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Il lucano Francesco Romanelli di Laurenzana, ucciso in un lager nazista

Il ricordo della nipote Rosa
di Armando Lostaglio - mercoledì 31 gennaio 2018 - 1544 letture

Sono storie dolorose quelle che riaffiorano in occasione della Giornata della Memoria. Anche la comunità lucana ne ha conosciute, se pure a distanza. Una vicenda conclusasi tragicamente in un lager nazista. Era figlio di questa terra Francesco Romanelli, nato a Laurenzana il 5 Maggio 1909, il terzo di una famiglia di sei figli. Era cresciuto in quella piccola realtà sull’Appennino lucano, fino a quando, nel 1930, entrò a far parte della Polizia. E così inizia a spostarsi di città in città, dapprima Brescia e poi Trieste, luogo che è rimasto nel suo cuore. E nel 1940 realizza un altro sogno: sposare Maria Perretta, del suo stesso paese, che per amore decise di seguire il suo “Franco” nella lontana Trieste. Ma la tragedia incombeva: Franco è uno dei tanti italiani ad aver vissuto una tra le più crudeli vicende del Novecento. Dapprima deportato nel campo di concentramento di Dachau, in Germania, dove arriva il 5 Ottobre del 1944 con matricola 112939-poliziotto, poi trasferito a Neuengamme il 22 Ottobre del 1944 con matricola 62865. Sia a Dachau che a a Neuengamme è stato classificato con la categoria di Schutzhaftlinge, ossia prigioniero per motivi di sicurezza.

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ROMANELLI

“Tutto ebbe inizio – ci racconta una sua nipote, Anna, figlia di un fratello maggiore di Francesco - in una tranquilla giornata di ottobre, mentre riceveva la sua busta paga in un ufficio postale di Trieste. Venne colto di sorpresa da alcuni militari tedeschi che lo accerchiarono: Francesco tentò di ribellarsi, urlava e in quella cupa giornata di Ottobre le urla sembravano occupare tutta Trieste, le persone intorno iniziarono a scappare per non assistere a quello che dopo un po’ si sarebbe trasformato in un martirio. Prima di quel giorno le sue giornate trascorrevano tranquille, alternandosi tra la famiglia e il suo amato lavoro, era un poliziotto, un uomo pieno di onore e coraggio.

Ci si può chiedere fino a che punto il coraggio può bastare in una situazione simile? Non ci sono risposte. Intanto sua moglie Maria si recava al comando della polizia dopo aver scoperto la terribile notizia, stremata, mentre vedeva passare nella memoria i giorni felici con lui. Quello che sappiamo con sicurezza – continua Anna - è che prima di quel giorno la vita di Francesco era tranquilla. Avevamo saputo che i primi giorni per furono difficili, tormentati a causa di un forte dolore alla gamba, colpita nel giorno della deportazione. I suoi occhi vedevano solo orrore: ogni giorno i tedeschi uccidevano almeno cinque italiani.

Camere a gas e forni crematori, era lì che i corpi venivano portati con la scusa di fare una doccia, venivano spogliati, privati pure di quel semplice pigiama “a righe”. Nessuno sembrava sapere la verità e quei pochi che la conoscevano mentivano al resto del gruppo per far sopravvivere quel poco di speranza che rimaneva.

Francesco trascorse i suoi ultimi giorni ancora nei campi di concentramento dove morirà il 28 Dicembre 1944, lì nell’inferno di Neuengamme, le cause attribuite alla setticemia. Il suo corpo sarà bruciato, ponendo fine ad un anno tormentato, la fine di una vita che piomba in un baratro oscuro. Ma quello che sappiamo con certezza è che nella memoria dei cari, Francesco è ancora forte, onesto e splende di luce propria.” Un racconto doloroso, che sarebbe piaciuta portare sullo schermo a Florestano Vancini (La lunga notte del ’43),che rievoca una ferita mai rimarginata, nonostante il tempo trascorso: le parole dolenti della nipote Anna (da decenni madre e nonna ad Eboli), ne sono la prova vivente.


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