perché non se ne può più dei “negher”. Mica possiamo sempre acquistare uova. Con quel che costano.

FONDAZIONI ‒ Le cose cambiano. In meglio. Nel 2016, una ragazza di Prato è uccisa dal fidanzato, geloso e manesco. Poi il ragazzo si uccide. Qua la farsa non c’è. Solo tragedia. Sicuri? Vediamo un po’. Passano un paio di anni e viene creata una Fondazione per combattere la violenza di genere e aiutare bambini in difficoltà. E come si chiama la Fondazione? “Fondazione Federico Zini” dal nome dell’assassino. Ecco, questa è la farsa. Mentre ero in ferie in Calabria, percorro Rossano Calabro e mi colpisce un’insegna viaria di una strada: via Maria Rosaria Sessa, giornalista. Penso subito alla ‘ndrangheta, alla giornalista uccisa per le sue coraggiose inchieste e cose del genere. M’informo. Niente di tutto questo. È stata uccisa alla fine del 2002 dal suo fidanzato perché l’aveva lasciato. È andata ancora bene. Con il metro della Fondazione è tanto che la via l’hanno dedicata a lei e non al suo assassino. Dalla tragedia alla farsa.

Sono stato lungo, lo so. Scusate, ma è tanto che non scrivo. A proposito: e la panchina? Non c’entra nulla. È una metafora e sta a voi a interpretarla. Intanto in questo Paese i governi cambiano e le farse restano così come le tragedie. Come diceva il Carletto di Treviri “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”.

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