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Sono le Donne di Arthus Bertrand le vere protagoniste della 76.ma Mostra di Venezia

Ma anche la politica, l’economia e il Pianeta. Per gentile concessione di Agenzia Radicale
di Vincenzo Basile - mercoledì 4 settembre 2019 - 436 letture

Il bilancio della prima settimana di proiezioni Veneziane si chiude positivamente. Il merito principale é costituito indubbiamente dalla qualitá delle Opere presentate, elemento niente affatto scontato anche se tra molti il piú ovvio e auspicabile. Per un pubblico formato in misura crescente da giovani il risultato è ancora piú apprezzabile per molte, evidenti ragioni, tra le prime la domanda di Senso e Significati che questi rivolgono agli Autori, considerati a torto o ragione i catalizzatori generazionali di analisi rigorose e profonde della realtá globale contemporanea. E non solo di quella politica ed economica. Che poi le risposte arrivino da Shakespeare, dalle controculture dei ruggenti anni ‘60 o dal cinema di animazione è del tutto secondario.

L’offerta è quest’anno davvero ricca ed estesa forse anche grazie alle polemiche che hanno contribuito a nutrire un’attesa di livello superiore rispetto alle ultime edizioni.

“L’Europa è diventata una sorta di impero illiberale, perchè negli ultimi 15 anni è stata mal governata” così si è espresso ieri il regista Costa-Gavras, calorosamente applaudito sia in sala che in conferenza stampa dopo la proiezione del suo “ Adults in the room”. Tratto dal libro omonimo dell’economista greco Yanis Varoufakis, racconta le vicende che portarono nel 2015 all’attuale tragedia greca ovvero alla cosiddetta austerit à tuttora in vigore proprio in quanto invece che esserne la soluzione cronicizzò la crisi finanziaria. Il pregio principale dell’opera é il finale allegorico composto da un’inedita coreografia politica.

Polanski rievoca la madre di tutte le fake news e il conseguente primo atto di controinformazione che da essa scaturì, il roboante J’ accuse di Zola contro le Istituzioni civili e militari che la fomentarono.

«Ho girato questo film perché la storia di un uomo ingiustamente accusato è affascinante. Ma anche perché è una questione attualissima, vista la recrudescenza dell’antisemitismo. Durante le riprese ci sono stati momenti che ho rivissuto quando fui stato condannato con incredibile determinazione per dei fatti che non avevo commesso. Non intendo però reagire alla guerra scatenata contro di me dal neo-maccartismo femminista: Sarebbe come combattere i mulini a vento».

In concorso il discusso Ema, che Pablo Larrain ambienta nella palpitante città portuale di Valparaiso, in Cile. Ema (Mariana Di Girolamo) ha un talento naturale la danza e si esibisce in un gruppo di reggaeton guidato dal marito/coreografo Gaston (Gael Garcia Bernal). La loro unione è in crisi perchè Palo, il bambino di sei anni che avevano adottato, ha tentato di incendiare la loro casa, deturpato il volto della sorella di Ema e provato a sopprimere un gatto e per questo è stato affidato a un tutore. Lei danza per le strade della città con svariate amiche e compagni di letto, cercando compulsivamente quelle nuove relazioni che le permettano, senza alcuna consequenzialità, di uscire dall’empasse in cui la sua esistenza si trova aggrovigliata. La giovane riesce persino a proporsi come consuelor di coloro che le confessano i propri drammi e verso i quali è prodiga di consigli. Ed e’ proprio la ricca, forse eccessiva complessità del personaggio a renderlo divisivo nei confronti di un pubblico in larga parte perplesso verso un intento pur notevole per temi e linguaggio. Ma forse è proprio su questa alteritá che ha scommesso un non certo sprovveduto Larrain.

In seguito al successo di Easy Rider (1969), il credito di Dennis Hopper a Los Angeles si impennó al punto che fu subito scritturato per recitare in Out of the Blue. “Due settimane dopo sostituì il regista e con piena autonomia, perché le due ore e mezza di riprese già realizzate erano inutilizzabili. Riscrissi l’intera sceneggiatura nel fine settimana e cominciai a girare il lunedì. Sotto molti aspetti, è forse il mio film migliore. Parla della società Nord Americana e dello sgretolamento del suo nucleo familiare. Io ritraggo la protesta sociale, non riesco a farne a meno. Non conosco molto del passato, non sono interessato al futuro né allo spazio. Mi piace fare cose su quello che vedo. Per una persona come me è un miracolo avere l’opportunità di dirigere un film: non ascolto nessuno, e gli unici collaboratori che ho sono i miei attori.”

Don Barnes (Dennis Hopper) è un camionista condannato perché, ubriaco alla guida del suo grosso camion ha travolto uno scuolabus causando molti decessi tra i giovanissimi passeggeri. CeBe, sua figlia, è un’adolescente ribelle ed emarginata, ossessionata da Elvis Presley e dai Sex Pistols. Sua moglie, Kathy, fa la cameriera ma è una tossicodipendente alla ricerca di altri uomini con cui stordirsi incluso Charlie, il miglior amico del marito. La ragazzina scappa di casa per raggiungere il distretto Underground di Vancouver ma in seguito a una rissa con dei Punk si ritrova in libertà vigilata, sotto la sorveglianza del benevolo psichiatra Dr. Brean (Raimod Burr). Dopo la scarcerazione di Don, la famiglia tenta di tornare a essere unita e ricominciare da capo, ma la situazione presto precipita verso la tragedia. All’epoca, il grande critico cinematografico Roger Ebert lo definì “Un amaro, indimenticabile poema sull’alienazione. Uno dei tesori ignorati tra gli ultimi film indipendenti.” Sicuramente tra i piú interessanti Classici Restaurati presenti quest’anno alla Mostra.

Successo meritato per il fuori concorso Seberg, diretto da Benedict Andrews e interpretato da Kristen Stewart nel ruolo di Jean Seberg, l’attrice americana lanciata da Jean-Luc Godard in Fino all’ultimo respiro e diventata poi icona della Nouvelle Vague. Il film racconta una vicenda poco nota della sua vita a 40 anni dal suicidio: la persecuzione subita dall’Fbi del temibile Edgar Hoover, in quanto sostenitrice del movimento delle Black Panthers.

Woman racconta, mostra e inneggia l’Essere donna malgrado le discriminazioni di ogni genere alle quali esse sono spesso, purtroppo, ancora soggette. E non solo nel cosiddetto terzo o quarto mondo ma anche nelle civilissime aree del capitalismo più sviluppato, ovvero proprio a casa nostra, come la cronaca riporta di frequente.

Il fenomeno è presente presso tutte le razze, culture e latitudini. Eppure molti di quei corpi ma soprattutto i volti ritratti dal grande fotografo-ambientalista francese, spogliati da qualsiasi maschera li possa abbellire, rimangono sempre ineffabili nella potente, abbagliante energia che emanano. Nemmeno le orrende deturpazioni dovute alla violenza degli uomini possono cancellare ció che costituisce la natura del Femminile. Sono le women di ogni parte del pianeta, orribilmente sfregiate, vittime di mutilazioni inferte per odio o obblighi religiosi, stuprate per dovere coniugale, sottoposte a ogni genere di aberrazione e di abbrutimento umano che continuano a splendere della loro profonda forza interiore. “Gli uomini pensano che noi siamo deboli in quanto donne invece siamo forti proprio perché siamo donne”. La decadenza fisica, l’abbandono dei figli, dei compagni, dei familiari, le disgrazie, l’invecchiamento, niente sembra poter piegare la volontà di vita delle protagoniste dei primissimi piani di Arthus Bertrand. Un film per tutti ma soprattutto per quell’altra metà del cielo a cui le donne avranno ancora per molto da insegnare.

Attesissima oggi al Palazzo del Cinema, Julia Elizabeth Welles in arte Julie Andrews, bambina prodigio prima ancora di My Fair Lady (1955) e Mary Poppins (Oscar 1964) alla quale sará consegnato il Leone d’Oro alla carriera di questa edizione.

Tante le superstar in arrivo e partenza, da Jude Law a Merryl Streep, da Stephen Soderbergh a Penelope Cruz, Harvey Keitel e Spike Lee. Domani sarà un altro giorno.

- Sito della Mostra di Venezia:

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