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Pippo Pollina a Roma: il Piccolo Eliseo ringrazia

Lunedì 14 marzo, ore 21:30, Roma. Il Piccolo Teatro Eliseo è gremito di gente. La novità della scoperta per alcuni, la stima consolidata e il piacere di ritrovare visi noti per altri:

di s. d. - mercoledì 23 marzo 2005 - 5911 letture

dalla Sicilia, da Ancona, da Napoli, da Firenze, perfino dalla Germania; il collante è la musica, il fine condiviso l’emozione, e non solo. Ai concerti di Pollina è sempre così.

Il clima è familiare, si comincia a chiacchierare anche se non ci si conosce. Finalmente si abbassano le luci: le prime note sono quelle di "Banneri". Seguono "La luce di Norrora", "L’organetto di Montmartre" e "Bossa in viaggio". Una riflessione sul tema del viaggio e un aneddoto introducono "Amsterdam", traduzione italiana della nota canzone di Jacques Brel, il quale, sostiene Pollina, "dà un’immagine spergiura ma mai volgare" della città. E’ ancora una digressione, stavolta sulle differenze tra le varie lingue del mondo e sull’ambiguità della parola "tempo" in italiano, ad introdurre "La pioggia di Vancouver", canzone-denuncia che affronta il tema della politica italiana di dieci anni fa. Ancora politica ne "I cento passi", dedicata alla storia di Peppino Impastato. I toni si quietano poi con "Nostalgia de tango", e "Bar Casablanca" chiude la prima parte del concerto con un’impennata di voci e strumenti.

Il secondo tempo si apre con "Sambadiò". Progressivamente, le luci si abbassano. "Signore, da qui si domina la valle". "Il giorno del falco". In sala è silenzio assoluto. Poi, un’esplosione di strumenti: "Chiaramonte Gulfi", introdotta da una descrizione della località e delle reazioni entusiastiche degli abitanti, lieti del fatto che il nome del loro paese sia il titolo di una canzone! "Il pianista di Montevideo", storia di un ambiente in cui la musica è mero sottofondo, e di un pianista uruguayano che si aliena: legge di sopravvivenza. Ancora due canzoni tratte dall’ultimo CD, "Anche quando" e "Il cameriere del principato", e il secondo tempo si chiude su "Semiseria proposta di matrimonio", accompagnata dal pubblico che batte le mani a tempo e suggellata dalla presentazione dei musicisti che eseguono, a turno, magnifici assoli.

Ma il pubblico non smette di applaudire, ed è la volta dei bis: "Finnegan’s wake" viene introdotta da un duo di chitarra e percussioni irriconoscibile persino ai più incalliti - e remoti - estimatori di Pollina. E’ l’apoteosi degli strumenti. "La luna e i falò" e "Questo amore", invece, vengono eseguite, a luci basse, soltanto con voce e pianoforte.

Con "Versi per la libertà" a capella, Pollina e i musicisti, visibilmente stanchi, chiudono definitivamente il concerto.

Un elogio al carisma di Pollina e alla qualità della sua canzone che, seppur disturbata, a Roma, dalla pessima acustica del Piccolo Eliseo, si distingue, come sempre, per l’incisività dei temi e l’altezza del messaggio, nonché per la musica, che accompagna i testi con fedeltà e precisione. Un plauso particolare va ai musicisti di sempre, Antonello Messina ed Enzo Sutera, acclamati professionisti e preziosi interpreti, e alle "new-entry", Toti Denaro e Luca Lo Bianco, per il dignitoso esordio nella formazione.

Insomma, se dovessero suonare dalle vostra parti, andateli a sentire.


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