L’ira di Silvio

"Giardiniere per vocazione diventerò Presidente per caso?”

di Deborah A. Simoncini - martedì 18 gennaio 2022 - 1968 letture

Finito su un arbusto spinoso Matteo lo raccolse e si mise a gridare:

“Presidente Silvio! Presidente Silvio!”

“Sono bello, brillante e promettente mi esaltano come esempio di tutte queste qualità. Si è mai sentita una simile sciocchezza? Ogni giorno ci tolgono qualcosa: gli abbracci, i baci, le strette di mano.”

Silvio sapeva di dover mantenere un’aria simpatica, soprattutto in quel momento. Compì molti atti di purificazione rituale, accompagnato e istruito con garbo da Vittorio Emanuele Vicario il suo chierico cerimoniere. Al guinzaglio un cucciolo a pelo corto, cercava di farlo stare buono, mentre quello continuava imperterrito a corrergli intorno. “Caro Matteo, un cucciolone così è la cura più efficace contro il malumore. No, basta, travaglio! A cuccia”.

Matteo cercò di venirgli incontro e di abbracciarlo. I giri incessanti del cagnolone glielo impedirono. Si districò ridendo dal guinzaglio attorcigliato. “Spero non ti dispiaccia se me lo porto dietro. Finché non impara a stare da solo è sempre con me. E’ un cane di mannara, un’antichissima razza canina originaria dalla Sicilia. Sa badare al gregge. Se vuoi, puoi accarezzarlo.”

Matteo declinò con un gesto della mano. Una corridora in provocante tenuta attillata li sopravanzò chiedendo scusa per non abbatterli col guinzaglio. “Tre elezioni in tre giorni. E ancora niente Presidente, niente prove concrete. C’è un’impasse e non si riesce ad andare avanti. Le acque sono torbide ed è difficile muoversi. A volte ci si fissa inutilmente su ciò che ci è impossibile. Ci vuole cuore, fegato e una visione d’insieme. Da parte mia c’è una motivazione fortissima e un sentimento prorompente.” “A cuccia travaglio! Braaavo.” Diede al travaglio un biscotto preso dalla tasca e lo guardò con un sorriso ebete. Risoluto, il passo spedito due occhi autoritari, tutto abbigliato di nero come un corvo, ritenne necessario un breve discorso, a telecamere riunite, con voce esile e incolore. Il fiato corto, tra un respiro e l’altro, parlava a singhiozzo. Si strofinò i palmi l’uno contro l’altro e poggiò le mani sul tavolo. Nessuno l’aveva mai visto così animato. Era tutto un tumulto. Si dibatteva, mulinando e torcendosi, sbattendosi da una parte all’altra con tanta forza, in preda a una angoscia tremenda. Sembrava un vecchio, sopraffatto e sbalordito dal terrore che leggeva a voce alta da un libro sacro. “Mi sono lanciato nell’impresa, anche se tutti mi ritengono un folle, devono accoglierne la mia richiesta.”

Mosse il collo e spostò la testa verso le spalle, prima da un lato e poi dall’altro. Le ossa scrocchiarono. La tensione sembrò allentarsi. Mostrò tutti i denti in un largo sorriso. “Ho tutte le carte in regola per la scalata. I miei avi sono venuti da Roma coi Cesari e ho tutto il diritto di accedere al Quirinale sotto un baldacchino a frange. Ho sangue imperiale”. Si ravviò i cappelli con un sorriso compiaciuto e annuì con aria compiaciuta. “Sono inattaccabile e parlerò ogni volta che voglio farlo. E’ un mio diritto: nessuno può sottrarmelo. Ho fatto e faccio ciò che ritengo giusto fare. Il mio patriottismo costituzionale vuole appianare contrasti e tensioni. Osservo e motivo dubbi, riserve e suggerimenti. Ho avuto in dote un fisico resistente e un temperamento vitale, da essere sessualmente primario. La storia della mia famiglia è rispettabilissima, conta e gode di ottima reputazione, appartiene alla mia vita. Nella mia esperienza parlamentare e costituzionale ho subito persecuzioni e l’esilio, ora è giusto che venga ripagato. Sono stato sempre provvisto di diversi beni di fortuna. Ho giocato al lotto 31 e 47: il morto vivo che parla. Se la richiesta non può essere accolta per ripetuta inopportunità, le commendatizie massoniche mi dicono di farlo. Sono un pazzo? Ma visto che la mia pazzia è innocua lasciatemelo fare. Sono un personaggio controverso? Mi portino rispetto! Molte donne dopo essere venute a vedere la mia sede romana “Villa Grande” sono rimaste incinte! Sono uno degli uomini più ricchi d’Italia. Da dove viene questa ricchezza nemmeno io lo so. Emoziono, coinvolgo e sorprendo dall’inizio alla fine, anche se spesso penso di fare una vita in cui non credo. Bassi livelli di serotonina e alti livelli di dopamina e norepinefrina determinano la mia passione amorosa.

Giardiniere per vocazione diventerò Presidente per caso?” Procedeva con gli occhi fissi in avanti. Spaventato stringeva un amuleto a forma di luna piena, rotondo, di legno e vuoto dentro. Accolto trionfalmente molti accorsero per unirsi ai suoi seguaci. Il combattimento fu accanito e alcuni dei suoi uomini si astennero. La battaglia senza di loro andò perduta. Lo rispedirono malconcio e umiliato a casa.

Il giorno dopo l’elezione Silvio non si alzò all’ora solita. Quando il cameriere andò a chiamarlo lo trovò profondamente addormentato. Non si riusciva a svegliarlo. Giaceva come in catalessi, il respiro appena percettibile. Si portarono dei cani ad abbaiare, trombe e tamburi risuonavano giorno e notte nella sua stanza. Ma niente … Non ci poterono nemmeno i colpi di cannone sparati a salve. Gli fu messo un cespuglio di ortica sul cuscino. Gli applicarono impiastri di cipolle e senape ai piedi, ma Silvio non si svegliò per sette giorni interi. Al settimo giorno si svegliò alla solita ora e cacciò tutti fuori dalla sua stanza. Si mise a cantare a squarciagola Faccetta nera. Non mostrava la minima coscienza di quanto gli era accaduto. Della sua vita passata aveva un ricordo imperfetto ma ragionava perfettamente e sembrava più pacato. Solo se si menzionava il Quirinale cadeva in una tristezza inquieta. Si alzava, guardava fuori dalla finestra, chiamava i suoi cani, o prendeva uno scalpello e si metteva a scolpire la pietra bianca. Gli prescrissero riposo ed esercizio, a giorni alterni, digiuno e nutrimenti, compagnia e solitudine. Pozioni di bava di lumaca al mattino e sorsi di fiele di bue, prima di coricarsi. Si dette a una vita di profonda solitudine e se ne stava in compagnia di un pipistrello, ma mantenne un cospicuo stuolo di servitori. Nessuno sapeva come passasse il tempo. Spolverava stanze vuote e sprimacciava trapunte di letti dove nessuno aveva dormito. Convinto che le stanze fossero frequentate da una gran varietà di spettri. Maledisse chi lo aveva ridotto in quello stato. Passava ore seduto a guardare le foglie muoversi al vento, con un libro in mano nel vano della finestra. Leggere lo trasportava fuori dal tempo, in uno stato di innocenza e felicità perfetta. Seduto a un tavolo a cavalletto voleva sempre birra, pane e carne bovina.

“Mentre intorno tutto crolla, alle prese con i disastri della pandemia e della crisi economica: per garantire la stabilità e salvare l’Italia dovrò commissariare i partiti. Colmerò i vuoti della politica: sono un jolly risolutivo nella partita del potere. Esposto ad attacchi, polemiche, congiure e minacce di impeachment, accusato di inseguire disegni presidenzialisti, ho messo in campo iniziative senza precedenti. Ma perché sbraitano tanto? Il nostro sistema è confuso, caotico e turbolento. L’emergenza continua da trent’anni. Bisogna ristabilire un rapporto fiduciario con la gente comune. Mi imporrò quale figura di riferimento, anche se vogliono imprigionarmi qui dentro, isolare e tagliare fuori dalla vita del Paese. Rivendico la responsabilità morale a parlare.” Il pavimento aveva pietre irregolari e sfregiate e la fuliggine delle candele aveva macchiato il soffitto. Si sentì improvvisamente infreddolito ma sveglissimo. Gli portarono del vino annacquato e iniziò la sfilata delle portate.

Alla fine ne perse il conto, non riusciva più a inghiottire nulla e cominciò a rifiutare il cibo. Insonnolito dal vino per quanto innacquato, l’ora tarda e lo stomaco pieno, le fiammelle delle candele guizzavano con uno strano effetto. Lo spettacolo sembrava non finire mai. Per evitare di scivolare addormentato sotto il tavolo uscì caprioleggiando e lanciando rose di carta e perle di vetro. Si lamentò per le scarpe strette, l’ora e il cigno arrosto che gli aveva rovinato la digestione. Recatosi in visita al convento dei Cappuccini si stese in una nicchia per controllare se ci sarebbe stato comodo. Per farlo stare sereno gli iniettavano una volta a settimana un antipsicotico a rilascio prolungato.


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