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Relazione semestrale della Dia 2021: la necrosi dell’economia italiana

L’ultima relazione semestrale della Dia, relativa al periodo giugno-dicembre 2021, è stata pubblicata circa un mese fa.

di francoplat - mercoledì 9 novembre 2022 - 1252 letture

Sono passati trent’anni dall’elaborazione del primo rapporto della neonata Direzione investigativa antimafia: era un resoconto di circa cinquanta pagine, redatto a macchina, nel quale affiorava la tragedia delle duplici stragi di Capaci e di via D’Amelio. Iniziava nel sangue l’esperienza di un centro investigativo voluto dallo sguardo lucido e capace dei due giudici uccisi dalle cosche mafiose.

Sono passati trent’anni, la Dia ha continuato, semestre dopo semestre, a pubblicare relazioni e resoconti, grafici e tabelle, analisi dettagliate che, nei decenni, hanno visto quei circa cinquanta fogli dattiloscritti divenire cinquecento pagine digitali. E alla metamorfosi dei caratteri a stampa, oltre che del numero di pagine, si è associata la metamorfosi del fenomeno mafioso. Trasformazione largamente rintracciabile nelle migliaia di pagine che, dal 1992 a oggi, gli estensori delle relazioni semestrali hanno redatto: certo a volte in ritardo, ma l’evoluzione dei traffici illeciti, le linee di raccordo tra le mafie autoctone, l’ingresso graduale e incessante delle mafie straniere si trovano puntualmente analizzati in quei documenti. Circa quest’ultimo aspetto, le mafie straniere nel nostro Paese, risulta di un qualche interesse quanto riportato dalla relazione del secondo semestre 2021, “Focus: caratteristiche salienti e profili evolutivi della criminalità nigeriana in Italia», secondo la quale quella africana sarebbe una mafia aggressiva, di cui si conoscono ancora poco i contorni e pericolosa perché capace di «insediarsi proficuamente in ambiti territoriali comunemente caratterizzati da un basso spessore delinquenziale».

Dunque, documenti ricchi di informazioni. Ammesso e non concesso, che qualcuno abbia voglia di leggerli. Perché davvero stupisce e fa pensare che le nervature del cancro mafioso siano così palesi ed evidenti all’interno di quelle relazioni, così chiare e pressanti le richieste di intervento su alcuni fronti, così inequivocabili gli aspetti più devastanti del fenomeno mafioso e, nonostante ciò, le mafie continuino a rappresentare, nelle agende di quegli stessi partiti a cui la Dia parla, una sorta di oggetto mancante. Si ha l’impressione, scorrendo le pagine di quei documenti, che appartengano a una sorta di meccanismo inerziale: ogni sei mesi vengono pubblicati, aggiungendo o integrando, eliminando o correggendo, ma quella profluvie di parole resta candidamente ignorata o, quantomeno, le si getta uno sguardo frettoloso e altrettanto meccanico.

Eppure, sono documenti importanti, trasudano competenze e impegno, sforzi conoscitivi e sacrifici; anche di vite umane. Per quanto, leggendo l’ultima relazione, queste appaiano in decrescita. Si è detto che la prima relazione, quella del 1992, grondava di sangue. Ora non è più così. Chi ha redatto il documento spiega, infatti, che l’analisi condotta dalla Dia conferma ancora una volta che «il modello che ispira le diverse organizzazioni criminali di tipo mafioso appare sempre meno legato a manifestazioni di violenza e diversamente rivolto verso l’infiltrazione economico-finanziaria». E, immediatamente dopo, celebra la lungimiranza di Falcone e Borsellino, capaci, trent’anni fa, di prevedere questa linea di tendenza, tanto che la stessa Dia è parte integrante di quell’architettura antimafia voluta dai due giudici e finalizzata «a colpire i sodalizi anche sotto il profilo patrimoniale arginandone il riutilizzo dei capitali illecitamente accumulati nell’ambito dei mercati economici per evitarne l’inquinamento».

Ai magistrati “martiri” ciò era chiaro o, almeno, prevedibile alcuni decenni fa. Era chiaro il trend illecito e chiari erano gli strumenti di contrasto, per quanto ancora grezzi. A leggere le “conclusioni” della più volte richiamata relazione semestrale, quella chiarezza sembra essere rimasta nell’acume di Falcone e Borsellino, ma disattesa sul piano di un reale e profondo, continuativo contrasto del fenomeno mafioso dell’infiltrazione dell’economia italiana. Una «silente infiltrazione economica», si trova scritto, resa possibile da «forme di connivenza con professionisti estranei a contesti criminali»: le consorterie mafiose sono duttili, dotate di grandi capacità di adattamento e accrescono velocemente il loro bagaglio di relazioni utili, il loro capitale sociale.

Citando uno studio della Banca d’Italia – «La criminalità organizzata in Italia: un’analisi economica», di Sauro Mocetti e Lucia Rizzica, reperibile in rete –, gli esperti della Dia rendono noto un dato significativo: «i volumi di affari legati alle attività illegali sono ingenti e si può stimare che rappresentino oltre il 2 per cento del PIL italiano. A tali valori occorre poi aggiungere i proventi delle mafie ottenuti attraverso l’infiltrazione nell’economia legale». Giusto per dare conto delle cifre, si parla di circa 38 miliari di euro l’anno, qualcosa come 104 milioni al giorno, pari alla cifra per le spese militari immaginata dal “decreto Ucraina”.

Cosa cercano le mafie, soprattutto al Nord? Un PIL pro capite più elevato e una spesa pubblica che condizioni maggiormente l’economia locale. Dunque, professionisti e pubblici amministratori piegati alla forza corruttiva mafiosa, insieme a politici e agenti economici locali infedeli, creano le condizioni ottimali perché le consorterie criminali si innestino su un territorio, finendo così per necrotizzarlo. È sempre la Dia, attraverso la relazione della Banca d’Italia, a parlare: la presunta maggiore liquidità di un territorio, per così dire, incistato dal denaro mafioso, se in un primo momento pare positiva e virtuosa, «si rivela, invece, nel tempo un fattore che indebolisce progressivamente la rete produttiva e imprenditoriale sana poiché frutto di logiche di mercato falsate che innescano un inesorabile inquinamento economico vizioso». Forse può servire sottolineare che, a fronte di un potenziale azzeramento dell’indice di presenza mafiosa nel Mezzogiorno, secondo alcune stime si assisterebbe, in questa parte della penisola, «a un aumento del tasso di crescita annuo del PIL di 5 decimi di punti percentuali (circa il doppio rispetto all’analogo esercizio per il Centro Nord)».

Per ribadire il concetto della necrosi economica dei territori in cui i legami corruttivi connettono i gruppi criminali alla pubblica amministrazione e, per tale ragione, incidono sulla spesa pubblica a danno dell’interesse generale, la Banca d’Italia compara i diversi esiti dell’elargizione di fondi pubblici alle aree colpite da calamità naturali: il Friulia Venezia Giulia e l’Irpinia. A fronte della maggiore crescita in Friuli, rispetto quella che si sarebbe verosimilmente realizzata in assenza del terremoto, in Campania l’ingente afflusso di trasferimenti pubblici per far fronte alle spese di ricostruzione ha determinato una crescita minore e ciò in virtù del «maggior grado di distrazione dei fondi pubblici». A livello esemplificativo, sempre nel documento evocato dalla Dia, gli autori evidenziano come «l’insediamento di organizzazioni mafiose in Puglia e Basilicata nei primi anni Settanta avrebbe generato nelle due regioni, nell’arco di un trentennio, una perdita di PIL pro capite del 16 per cento circa».

Quanto ai modi attraverso i quali la criminalità influenza l’economia reale, il ventaglio è davvero ampio: dalle risorse stornate per contrastare l’attività mafiosa, sottraendole agli investimenti produttivi, alla riduzione degli investimenti privati per via dell’ingerenza delle consorterie criminali; dalla distorsione nella spesa e nell’azione pubblica alla fuga dei giovani più capaci dalle regioni in cui le mafie deprimono il mercato del lavoro e l’istruzione alla selezione e ai comportamenti della classe politica locale. Una classe politica «meno preparata e più connivente facilita l’espansione del controllo mafioso e alimenta le distorsioni allocative delle risorse pubbliche».

È un quadro piuttosto depresso, quello dell’economica italiana tratteggiato dalla Dia. E anche deprimente, se si considera che le conclusioni della relazione ribadiscono in più punti una peculiarità delle mafie storiche, che le distingue dalla criminalità ordinaria: quella di “fare sistema”, quella di creare un capitale sociale, ossia l’insieme delle relazioni con il mondo esterno, in grado di estendere gli interessi illeciti anche su contesti territoriali sino ad allora privi della presenza mafiosa. Queste «forme di illecita convivenza delle organizzazioni mafiose e dei funzionari infedeli degli Enti nel semestre in esame paiono abbastanza diffuse in tutte le matrici mafiose storiche».

Si è detto in tante occasioni su questa stessa rivista: l’homo mafiens è mutato, è indistinguibile, è duttile, assomiglia a noi; non è una novità, non è una scoperta clamorosa. Lo si legge da anni sui resoconti semestrali della Dia, ma pare un appello vano. Vox clamantis in deserto, avrebbero detto gli antichi.

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