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Il discorso di Sergej Viktorovič Lavrov all’ONU, il 20 settembre 2023

«Mosca non rifiuta il negoziato, è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che ha firmato un decreto per vietare un dialogo col presidente Putin»

di Redazione - giovedì 21 settembre 2023 - 810 letture

Il discorso del Ministro degli Esteri Lavrov al Consiglio di Sicurezza dell’Onu è stato forse uno dei discorsi più importanti degli ultimi tempi perché non solo ha spiegato la posizione della Russia riguardo all’Ucraina, ma ha anche messo sotto accusa il comportamento dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti, il ruolo succube dell’Europa e le violazioni del diritto internazionale che esso ha prodotto e produce in continuazione. In sostanza Lavrov ha ricordato che ogni possibile pace dovrà essere frutto della pari dignità delle parti senza tentativi da parte occidentale di ingannare o di prevalere sotto banco, Dal momento che nei Paesi liberi … dalla libertà di espressione, questo discorso non verrà minimamente riportato al pubblico offro una traduzione quasi integrale da questo modestissimo avamposto di speranza, nella convinzione che non tutto sia perduto.

Ho omesso soltanto formule rituali, considerazioni ripetitive o notazioni aggiuntive rivolte a un pubblico di diplomatici di professione, per rendere il testo – già di per sé lungo – più leggibile e immediato. Si tratta comunque di poche decine di righe in totale. Mi scuso intanto per possibili errori di battuta e di sintassi vista la scarsità di tempo a disposizione.

ilSimplicissimus


“Signor Presidente! Signor Segretario Generale, cari colleghi,

l’ordine internazionale esistente è stato costruito sulle macerie e sui risultati della colossale tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Il suo fondamento era la Carta delle Nazioni Unite, l’elemento chiave del moderno diritto internazionale. È soprattutto grazie all’Onu che è stata evitata una nuova guerra mondiale con una catastrofe nucleare. Purtroppo, dopo la fine della Guerra Fredda, l’“Occidente collettivo”, guidato dagli Stati Uniti, si è imposto arbitrariamente come arbitro supremo del destino dell’umanità e, spinto da un complesso di eccezionalismo, ha sempre più ignorato l’eredità dei padri fondatori delle Nazioni Unite.

Oggi, l’Occidente invoca selettivamente le norme e i principi della Carta, caso per caso, esclusivamente in base alle sue egoistiche esigenze geopolitiche. Ciò porta inevitabilmente a indebolire la stabilità globale, ad esacerbare le fonti di tensione esistenti e ad alimentarne di nuove. Aumentano anche i rischi di un conflitto globale. Proprio per contenerli e indirizzare gli eventi in una direzione pacifica, la Russia ha insistito e insiste affinché tutte le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite siano osservate e applicate non selettivamente, ma nel loro insieme e nella loro interrelazione, compresi i principi di sovranità e uguaglianza degli Stati, non ingerenza nei loro affari interni, rispetto dell’integrità territoriale e diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Dal crollo dell’URSS e dalla creazione di stati indipendenti al suo posto, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno interferito palesemente e sfacciatamente negli affari interni dell’Ucraina. Come ha ammesso pubblicamente e perfino con orgoglio la vicesegretaria di Stato americana Victoria Nuland alla fine del 2013, rivelando che Washington ha speso 5 miliardi di dollari per promuovere a Kiev i politici obbedienti all’Occidente. Tutta l’ “ingegneria” della crisi ucraina sono noti da tempo, ma si sta cercando di insabbiarli in ogni modo possibile per “cancellare” l’intera storia prima del 2014. Per questo motivo, il tema dell’incontro odierno, proposto dalla Presidenza albanese, non potrebbe essere più appropriato e consente di ricostruire la catena cronologica degli eventi, soprattutto nel contesto dell’atteggiamento dei principali attori nei confronti dell’attuazione dei principi e gli obiettivi della Carta delle Nazioni Unite.

Nel 2004 e nel 2005, per portare al potere un candidato filoamericano, l’Occidente approvò il primo colpo di stato a Kiev e costrinse la Corte costituzionale ucraina a prendere la decisione illegale di indire un terzo turno elettorale, cosa non consentita e non prevista prevista dalla Costituzione del paese. Durante il Secondo Maidan del 2013 e 2014, l’ingerenza negli affari interni è diventata ancora più evidente. A quel tempo, un certo numero di viaggiatori occidentali incoraggiarono direttamente i partecipanti alle manifestazioni antigovernative a intraprendere azioni violente. La stessa Victoria Nuland ha parlato con l’ambasciatore americano a Kiev della composizione del futuro governo formato dai golpisti. Allo stesso tempo, ha indicato all’Ue la vera posizione, che ha nella politica mondiale dal punto di vista di Washington. Ricordiamo tutti la sua suggestiva frase di due parole (“si fotta” ndr) . È significativo che l’Ue abbia digerito anche questo.

Subito dopo il colpo di stato, i golpisti hanno dichiarato che la loro priorità assoluta era limitare i diritti dei cittadini ucraini di lingua russa. E gli abitanti della Crimea e del sud-est del paese che hanno rifiutato di accettare i risultati della presa del potere incostituzionale sono stati dichiarati terroristi e contro di loro è stata avviata un’azione punitiva. In risposta, in Crimea e nel Donbass si sono svolti referendum, nel pieno rispetto del principio di uguaglianza e autodeterminazione dei popoli sancito dall’articolo 1, paragrafo 2, della Carta delle Nazioni Unite. Quando si tratta dell’Ucraina, diplomatici e politici occidentali chiudono un occhio su questa importantissima norma del diritto internazionale e cercano di ridurre l’intero contesto e l’essenza degli eventi all’inammissibilità della violazione dell’integrità territoriale.

In questo contesto, vorrei ricordare che la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui principi di diritto internazionale relativi alle relazioni amichevoli e alla cooperazione tra gli Stati, adottata all’unanimità nel 1970, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, afferma che il principio del rispetto dell’integrità territoriale si applica agli “Stati che osservano il principio di uguaglianza e di autodeterminazione dei popoli nelle loro azioni e, di conseguenza, hanno governi che rappresentano tutti i popoli che vivono nel loro territorio”. Non è necessario dimostrare che i neonazisti ucraini che hanno preso il potere a Kiev non rappresentano il popolo della Crimea e del Donbass. E il sostegno incondizionato delle capitali occidentali alle azioni del regime criminale di Kiev non è altro che una violazione del principio di autodeterminazione dopo una grave ingerenza negli affari interni. L’adozione di leggi razziste che vietano tutto ciò che è russo – istruzione, media, cultura, distruzione di libri e monumenti, la messa al bando della Chiesa ortodossa ucraina e la confisca delle sue proprietà – che seguì il colpo di stato sotto il governo di Poroshenko e poi di Zelenskyj, furono una palese violazione dell’articolo 1.3 della Carta delle Nazioni Unite sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione. Per non parlare del fatto che queste misure sono in diretta contraddizione con la costituzione ucraina, che sancisce l’obbligo dello Stato di rispettare i diritti dei russi e delle altre minoranze nazionali.

Quando sentiamo le richieste di attuare la “formula di pace” e di riportare l’Ucraina ai confini del 1991, sorge la domanda: coloro che lo richiedono hanno familiarità con le dichiarazioni della leadership ucraina su ciò che stanno facendo ai residenti delle aree colpite? In pubblico, a livello ufficiale, vengono ripetutamente minacciati di distruzione legale o fisica. L’Occidente non solo non cerca di moderare i suoi protetti a Kiev, ma ne incoraggia addirittura con entusiasmo le politiche razziste. Allo stesso modo, i membri dell’Ue e della Nato sostengono da decenni le azioni di Lettonia ed Estonia, che non rispettano i diritti di centinaia di migliaia di residenti di lingua russa, definiti “non cittadini”. Adesso si parla già seriamente dell’introduzione della responsabilità penale per l’uso della propria lingua madre.

Ritorno in Ucraina. La conclusione dell’Accordo di Minsk nel febbraio 2015 è stata approvata da una speciale risoluzione del Consiglio di Sicurezza – in piena conformità con l’articolo 36 della Carta, che sostiene “qualsiasi procedura per la risoluzione di una controversia accettata dalle parti”. In questo caso da Kiev, la Dnr e la Lnr.

Tuttavia, l’anno scorso tutti i firmatari dell’Accordo di Minsk, ad eccezione di Vladimir Putin, cioè Merkel, Hollande e Poroshenko, hanno ammesso pubblicamente e persino con gioia che quando hanno firmato il documento non avevano intenzione di attuarlo. Volevano solo guadagnare tempo per rafforzare il potenziale militare dell’Ucraina e dotare il paese di armi contro la Russia. In tutti questi anni, l’Ue e la Nato hanno sostenuto direttamente il sabotaggio dell’Accordo di Minsk e spinto il regime di Kiev ad una soluzione violenta del “problema Donbass”. Ciò era in violazione dell’articolo 25 della Carta, che impone a tutti i membri delle Nazioni Unite di “obbedire e attuare le decisioni del Consiglio di Sicurezza”.

Ricordo che i capi di Stato e di governo di Russia, Germania, Francia e Ucraina, nell’ambito del pacchetto dell’Accordo di Minsk, hanno firmato una dichiarazione in cui Berlino e Parigi, tra le altre cose, si impegnano a contribuire al ripristino del sistema bancario nel Donbass. Ma non hanno mosso un dito. Hanno semplicemente osservato come Poroshenko, contrariamente a tutte queste promesse, imponesse un blocco commerciale, economico e dei trasporti al Donbass. Nella stessa dichiarazione, Berlino e Parigi si sono impegnate a contribuire a rafforzare la cooperazione trilaterale all’interno del formato Ue-Russia-Ucraina per affrontare concretamente le preoccupazioni della Russia sulle questioni commerciali e promuovere “la creazione di uno spazio umanitario ed economico comune dall’Atlantico al Pacifico”. Questa dichiarazione è stata approvata anche dal Consiglio di Sicurezza ed è stata soggetta al già citato articolo 25 della Carta delle Nazioni Unite. Ma anche questo impegno dei capi di Stato e di governo di Germania e Francia si è rivelato “vuoto”, il che ha rappresentato un’ulteriore violazione dei principi della Carta.

A proposito di trattative. Non ci arrenderemo nemmeno adesso. Il presidente russo Vladimir Putin lo ha commentato in molte occasioni, anche di recente. Vorrei ricordare all’illustre Segretario di Stato americano che il presidente Zelenskyj ha firmato un decreto che vieta i negoziati con il governo di Putin. Se gli Stati Uniti fossero così interessati, penso che non sarebbe difficile “dare il comando” per ribaltare il decreto di Zelenskyj.

Oggi nella retorica dei nostri oppositori sentiamo solo slogan: “Invasione, aggressione, annessione”. Non una parola sulle cause del problema, sul fatto che da molti anni si promuove un regime apertamente nazista, che riscrive apertamente l’esito della Seconda Guerra Mondiale e la storia del proprio popolo. L’Occidente evita un dialogo sostanziale, basato sui fatti e nel rispetto di tutti i requisiti della Carta delle Nazioni Unite. Apparentemente non ha argomenti per un dialogo onesto. L’impressione è che i rappresentanti occidentali abbiano paura delle discussioni serie che smascherano la loro demagogia. Questi “difensori” dell’integrità territoriale dell’Ucraina ora fingono di non ricordare più l’importanza dell’Accordo di Minsk, che prevedeva la riunificazione del Donbass in Ucraina con la garanzia dei diritti umani fondamentali, in particolare il diritto alla propria lingua madre. Poiché l’Occidente ne ha impedito l’attuazione.

Tra gli altri principi della Carta delle Nazioni Unite, il cui rispetto potrebbe prevenire una crisi di sicurezza in Europa e contribuire a concordare misure di rafforzamento della fiducia basate su un equilibrio di interessi, vorrei citare il capitolo VIII, articolo 2 della Carta. Ciò sancisce la necessità di sviluppare la pratica della risoluzione pacifica delle controversie attraverso le organizzazioni regionali.

In conformità con questo principio, la Russia, insieme ai suoi alleati, è sempre stata impegnata a stabilire contatti tra la CSTO e la NATO al fine di facilitare l’attuazione pratica delle summenzionate decisioni del vertice OSCE del 1999 e del 2010 sull’indivisibilità della sicurezza, in cui In particolare, si afferma che “nessuno Stato, gruppo di Stati o organizzazione può assumersi la responsabilità primaria del mantenimento della pace e della stabilità nell’area dell’OSCE o considerare qualsiasi parte di quest’area come propria sfera di influenza”. Tutti sanno che la NATO ha fatto proprio questo: ha cercato di ottenere un vantaggio in Europa e ora nella regione Asia-Pacifico.

Oggi, mentre discutiamo di “multilateralismo efficace” su suggerimento della Presidenza, non dovremmo dimenticare i numerosi fatti del rifiuto genetico da parte dell’Occidente di qualsiasi forma di cooperazione paritaria. Basta prendere l’affermazione di Josep Borrell secondo cui l’Europa è “un giardino fiorito circondato da una giungla”. Si tratta di una sindrome puramente neocoloniale che disprezza l’uguaglianza sovrana degli Stati e i compiti di “rafforzare i principi della Carta delle Nazioni Unite attraverso un multilateralismo efficace” che ci sono stati messi in discussione oggi. Nel tentativo di impedire la democratizzazione delle relazioni interstatali, gli Stati Uniti e i loro alleati stanno privatizzando sempre più sfacciatamente e sfacciatamente i segretariati delle organizzazioni internazionali e intrufolandosi nelle decisioni per creare meccanismi subordinati che, sebbene non abbiano mandato, rivendicano il diritto di fare quindi per mettere sotto accusa coloro che per qualche motivo non amano Washington. In questo contesto, vorrei ricordare che la Carta delle Nazioni Unite deve essere rigorosamente osservata non solo dagli Stati membri, ma anche dal Segretariato della nostra Organizzazione. L’articolo 100 della Carta impone al Segretariato di agire in modo imparziale e di non accettare istruzioni da alcun governo.

Abbiamo già parlato dell’articolo 2 della Carta. Vorrei richiamare l’attenzione sul suo più importante paragrafo: “L’Organizzazione si fonda sul principio della sovrana uguaglianza di tutti i suoi membri”. Sviluppando ulteriormente questo principio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella dichiarazione del 24 ottobre , 1970 a cui ho fatto riferimento, affermava “l’inalienabile “diritto di ogni Stato a scegliere il proprio sistema politico, economico, sociale e culturale senza interferenze di alcun partito”. In questo contesto, abbiamo seri dubbi sulle dichiarazioni del Segretario generale Guterres del 29 marzo di quest’anno secondo cui “il governo autocratico non garantisce stabilità ma è un catalizzatore di caos e conflitti”, e che “le società democratiche forti sono capaci di auto-guarigione e auto-miglioramento. Possono portare un cambiamento, anche un cambiamento radicale, senza spargimenti di sangue e violenza”.

Non si può fare a meno di ricordare i “cambiamenti” portati dalle avventure aggressive delle “democrazie forti” in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e molti altri paesi.

L’onorevole Antonio Guterres ha continuato: “Loro – le democrazie – sono centri di cooperazione globale basata sui principi di uguaglianza, partecipazione e solidarietà”. È interessante notare che tutti questi discorsi sono stati pronunciati al “vertice per la democrazia” convocato dal presidente Biden al di fuori delle Nazioni Unite, i cui partecipanti sono stati selezionati dal governo degli Stati Uniti in base alla loro lealtà. Lealtà non tanto a Washington, ma al Partito Democratico al potere negli Stati Uniti. Il tentativo di utilizzare tali forum per discutere questioni globali è in diretta contraddizione con l’articolo 1, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite, che afferma che “deve essere garantito il ruolo dell’Organizzazione come centro di coordinamento delle azioni per raggiungere obiettivi comuni. “ Ma il dramma più importante non riguarda la Serbia o la Turchia, che da decenni sono coinvolte in trattative di adesione senza speranza, ma l’Ucraina. Josep Borrell, che si definisce un ideologo dell’integrazione europea, recentemente non ha esitato a dire che il regime di Kiev dovrebbe essere ammesso nell’UE il prima possibile. Se non ci fosse stata la guerra ci sarebbero voluti anni, ma questo è possibile e necessario, senza alcun criterio. Serbia, Turchia e altri possono aspettare. Ma i nazisti li accettano a loro piacimento nell’UE.

A proposito, nello stesso “Vertice per la democrazia” il Segretario generale ha annunciato: “La democrazia scaturisce dalla Carta delle Nazioni Unite. Le prime parole della Carta – “Noi Popoli” – riflettono la fonte fondamentale della legittimità: il consenso di coloro che sono governati”.

Sarebbe utile collegare questa tesi con il “primato” del regime di Kiev, che ha scatenato una guerra contro gran parte del suo stesso popolo, contro quei milioni di persone che non hanno accettato di essere governate da neonazisti e russofobi. che hanno preso illegalmente il potere nel paese e hanno minato l’accordo di Minsk approvato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, minando così l’integrità territoriale dell’Ucraina. Coloro che dividono l’umanità in “democrazie” e “autocrazie” in contraddizione con la Carta delle Nazioni Unite farebbero bene a rispondere alla seguente domanda: in quale categoria colloca il regime ucraino? Non mi aspetto una risposta.

Quando si parla dei principi della Carta, sorge la questione del rapporto tra il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale. Il “collettivo occidentale” promuove da tempo in modo aggressivo la questione dell’”abuso del diritto di veto” e – attraverso pressioni non del tutto corrette su altri membri delle Nazioni Unite – è riuscito a ottenere che dopo ogni esercizio di questo diritto, di cui l’Occidente è sempre più consapevolmente provocatorio, il corrispondente Argomento da discutere nell’assemblea generale.

Per noi questo non è un problema, la posizione della Russia su tutti i temi all’ordine del giorno è aperta, non abbiamo nulla da nascondere e non ci è difficile ribadire questo punto di vista. Inoltre, il veto è uno strumento perfettamente legittimo previsto dalla Carta per impedire l’adozione di decisioni che rischierebbero di dividere l’Organizzazione. Ma se nell’Assemblea Generale si utilizza la procedura per discutere i casi di veto, perché non pensare anche alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che non sono state ascoltate, che sono state adottate, anche molti anni fa, ma non implementate Perché l’Assemblea Generale non dovrebbe affrontare le ragioni di questa situazione? Ad esempio, con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sulla Palestina e su tutta una serie di questioni in Nord Africa e Medio Oriente, sull’accordo sul nucleare iraniano, nonché con la Risoluzione 2202, che ha approvato l’accordo di Minsk sull’Ucraina?

Anche la questione delle sanzioni richiede attenzione. È diventata la norma per il Consiglio di Sicurezza decidere sulle sanzioni contro un determinato Paese dopo lunghi negoziati nel rigoroso rispetto della Carta, ma invece è diventata norma per gli Stati Uniti e i suoi alleati imporre poi restrizioni unilaterali “aggiuntive” contro lo stesso stato che non ha ancora adottato misure adeguate. Un altro esempio lampante della stessa serie è la decisione appena adottata da Berlino, Parigi e Londra attraverso le loro norme giuridiche nazionali di “estendere” le restrizioni contro l’Iran, che scadono a ottobre e che devono essere legalmente terminate in conformità con la Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Cari colleghi!

I fatti parlano della crisi più profonda delle relazioni internazionali e della mancanza di desiderio e di volontà da parte dell’Occidente di superare questa crisi.

Spero che ci sia una via d’uscita da questa situazione e che essa venga trovata. Innanzitutto, ognuno deve prendere coscienza della propria responsabilità in un contesto storico e non in termini di sviluppi elettorali ed economici momentanei nelle prossime elezioni nazionali in questo o quello Stato membro. Permettetemi di ricordarvelo ancora: quasi 80 anni fa, firmando la Carta delle Nazioni Unite, i leader mondiali hanno concordato di rispettare l’uguaglianza sovrana di tutti gli Stati: grandi e piccoli, ricchi e poveri, monarchie e repubbliche. In altre parole: già allora l’umanità riconosceva la necessità di un’eguaglianza.

Pertanto, oggi non si tratta di sottomettersi a un “ordine mondiale basato su regole”, ma piuttosto di rispettare gli impegni assunti al momento della firma e della ratifica della Carta nella loro interezza e nella loro interrelazione.

fonte:ilSimplicissimus.



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