segnali dalle città invisibili
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Salvo Basso / Il poeta che guardava con le mani

di giuseppe marziano - Girodivite all'indomani della morte di Salvo ha pubblicato un breve editoriale. Salvo faceva parte integrante della storia di Girodivite. Ringraziamo Giuseppe Marziano per questo articolo.

È difficile scrivere e trovare le parole in questo momento in cui il necrologio sarebbe errato. È difficile scrivere senza dover, per necessità rievocare, ricordare, esprimere, sognare. È difficile scrivere in questo momento che necessita soltanto di conforto fisico, per la famiglia, psichico per noi che lo abbiamo conosciuto.

È difficile in questo momento trovare le parole che non ti trasportino, sui tasti impazziti, verso quella verità che è la morte, quella fisica, quella che egli stesso sembrava non temere; che in poche righe scritte durante i lunghi viaggi, scherniva con “menzu, menzu” riferendosi alle sue membra.

Difficile parlare d’altro se non delle volte che ci siamo visti e incontrati, delle volte che abbiamo colloquiato in poche sillabe, delle volte che si leggeva sui giornali. Ricordo che quando mi dissero che avremmo presentato “Quattro sbrizzi” di Salvo Basso a Carlentini, fui subito contento; non lo conoscevo ancora di persona, ma n’avevo sentito parlare per quella Fiera del Libro che portò successo a Scordia. In quell’occasione cercai subito il libro lo lessi con molta attenzione, con l’affanno letterario di chi vuol sapere, mi affascinò il modo di scrivere, non avevo ancora letto nulla su di lui, quello era il momento per conoscerlo più profondamente di quanto avessi potuto fare parlandogli.

Quei versi significavano molto e quello che mi colpì più d’ogni altra cosa fu la parola, le parole, la lingua, che faceva di quel libro la sintesi della grande coscienza dell’uomo, della grande cultura tramandata dagli avi. Salvo utilizzava il siciliano parlato, quello d’oggi, non quello dei nostri nonni, questo mi rincuorava, un motivo in più per continuare sulla mia strada. Lessi tutto il libro prima che cominciasse la serata, mi colpirono particolarmente poche righe che Salvo aveva inserito in quella raccolta: <<…ti talìu cche manu>>, poche parole ma forti di significato, quella frase che ancora oggi, con molta tristezza, ricordo. Di una forza evocativa che poche parole hanno, racchiusa in quella amarezza che oggi esplode severa e cosciente in rabbia.

Questo non è un necrologio per Salvo, come già detto in precedenza, sarebbe errato, e non vuole essere soltanto un rimpianto, è un modo di ricordarsi dell’immortalità che questo poeta scordiense ci ha regalato con i suoi versi. Quell’immortalità che ricerchiamo nella carta stampata, quell’immortalità che Salvo conserva anche per le vie di Lentini, sotto quell’albero enorme di Ficus che ombreggia il muro di cinta. Poche parole ricolme di quelle semplicità che Salvo lascia trasparire, ma cariche dei significati culturali che la nostra terra ha saputo generare. Oggi preferiamo ricordare Salvo, l’uomo, l’amico, per gli altri “Salvo”; il poeta, l’uomo di cultura, quelli, sono rimasti oramai immortali.

Preferiamo non scrivere parole di morte, quella fisica, preferiamo scrivere parole di vita che aiutano nel ricordo la scomparsa immatura. Parole che come esprime in una dedica debbono essere sincere e in quanto tali semplici, corpose, evocatrici, sognanti, e tanto più forti quanto più forte e reale è la vita stessa.

 

Il Progetto
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