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"Il cigno" di Gudbergur Bergsson


Il cigno di Gudbergur Bergsson - Una piccola ladra islandese esiliata per un periodo di rieducazione in campagna.
mercoledì 10 novembre 2004, di Michele Ruele - 2163 letture

Il cigno di Gudbergur Bergsson

Una piccola ladra islandese esiliata per un periodo di rieducazione in campagna.

«Nel preciso istante in cui il pullman partì, la bambina cominciò a sentire la mancanza…». La bambina è destinata a un periodo di rieducazione in campagna, è una piccola ladra che deve espiare il suo crimine. Siamo in Islanda, il romanzo è Il cigno di Gudbergur Bergsson. La bambina, alle soglie dell’adolescenza, è dotata dell’intelligenza vigile e ingenua, votata all’osservazione del reale senza filtri: con le sue forze e a volte diventando portavoce del narratore demistifica, analizza, osserva. Tutto senza romanticismi, fuggendo dal patetico e dal kitsch; anzi, smaschera loop culturali e sociali, paralisi e inabilità del mondo dominante degli adulti. Però anche sviluppando un sentimento fiabesco della realtà, un tipo di rielaborazione conoscitiva volutamente digiuna - che rifiuta di sfamarsi con la facilitazione delle mitologie, delle illusioni, dei sogni. Lo stile segue questa anoressia lucida, si adatta alle tempeste adolescenziali, è allucinato, doloroso, affascinato, straniante, iperbolico, iperealistico. Ci sono alcune descrizioni del paesaggio all’altezza di certe forme postmoderne, alla Don De Lillo. Oppure il racconto di situazioni sociali con la stessa carica grottesca e demistificante di Flaubert o di Maupassant: «L’agricoltore, a quel punto sollevato, entrò in casa insieme agli altri abitanti della fattoria. Mentre aspettava il caffè gli chiesero come stava sua figlia; lui si irrigidì sulla sedia, rispose "Bene", ma cambiò argomento. Parlarono un po’ del più e del meno finché gli sembrò di aver chiacchierato abbastanza, si alzò e li salutò».

«A volte guardavano insieme la tivù in silenzio. In tivù mostravano sempre città distrutte e bambini che correvano fra le macerie. Lei li invidiava perché avevano tante rovine con innumerevoli pertugi e probabilmente grotte misteriose in cui giocare a nascondersi, dove certo si potevano trovare persone morte per davvero, cadaveri e fantasmi. Non dovresti guardare queste scene terribili, non sono per bambini, disse la moglie dell’agricoltore. Sarebbe meglio che leggessi qualche bel libro adatto alla tua età, invece. Leggere era l’ultima cosa che aveva voglia di fare. Se non le avessero permesso di guardare quelle scene in televisione, lei se le sarebbe immaginate ben più orribili di quanto fossero in realtà: bambini che correvano con le vene fuori dal corpo, sangue che sgorgava incessantemente sulle abitazioni in fiamme mentre tutto puzzava di carne bruciata […] Se l’agricoltore e sua moglie uscivano con il bracciante per andare a trovare qualcuno, la sera dopo il lavoro, lei rimaneva semiparalizzata nel letto fino al loro ritorno, pensando a quei bambini come piccoli pompieri e ai getti di sangue che uscivano dalle pompe. Poi si svestiva in silenzio e si addormentava serena nel chiarore notturno».

Gudbergur Bergsson Il cigno NET 158 pgg., 7,80 euro Traduzione di Silvia Cosimini

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