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Gabbie salariali: un tradimento per il Sud Italia


Attualmente infatti, come indicato anche da uno studio del Cgia di Mestre, le Gabbie salariali sono già una realtà perchè al Nord il reddito da lavoro dipendente è il 30,3% in piu’ del Sud.
mercoledì 12 agosto 2009, di cirignotta - 497 letture

Mentre il Nord dell’ Italia viaggia economicamente nell’Oro, in termini di occupazione, reddito pro capite, servizi, sanità, trasporti, viabilità stradale e ferroviaria, ecco la proposta del Ministro delle Riforme Umberto Bossi che spara a zero sul sud dell’Italia proponendo le gabbie salariali che, in parole povere, rappresentano un modo di diversificare il paese e gli stipendi dei cittadini tradendo così un Sud povero e privo di una reale eguaglianza economica ed occupazionale.

Attualmente infatti, come indicato anche da uno studio del Cgia di Mestre, le Gabbie salariali sono già una realtà perchè al Nord il reddito da lavoro dipendente è il 30,3% in piu’ del Sud. Lo studio in oggetto ha preso in esame l’imponibile Irpef medio degli artigiani del 2007, da dove risulta che la Lombardia,,il Piemonte e l’Emilia Romagna si attestano intorno ad un reddito medio di circa 21.000 euro in contrapposizione alle Regioni del Sud dove ci si attesta intorno ai 16.000 euro.

Ma allora perchè le Gabbie Salariali? Tutto nasce da uno studio della Banca d’Italia che parla di un divario del 17% del costo della vita tra nord e sud. Su tale studio però si deve fare una considerazione: il divario in realtà è sempre esistito e quindi la proposta della Lega di Bossi è solamente mirata ad accontentare i propri elettori senza fare nessun interesse nazionale.

Continuando con gli esempi di Gabbie salariali già in essere, troviamo il recente rinnovo del contratto di lavoro parte economica 2008-2009 della Sanità del 31 luglio, nel quale si evince che i lavoratori del Sud, facenti parte delle regioni povere hanno avuto una decurtazione in busta paga di 20.00 euro pro capite rispetto a quelli del nord.

Dando un’occhio alla storia le "Gabbie salariali" dette anche "zone salariali" furono introdotte in Italia con l’accordo interconfederale del 6 dicembre 1945 dalla Cgil unitaria e dalla Confindustria queste erano valide per le sole province del Nord e prevedevano la fissazione di 4 zone con una differenza di reddito tra la prima e la quarta del 14% e solo un anno dopo, il 23 maggio 1946 tale accordo veniva esteso al resto dell’Italia.

Nel 1948, quando l’unione sindacale si ruppe creando la Cisl e la Uil, si arrivò ad un’intesa che portava le "zone" da 4 a 13, con un ulteriore allargamento della forbice delle differenze salariali fino al 30%. Nel 1961 un nuovo accordo sindacale ridusse le "gabbie" territoriali a 7, con una differenza salariale più ridotta, pari al 20%.

Il nuovo sistema prevedeva un zona “0” che comprendeva le province di Genova, Milano, Torino, Roma con un indice pari a 100; e delle zone 1, 2 e 3 con indici rispettivamente di 97, 95 e 92, dove si trovavano in gran parte le province del Centro-Nord; le zone 4, 5, e 6 invece con indici pari a 89, 84, 85 e 80 erano invece appannaggio delle province meridionali e insulari.

Un’organizzazione che vedeva come principali vittime principalmente i lavoratori del Sud, che dovettero accettare questo sistema salariale discriminatorio e ingiusto. Successivamente le lotte di popolo del 1968 e 1969, che videro scendere in piazza milioni di lavoratori appoggiati dai sindacati Cgil, Cisl e Uil, nel 1971 riuscirono a fare capitolare le grandi lobby industriali. L’abolizione delle gabbie salariali rappresentarono quindi una conquista nazionale che rafforzava l’unità economica e salariale in tutta l’Italia dando parità ai lavoratori ed al lavoro svolto, senza nessuna distinzione regionale in riferimento alla qualità ed alla residenza.

A questo punto, a tutela dei cittadini, nessuno può permettersi di portare l’Italia indietro di 30 anni dividendola in un sistema a due velocità che nel tempo potrebbe portare alla secessione, probabile conseguenza per le regioni del sud che vorranno uscire da una povertà oggi latente, in maniera forte e a difesa delle loro popolazioni.

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