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Ricordando Beppe Alfano, ucciso 26 anni fa

L’8 gennaio 1993 veniva ucciso Beppe Alfano. Un articolo di Patrizia Cecconi
di Redazione - mercoledì 9 gennaio 2019 - 1882 letture

Non serve il tesserino di giornalista per essere uccisi dalla mafia e, in qualche caso, sembra non lo si debba proprio avere per essere liberi di dire la verità. Ma si deve avere grande coraggio ed essere disposti ad accettare il rischio di essere diffamati, screditati e forse uccisi se troppo fastidiosi.

“La mafia è una montagna di merda” dichiarava Peppino Impastato e per le sue inchieste e le sue denunce venne ucciso. Benché senza tesserino. Era il 1978.

Era invece l’8 gennaio del 1993, esattamente 26 anni fa come oggi, quando venne ucciso Beppe Alfano. Le sue inchieste dimostravano gli intrecci criminosi tra mafia, massoneria ed esponenti politici, intrecci che arricchivano i loro affari insediandosi nella pubblica amministrazione a danno dei cittadini. Era un giornalista libero, neanche lui aveva mai richiesto il tesserino. Gli venne consegnato ad honorem dopo il suo assassinio. Fu un’attestazione di stima, ma tanto non gli sarebbe servito, la mafia aveva dimostrato, uccidendolo, che sapeva essere un ottimo giornalista a prescindere dal riconoscimento formale.

Cinque anni prima, nel settembre del 1988, ancora un giornalista senza tesserino era stato ucciso dalla mafia, era piuttosto diverso dagli altri due, ma anche lui denunciava collusioni tra mafia e politica e indagava anche su qualche infiltrazione massonica. Si chiamava Mauro Rostagno.

La mafia non guarda all’albo professionale. Uccide chi disturba i suoi affari e quelli dei politici collusi. Sotto i suoi colpi, di giornalisti ne sono caduti tanti, con o senza iscrizione all’albo.

La mafia – al pari delle sue cugine dai diversi nomi – si muove come i servizi segreti degli Stati sotto continua quanto inutile accusa per i loro numerosi e impuniti crimini: prima prova a comprare, MA NON TUTTI SONO IN VENDITA! Poi prova a diffamare e screditare affinché si faccia terra bruciata intorno al reporter irriducibile, infine, se è impossibile tacitarlo tanto con le lusinghe che con le minacce, lo elimina.

In questa macabra e illegale attività lo Stato ebraico per esempio è maestro e i media accondiscendenti hanno addirittura coniato l’espressione omicidio mirato o esecuzione extragiudiziale per normalizzare il crimine grazie al semplice uso di un aggettivo, e lasciare intatto l’appellativo di democratico riferito a uno Stato che pratica crimini simili a quelli mafiosi. Oltre agli altri ovviamente!

Per la mafia no, per la mafia si usa ancora il termine esatto di assassinio senza aggettivi che ne attenuino il peso, anche se le collusioni col mondo politico restano per lo più chiuse a doppia mandata e forse per questo, nonostante arresti eccellenti e impegno pluriennale della società civile, la sua attività resta ancora in essere.

Oggi, nel triste anniversario dell’assassinio di Beppe Alfano, che forse molti avranno dimenticato, ci sembra giusto ricordare lui e con lui i tanti – e non solo giornalisti – che hanno scelto il coraggio alla vigliaccheria, che hanno rinunciato a carriera e prebende in nome della dignità e dell’onestà morale e che sono caduti vittime della corruzione armata pagando con la vita le loro scelte, con o senza tesserino.


L’articolo di Patrizia Cecconi è stato pubblicato da Pressenza.



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