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A Locarno 2013 antiche glorie, nuove trasgressioni e perplessita’ sui premi


Nuovo reportage dal nostro inviato Vincenzo Basile sul Festival di Locarno giunto questa estate alla 66.esima edizione
lunedì 26 agosto 2013, di Vincenzo Basile - 417 letture

Il Palmares:

Pardo d’oro inspiegabile a Historia de la mueva mort di Albert Serra, sconclusionata variazione su un anziano Casanova che alla fine della sua vita, incontra un Dracula salvifico vampirizzatore di quegli esseri umani che senza il suo intervento sarebbero altrimenti destinati ad eterna pena (?).

Premio speciale della giuria per E Agora? Lembra-me del portoghese Joaquim Pinto, due ore e quaranta di racconto che lo stesso regista giustifica “perchè il digitale permette queste lungaggini”, sulla sua esperienza di malato di Aids, verso la quale non si puo’ che avere rispetto e considerazione ma che andava piu’ coerentemente e diversamente trattata se voleva farne materia filmica.

Pardo per la miglior regia al sud coreano Hong Sangsoo per U Ri Sunhi. A Sunhi serve una lettera di raccomandazione per una universita’ americana e per questo incontra tre uomini: il suo professore di cinema, il suo ex e un regista. Tutti e tre l’adulano allo scopo di sedurla ma lo fanno usando i medesimi argomenti e in maniera del tutto impropria. Originale, non si puo’ negarlo, ma certo sopravvalutato rispetto a molti altri.

Pardo per la miglior attrice a Brie Larsson che dà un preminente contributo alla riuscita di Short Term 12 ,dell’americano Destin Cretton che tratta dell’esperienza vissuta dal regista all’interno di un centro per minori disadattati.

Pardo per il miglior attore a Fernando Bacilio per El Mudo di Daniel e Diego Vega. Il giudice Zagarra diventa El Mudo (muto) perchè ferito alla gola da una pallottola vagante. Da quel momento Fernando Bacilio puo’ spiegare la sua verve comica e fare del suo film una delle rare gemme di questo festival. A futura memoria!

Dati questi riconoscimenti vanno rintracciati altrove gli eventi che hanno reso lo spessore di questo festival.

A cominciare dal notevole successo conseguito dalla retrospettiva che ha organizzato da Roberto Turigliatto sul grande regista americano, George Cukor. Newyorkese per nascita, figlio di ebrei ungheresi emigrati negli USA, fu etichettato sin dai suoi esordi nel teatro, come “Il regista delle donne” per la sua straordinaria capacita` di valorizzare le attrici e trasformando quelle che ancora non lo erano, nelle star internazionali che hanno fatto la storia e il mito del cinema mondiale. Anna Magnani, Katharine Hepburn, Judy Garland, Greta Garbo, Sophia Loren, Jean Harlow, Marilyn Monroe, Judy Holliday, Audrey Hepburn e Rita Hayworth, tra le altre, ebbero certo di che essergliene riconoscenti. Emblematico l’episodio del 1938, quando Cukor preparando Via col vento, dirigeva i provini e scegliendo come protagonista femminile Vivien Leight, dopo sole tre settimane di riprese entrò in conflitto con il produttore Selznick e, su pressione di Clark Gable che diceva che nelle mani di Cukor il film sarebbe stato reso “troppo femminile”, venne licenziato e sostituito da Viktor Fleming.

Per ben due volte diresse film con un cast completamente femminile: Donne (The Women, 1939) e Peccatrici folli (Susan and God, 1940), con attrici del calibro di Norma Shearer, Joan Crawford e Rita Hayworth,fino all’ultimo Ricche e Famose (1981) con J.Bisset e Candice Bergen.

Altro fatto vero, quando negli anni quaranta gli outing gay erano ancora inconcepibili, la gara tra Cukor e Cole Porter su chi organizzasse i migliori party di Hollywood. Quando , alla fine di quelle interminabili,fastose notti bianche (quelle per intenderci raccontate da S.Fitzgerald ne “Il grande Gatsby”) gli abitués lasciavano la festa e all’alba erano rimpiazzati dall’arrivo degli invitati gay e dei professionisti del sesso (oggi diremmo escorts) la cosa procuro’ ai due l’indesiderato titolo di “rival Queens of Hollywood”.

Qualcuno ha detto che fu il regista piu’ misconosciuto tra i piu’ famosi di Hollywood ma cio’ non gli impedi’, insieme a John Ford, Howard Hawks, Billy Wilder e Hitchchok, di rimanere in cima all’olimpo durante quel quarantennio Hollywoodiano, tra gli anni trenta e sessanta del secolo scorso che racchiusero l’epopea degli Studios, dal passaggio al sonoro ai primi segni di decadenza qualitativa.

Una prima retrospettiva fu a lui dedicata a Parigi nel 1963 e altre minori seguirono nel tempo ma questa di Locarno è la piu’ completa in quanto raccoglie la filmografia completa del cineasta scomparso nel 1983. Sulla complessità del quale la critica si è da sempre divisa imputandogli da una parte una eccessiva accondiscendenza verso il Sistem americano ma dall’altra ha invece elogiato un certo suo modo antipuritano di metterlo in discussione dal suo interno, riguardo al modo di porsi della cultura americana nei confronti del potere, del denaro, delle donne, dei rapporti umani e della morale sessuale in genere.

Ma Cukor divise la critica non solo sui temi trattati ma anche sotto il profilo formale ed estetico. Theodor Drier sosteneva che “ogni film deve essere coerente con il suo stile di appartenenza” . Quella visione fu ampliata dal regista che oso’ addirittura introdurre piu’ stili all’interno dello stesso film, consacrandosi precursore assoluto invidiato per l’intraprendenza autoriale. Personalissimo il suo modo di trattare, modernizzandolo, il melodramma cinematografico (Camille del 1936 con Greta Garbo signora delle camelie) pur sviscerato in ogni suo risvolto dallo specialista universalmente riconosciuto, il contemporaneo Douglas Sirk.

Accusato dai detrattori di largheggiare in “classicismo opportunistico”, troppo sensibile alle esigenze del botteghino nel confezionare le sue opere, esso affronto’ al contrario una sperimentalità che gli fu riconosciuta persino dagli artefici della Nouvelle Vague, gia’ dalla fine degli anni ’50 in poi (da Godard a Chabrol e da Rohmer allo stesso Truffaut che gli dedico’ un pezzo sui suoi Cahiers du Cinéma).

Barbet Shroeder fu il primo ad osservare l’attenzione prioritaria che rivolgeva agli attori e che derivava dalla sua formazione teatrale, il suo opporsi al tecnologismo Wellsiano imperante, la predilezione per l’impiego della luce naturale, la cura per la dimensione temporale nella strutturazione drammaturgica della trama, che, nel cinema americano, è tradizionalmente rivolta alla conquista eroica del futuro.

A lui si deve piu’ che ad altri, lo sdoganamento del metodo Stanislavskij che ebbe in Marlon Brando e James Dean la massima espressione e si impose sulla recitazione classica di stampo teatrale, per sua natura piu’ ingessata nelle parole e nei movimenti scenici che a sua volta era subentrata a quella ritualmente gestuale del cinema muto.

Nonostante l’etichetta di regista teatrale del suo autore, il cinema di Cukor (che in ungherese suona Zukor cioè zucchero) si impose come cinema dei corpi e dello sguardo sul loro movimento e inter-azione, attraverso i personaggi.

Un autore padrone assoluto dei codici espressivi che esplora la combinazione apparenza-realta’-conformismo ( Philadelphia Story,The Women ), rinnovando la commedia americana con tutti i mezzi disponibili, “facendo ampio uso anche dei lapsus per mostrare quello che puo’ accadere non attraverso l’obiettivita’ del realismo nel registrare gli eventi ma come accade nella verita’ del reale” (Jean Douchet). La retrospettiva verrà riproposta presso la Cinémathèque Suisse in autunno e nei mesi successivi al Museo del Cinema di Torino e al Lincoln Center di New York.

I festival si nutrono anche di scandali e, grandi o piccoli che siano, Locarno non fa differenza.Al già citato ultimo Del Bono che continua suo malgrado a essere compulsivamente e strumentalmente frainteso nella totale indifferenza verso temi ben piu’ scottanti offerti da autori certo piu’ autorevoli, (tra i tanti l’Herzog che ritira il Pardo d’Onore alla carriera della Swisscom) si aggiungono a diverso titolo due film che hanno come protagoniste la tedesca Carla Juri, attrice al suo primo lungometraggio e la canadese di stanza a Berlino. Merrill Beth Nisker in arte Peaches, aspirante rock-star.

In Feuchtgebiete (zone umide), Helen (Iuri) è un’adolescente anticonformista in rapporto conflittuale con i genitori. Sta praticamente sempre con Corinna, la sua migliore amica, con la quale infrange un tabù sociale dopo l’altro. Il sesso è per lei una forma di ribellione, un modo per contrastare l’etica borghese convenzionale. Quando si taglia malamente cercando di rasarsi le parti intime, Helen finisce all’ospedale, dove in poco tempo solleva un gran polverone. E conosce Robin, un infermiere di cui si innamorerà…tragicommedia che esplora senza paludamenti psicoanalitici di sorta le dinamiche relazionali all’interno dei nuclei familiari che scaturiscono dalla separazione dei genitori, Profondo, spesso divertente, visto dalla parte dei figli ma non troppo severo verso degli adulti, loro malgrado,non troppo all’altezza.

Peaches does herself al contrario, nonostante la buona, lodevole volontà e impegno della protagonista, non riesce a scandalizzare neanche un po’. Cio’ nonostante l’eccesso diffuso sin dall’inizio, di poco ispirati turpiloqui e di provocazioni simil-porno ahimé poco efficaci. Il tutto in salsa Glam rock, make up tardo Blade Runner e fondali da garage sale.

In quello che vorrebbe essere (ma proprio non puo’), un musical iper trasgressivo, una specie di Rocky Horror P.S. aggiornato e incattivito. Vi si narra,piuttosto malamente, dell’ascesa della cantante Peaches che seguendo il consiglio di una indefessa spogliarellista di 65 anni, decide di scrivere e purtroppo, anche cantare, canzoni sessualmente esplicite. Mentre aumenta la sua fama, la cantante si trasforma in quello che i suoi fan vogliono che lei sia: una transessuale. Si innamora a sua volta di un bellissimo trans ma viene tristemente abbandonata, prima di avventurarsi sul difficile cammino della scoperta di se stessa. Song di apertura “I like the dick , I like to lick” e di chiusura “Fuck the pain away “. “Che tenerezza” commenterebbero probabilmente i suoi avi, Lou (Reed), David (Bowie), zia Nina (Hagen).

A Masque of Madness e’ il film sperimentale in cui l’attore inglese Boris Karloff (1887-1969) incarna più di 170 personaggi, trovandosi confrontato, in uno scenario da incubo coerentemente schizofrenico, con innumerevoli versioni di se stesso che cambiano di aspetto, età, genere o etnia. La carriera di Karloff, durata oltre 50 anni, inizia con il cinema muto per giungere fino a quello contemporaneo. Storica icona horror, è stato per Frankenstein quello che Christopher Lee fu per Dracula, entrambi leggende che questo festival ha avuto il pregio di voler celebrare.

A Carlo Chatrian, la vera novità di questo festival, va il merito di aver compiuto nel suo ruolo di direttore artistico, delle scelte spesso coraggiose nella selezione delle opere che, come si conviene, hanno fatto e faranno riflettere e discutere. Nelle ultimissime ore registrata la presenza di Abel Ferrara in compagnia di Willelm Dafoe, a Locarno in cerca di fondi per il biopic su Pasolini, riguardo al quale in Italia nessuno si e’ mostrato interessato, ça va sans dire .


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