Parigi fuor di Senna

Vi è mai capitato di non trovare aperto l’albergo che avevate prenotato e di pensare di passare la notte sotto i ponti del fiume?

di Sergej - mercoledì 3 aprile 2024 - 1069 letture

E così, dopo essere partito con il comodo aereo che da Catania (Fontanarossa) atterra a Parigi (Charles de Gaulle), un paio d’orette tra l’annoiato e il distratto - fiero di aver superato le doppie forte caudine degli sbarramenti: togliersi le scarpe per farsi irrorare di raggi X e palpare da uno schifato addetto alla sicurezza, e la vergine di norimberga che seleziona esclusivamente le borsette che non superano la dimensione-francobollo di 50 centimetri, unico bagaglio a mano consentito - nel ricordo sbiadito di qualche anno fa: niente raggi X e zaini corpulenti in spalla dentro cui potevano starci interi cadaveri con bazooka annesso. Tutte cose che la civilissima e digitale gretta civiltà occidentale ha escogitato proprio perché crede fermamente nella libera circolazione delle persone e delle idee. Il "gate" è davvero uno stargate, il passaggio da una dimensione a un’altra, da un universo all’altro - e l’attraversamento è per i puri corpi, nudi, senza orpelli: capitale puro.

Dunque la Parigi dell’aeroporto, e poi il treno RTE che porta direttamente alla stazione vicina al mio albergo, a Pigalle. Le metropolitane sono parte dell’universo unico, rassicuranti proprio come i macdonald’s e le cerniere zip. Sono ancora l’universo conosciuto. Ogni vettura ha all’interno segnato il percorso, e ogni stazione è una lucina, una spia luminosa che si spegne progressivamente man mano che la stazione indicata è stata superata. Perché mi torna in mente la telefonata di Adolf Hitler che chiede stizzito: "Parigi è bruciata?". Ist Paris verbrannt? René Clément nel 1966 imperniò su questo episodio della seconda guerra mondiale il film del 1966, Parigi brucia? (Paris brûle-t-il ?). Tempi della storia. Ma quella era un’altra guerra.

E dunque esco alla fermata Pigale, di nuovo alla superficie. Ora sono davvero nel mondo diverso e reale, a Parigi-Parigi. C’è ancora la luce del giorno. Siamo al IX arrondissement: Pigalle è decisamente strategico come quartiere e per le sue caratteristiche è pieno di turisti e di studenti. Ovunque lavori agli angoli delle strade, piccoli cantieri. Scoprirò più tardi che tutto questa darsi da fare ha a che fare con l’organizzazione delle Olimpiadi 2024, proprio a Parigi. Scendo lungo Rue Jean Baptiste Pigalle dribblando i cantieri. E tutto contento scovo facilmente e immediatamente il mio albergo. L’Hotel de Paris Saint Georges, al 55 di Rue Jean Baptiste Pigalle. Mi avvicino alla porta d’entrata, dopo essermi accertato che è proprio l’albergo che cerco: è lui, c’è persino una insegna su un muro, un po’ sberciata, ma il nome dell’albergo è proprio quello.

La porta è chiusa. Perplesso, cerco un campanello. C’è un citofono, ma è divelto e pende sui fili elettrici, in alto sulla destra della porta. Sono ancora fiducioso anche se perplesso. Provo a prendere questa scatola pendente e a premere i pulsanti. Pulsanti di plastica, sordi. Mi trovo davanti alla porta dell’hotel, c’è un triangolo di piazzetta davanti, con degli alberi. Auto parcheggiate. Tutto sembra normale. La cazzo di normalità di un centro storico di una grande città europea in cui tutti parlano una lingua che non è la tua. Tendo il capo per vedere in alto se c’è qualcosa di strano. L’edificio a 4-5 piani, ampie finestre. Nessuna luce. Si avvicina un ragazzo, orientale grassottello: mi dice in una specie di inglese qualcosa. Lo ringrazio senza averci capito nulla. Guardo ancora l’edificio, diciamo che le perplessità a questo punto sono punti interrogativi.

Vado nella piazzetta, dall’altro lato della stradina. Mi avvicino al ragazzo-bonzo, che ha accanto una ragazza magra simpatica. A un paio di metri dai due, altri due ragazzi vestiti di nero, giapponesi. Ci sentiamo tutti parte di una stessa famiglia: turisti perplessi davanti a un edificio hotel chiuso. Dopo qualche minuto, arrivano un paio di ragazzotti. Sono latinos, venezuelani chiassosi. Finalmente ci si capisce qualcosa. Parlano l’inglese comprensibile accompagnato dai gesti. Il mistero è presto svelato. La mattina presto, ancora tra l’alba e la notte, era venuta la polizia e aveva chiuso d’imperio l’albergo. Mi rassereno: niente albergo. Siamo tutti in mezzo alla strada. Me sa che stanotte mi tocca dormire sotto i ponti della Senna. Telefono alla mia agenzia turistica, quella presso cui avevo organizzato il viaggio. Perché, posso ora confessarlo, non sono il tipo che prende il telefonino e si mette a spulciare Internet per trovare il miglior volo e la migliore prenotazione a bassissimo prezzo come fanno tutti. "Io sono stata a Timbuctù e non ho speso nulla" "Io in Grecia per due lire! Ho fatto tutto io, che ci vuole, basta sapersi organizzare...". Mando un messaggio. Mi rispondono immediatamente prima su WhatsApp, poi ci sentiamo per telefono. Prendono in mano subito la faccenda, attendo una mezz’oretta, mi trovano un albergo a 25 metri di distanza, poco più in basso. L’Eden, scoprirò dopo, più spazioso e con una stella in più rispetto al Saint Georges, e con un’ottimo locale per la colazione mattutina. Efficacia del turismo organizzato ("no alpitour, ahiahaia!").

Mi sento in colpa per i miei amici sulla piazzetta. Cerco di spiegare all’amico bonzo che la faccenda non può essere sbloccata e che dobbiamo darci da fare a trovare una sistemazione. La sua ragazza mi porge il suo telefonino e grazie a una app finalmente possiamo dialogare in linguaggio macchina: io in italiano, loro in coreano. Potenza del digitale, e dimostrazione che le ragazze sono sempre più sveglie dei maschietti (in questo caso io e il suo ragazzo). Loro erano turisti fai da te. Mi viene spontaneo abbracciarli prima di lasciarli per andare al mio nuovo albergo poco distante.


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