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Vittorio Taviani se ne va

Si scinde il sodalizio artistico con il fratello Paolo
di Armando Lostaglio - mercoledì 18 aprile 2018 - 2381 letture

Ci sono dei film che si possono definire “generazionali”. Uno di questi rimarrà Il prato dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, datato 1979, con Isabella Rossellini alla sua prima prova da protagonista, insieme a Michele Placido, Saverio Marconi e a Giulio Brogi, un po’ attore feticcio dei registi. Perché generazionale? Perché quel film (presentato a Venezia) finalizzava l’alito di vento che aleggiava in quegli anni, un prato di coltivazioni ideali e, di contro, “una fede perduta nelle ragioni del proprio cuore che rende una generazione più autentica e più debole di quella che l’ha preceduta."

I Fratelli Taviani hanno impresso, con le loro opere, uno stile di vastità interiore, mai cedendo a inefficaci formalismi estetici, perché i due toscani hanno colto la lezione di un cinema che svoltava pagina dal neorealismo, pur mantenendone intatte le mire sociali, storiche e politiche. Vittorio, il maggiore dei due, ci ha appena lasciati, scindendo un sodalizio artistico con il fratello che proviene dagli anni ’60. Pisano di San Miniato, nato nel 1929, insieme a Paolo di due anni più giovane, hanno fin da ragazzi coltivato l’amore per questa arte, fondando il Cineclub di Pisa. Quindi, in età più matura, giunti a Roma, si dedicarono alla lavorazione di documentari tra cui San Miniato luglio ’44: qui l’incontro con il maestro Cesare Zavattini. Siamo nel 1960 quando collaborarono con il grande documentarista olandese Joris Ivens per la realizzazione del film L’Italia non è un paese povero, (voluto da Enrico Mattei) opera che ebbe problemi di censura: siamo nell’epoca in cui “i panni sporchi si lavano in casa” di andreottiana memoria; il film fu salvato dall’altro giovane collaboratore, Tinto Brass che riuscì a portarlo a Parigi nella gloriosa Cinématèque. Insieme a Valentino Orsini girarono nei primi anni ’60 Un uomo da bruciare e I fuorilegge del matrimonio. Il loro primo film (da soli) è I sovversivi (1967), presentato a Venezia, (con un ventenne Lucio Dalla e Giulio Brogi), che rappresenta un atto politico verso i non lontani movimenti del ’68. Il brechtiano Sotto il segno dello scorpione (1969) vede un intenso Gian Maria Volontè. E intanto quei venti soffiavano forte in quegli anni, la ricerca dei due maestri toscani si nutrirà di risorgimento come metafora: San Michele aveva un gallo (1972, tratto da Tolstoj de Il divino e l’umano), ed Allonsanfàn due anni dopo con Marcello Mastroianni, insieme a Laura Betti e Lea Massari. Ma la beatificazione internazionale avverrà a Cannes nel 1977 con la Palma d’oro al capolavoro Padre padrone dal romanzo di Gavino Ledda, atto d’accusa contro i soprusi patriarcali in Sardegna. Omero Antenutti è il protagonista che si ritroverà ne La notte di San Lorenzo (primi anni ‘80) dove i Taviani toccano cifre epiche, mutuando la lotta partigiana ai classici dell’antica Grecia: Gran premio speciale della giuria a Cannes.

Anni Ottanta nel segno di grandi autori come Pirandello a Goethe ed ancora Tolstoj: Kaos (1984) dalle Novelle per un anno di Pirandello. Ne Il sole anche di notte (girato anche in Lucania nel 1990) hanno trasferito nella Napoli del XVIII secolo Padre Sergij di Tolstoj. Good morning Babilonia del 1987, si osserva l’epopea dei pionieri del cinema; ed ancora Fiorile (1993); Le affinità elettive (1996, da Goethe); e Tu ridi (1998) con soggetti pirandelliani.

C’è ancora Tolstoj per la televisione nel riuscitissimo film Resurrezione (2001) e la rivoluzionaria napoletana Luisa Sanfelice tratto da Alexandre Dumas padre. Venendo più a noi i Taviani presentano a Berlino nel 2007 La masseria delle allodole (2007), sul genocidio degli Armeni. E sarà con Cesare deve morire che nel 2012 Paolo e Vittorio si aggiudicano l’Orso d’oro a Berlino, un docufilm ispirato a Shakespeare, girato e recitato all’interno del carcere romano di Rebibbia: sarà anche un premio alla loro maestosa carriera. L’ultimo lavoro è dello scorso anno Una questione privata, tratto dal romanzo di Beppe Fenoglio. Il cinema e la letteratura letti all’unisono nella analisi e talvolta nella denuncia del nostro tempo. Paolo e Vittorio (col suo immancabile berretto bretone) hanno un fratello minore, Franco Brogi Taviani, regista di interessanti documentari. Una famiglia dedita al cinema, che ora perde un tassello fondamentale: fratelli indissolubili di scrittura e sul set, come saranno successivamente i Dardenne e i Cohen.



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