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Mafia style: l’espansione planetaria delle organizzazioni mafiose

Non è solo il variegato ed eterogeneo insieme delle attività illecite che desta allarme, quanto una sorta di inebetito ottundimento delle coscienze dei cittadini.

di francoplat - mercoledì 3 maggio 2023 - 1670 letture

Che le mafie italiane stiano proiettandosi ordinariamente fuori dai confini nazionali, è cosa nota. Da decenni ormai, al di là della declinazione statunitense delle consorterie criminali siciliane già attestata nel primo Novecento, il fenomeno espansivo delle organizzazioni mafiose italiane è registrato e raccontato con allarme da varie fonti: giudiziarie, giornalistiche, sociologiche, narrative ecc. Il dato è stato ripreso nell’ultima relazione pubblicata dalla Dia, relativa al primo semestre 2022 e presentata una decina di giorni fa. Non si tratta certo di un problema connesso alle sole cosche italiane, visto che il documento precisa che «le organizzazioni criminali italiane e straniere ormai sono strutture che valicano sistematicamente i confini nazionali, costituendo una crescente minaccia per la sicurezza degli Stati, delle loro economie e dei diritti dei cittadini».

Si è così assuefatti a tali discorsi che le parole finiscono per rimbalzare in una sorta di spazio nebuloso, quello dei concetti ripetuti, masticati e rigettati, ormai privi di costrutto e di senso. Eppure, non si tratta di contenuti irrilevanti: si parla di sicurezza degli Stati, di economie in pericolo, di diritti lesi ed erosi. In un discorso tenuto a Roma nel giugno dello scorso anno alla Scuola superiore della Magistratura, Filippo Spiezia, vice-direttore di Eurojust – l’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale, con sede a L’Aia –, ha ribadito come l’azione delle mafie costituisca un’autentica emergenza e non solo di natura economica. Guardando al contesto Ue, Spiezia ha osservato, infatti, che il danno economico si associa a un danno forse più grave e irreparabile, ossia al progressivo sfilacciarsi della fiducia dei cittadini nelle istituzioni, alla graduale perdita di credibilità di queste ultime. Inoltre, se lo Stato di diritto arretra – rilevava il magistrato –, se i suoi elementi costitutivi involvono e si erodono, ciò favorisce «lo sviluppo di situazioni di impunità e collusione e l’affermazione della criminalità, anche organizzata». A tale proposito, ha citato i casi di Polonia, Ungheria, Romania, dove un assetto costituzionale e legislativo involutivo ha prodotto «una riduzione degli standard di protezione, con l’adozione di politiche vessatorie nei confronti di giudici, pubblici ministeri, avvocati o giornalisti, ovvero nei confronti di colori che svolgono funzioni di controllo, contrasto e denuncia dell’esercizio arbitrario del potere».

Certo, non si possono accusare le sole mafie dell’arretramento dello Stato di diritto e dell’abrasione della più generale impalcatura del welfare state e dell’assetto dei diritti fondamentali all’interno dell’Europa, sia essa o meno aderente all’Ue. È evidente che lo smantellamento dei diritti collettivi e individuali in Europa, e fuori d’Europa, attenga ad altri potentati. Tuttavia, le mafie contribuiscono al complessivo sfaldamento di tale assetto e di tale impalcatura e il fenomeno, guardato con gli occhi di un’agenzia di contrasto quale la Dia, pare preoccupante. Al di là della penetrazione specifica in altri Stati europei ed extra-europei di cui si dirà più avanti, la Direzione investigativa antimafia, sorretta dalle analisi dell’Europol (Ufficio europeo di polizia), sottolinea come i gruppi criminali partecipino alla vita politico-amministrativa per accedere «alle risorse finanziarie di cui dispone la pubblica amministrazione e ne condizionano le attività con la connivenza di politici e funzionari» e precisa che il condizionamento dell’apparato politico-amministrativo «si manifesta soprattutto nel settore degli appalti e dei lavori per la realizzazione di opere pubbliche, dei finanziamenti pubblici, dello smaltimento di rottami e rifiuti, nonché dei contatti diretti all’acquisizione di beni di ogni tipo e alla gestione di servizi».

Non è solo il variegato ed eterogeneo insieme delle attività illecite che desta allarme, quanto una sorta di inebetito ottundimento delle coscienze dei cittadini; dentro e fuori dal nostro Paese. Così come è noto che le mafie stanno espandendosi a livello planetario, indirizzandosi verso attività sulle quali si tornerà più avanti, è risaputo anche che, da anni ormai, le consorterie più strutturate stanno adottando una strategia di “inabissamento” che consente loro di essere meno esposte. I clan si mimetizzano nella società e conducono i loro traffici illeciti in condizioni di relativa tranquillità, agendo con «modalità silenziose, affinando e implementando la capacità d’infiltrazione del tessuto economico-produttivo anche avvalendosi delle complicità di imprenditori e professionisti, di esponenti delle istituzioni e della politica formalmente estranei ai sodalizi». Tale inabissamento, a cui corrisponde una sostanziale diminuzione del ricorso alla violenza, comporta, appunto, il rischio di una ridotta percezione della pericolosità sociale della criminalità organizzata, soprattutto fuori dai confini nazionali.

La disattenzione o la guardia abbassata nei Paesi estranei alla presenza secolare o decennale delle organizzazioni mafiose ha influito sulla polarizzazione degli interessi criminali in quelle aree, anche in virtù di lacune normative o di legislazioni anticrimine meno stringenti, soprattutto sotto il profilo patrimoniale. Dunque, i motivi di allarme sono molteplici: una rete sempre più stretta di interessi illeciti, una legislazione e una società civile poco guardinghe, poco attente nel recepire i segnali di una presenza inquinante che inquina le economie degli Stati attraverso «consorterie criminali multi service provider, in grado di sfruttare nel mondo digitale la capacità organizzativa di fare networking, di stabilire alleanze operative e strategiche tra gruppi diversi, anteponendo l’unità di intenti alle lotte interne».

Le organizzazioni mafiose si strutturano in reti, stabiliscono alleanze e strategie, suddividendosi compiti e risorse, trovando nella Rete uno strumento potente di affermazione. Perché se è vero che alcuni dei settori legati ai traffici illeciti sono quelli tradizionali, a partire dal più redditizio, ossia il narcotraffico, è anche vero che mutano le modalità di gestione delle sostanze psicotrope, a partire dalla loro vendita, condotta sempre più tramite il ricorso alla rete telematica. Accanto al mercato della droga, si accampa poi il contrabbando di TLE (tabacchi lavorati esteri), in ripresa e potenziato dai canali di trasferimento delle merci provenienti dall’Est Europa. Altro ambito di interesse criminale è quello del gioco d’azzardo e delle scommesse, legato a imprenditori prestanome che costituiscono «società “cartiere” con sede legale nei paradisi fiscali, atte a far nascere un mercato parallelo a quello legale finalizzato a realizzare smisurate forme di guadagno e, nel contempo, a riciclare cospicue quantità di denaro». E, ancora, la produzione e la commercializzazione di beni contraffatti o di carburanti, la commercializzazione di esseri umani, l’erogazione di servizi finanziari con prestiti ad usura, il riciclaggio attraverso circuiti fiducia e, più recentemente, attraverso le forme di moneta virtuale in grado di assicurare sufficienti condizioni di anonimato (le cripto valute), l’acquisizione di attività economiche nei settori dell’edilizia, della ristorazione, alberghiere, logistica, security, attività di falsa fatturazione.

In tutte queste attività, la Rete è padrona, tanto che la relazione della Dia precisa che l’uso delle innovazioni tecnologiche ha assunto un ruolo cruciale nell’ambito delle organizzazioni criminali, «capaci di sfruttare la crittografia nelle comunicazioni ed i molteplici strumenti che il mondo digitale mette a disposizione per pubblicizzare merci illegali o per diffondere la disinformazione facendo del Web l’ambito in cui viene svolta la maggior parte delle attività lucrative». Non si trascuri la notazione relativa alla diffusione della disinformazione, nuova potente arma di distrazione di massa, di offuscamento delle coscienze, di disorientamento. E le coscienze europee e mondiali di disorientamento ne hanno conosciuto, in particolare da tre anni a questa parte, prima con la cosiddetta “emergenza” Covid19, ritenuta da più parti una fonte preziosa di risorse per le cosche, e adesso a seguito del conflitto tra Russia e Ucraina.

Tale conflitto si configura come nuovo, lucroso business per i clan: ciò in relazione alla questione della diffusione delle armi, com’era accaduto in passato a seguito della guerra balcanica. È l’Agenzia Europol che, già agli esordi del conflitto russo-ucraino, aveva messo in guardia sulla possibilità che le armi inviate sul fronte di guerra potessero essere intercettate da trafficanti interessati a rifornire la criminalità organizzata continentale. A tale proposito, il capo dell’Interpol, Jurgen Stock, ha osservato: «una volta terminato il conflitto grandi quantità di materiale bellico spedito in Ucraina inonderanno il mercato internazionale, come accaduto in passato per altri teatri di guerra. I gruppi criminali cercano di sfruttare queste situazioni caotiche e la grande disponibilità di armamenti, anche pesanti. Tali armi saranno disponibili sul mercato nero. Nessun paese o regione può affrontarlo individualmente, perché questi gruppi operano a livello globale».

Quanto alla geografia della presenza delle mafie italiane all’estero, la relazione più volte citata passa in rassegna il quadro europeo, allargandosi poi alla realtà extra-continentali. Non è possibile citare tutti gli Stati in cui le consorterie criminali nostrane mostrano una straordinaria vitalità, tuttavia vale la pena guardare qua e là, a partire dalla Spagna, attualmente una delle principali porte d’ingresso in Europa della cocaina e dell’hashish, dove le mafie italiane si occupano, in particolare, di riciclaggio e di copertura dei latitanti. Altro paese latino, la Francia, le cui regioni a rischio sono quelle nella zona alpina, la Provenza, la Costa Azzurra, all’interno delle quali operano cosche mafiose che, accanto allo smercio di droga, riciclano capitali illeciti nei settori immobiliari e del turismo, utilizzando peraltro questi territori come luogo di ricezione dei latitanti. Poi il Regno Unito, la cui deregolamentazione in atto da diverso tempo consente ai mafiosi aprire società offshore e di reinvestire proventi di attività illecite nel tessuto economico sociale, profittando inoltre di un assetto giuridico che non persegue alcune attività, dal narcotraffico, in cui eccelle la ‘ndrangheta, alla contraffazione di merci dominio delle consorterie camorristiche. Altra area fortemente esposta è, poi, quella tedesca, regione ricca nella quale si assiste a una vera e propria spartizione delle attività illecite: se il narcotraffico è appannaggio della ‘ndrangheta, la mafia siciliana e la camorra si riservano, rispettivamente, il settore edile e la vendita di merci contraffatte. Per non contare alcuni Paesi dell’Est europeo, come Bulgaria o Romania, fondamentali per la cosiddetta “rotta balcanica” degli stupefacenti, nella quale la criminalità locale opera di concerto con le grandi holding mafiose nostrane. Il quadro si allarga, poi, alle Americhe e all’Australia, territori in cui le basi logistiche mafiose sono impiantate da decenni.

Il dato più rilevante, in termini geo-criminali, pare però quello sottolineato dal già citato Filippo Spiezia. In un’analisi che ha quale focus l’area europea, ma che allarga la prospettiva in chiave planetaria, il vice-direttore di Eurojust osserva, infatti, che negli ultimi anni non si sta assistendo soltanto a fenomeni di colonizzazione della criminalità organizzata in paesi stranieri, «con l’inserimento di teste di ponte, all’estero, di organizzazioni mafiose», laddove lo richiedano i mercati o nelle zone di transito della droga o, ancora, nelle aree favorevoli al riciclaggio internazionale, quali i paradisi fiscali o penali. La novità è data da un altro, evidente processo in atto, ossia «una vera e propria delocalizzazione dei centri decisionali all’estero di molte organizzazioni mafiose». A sostegno della propria tesi, il magistrato porta due esempi: da un lato, l’entità dell’insediamento a Dubai di esponenti di alto livello delle cosche mafiose e, dall’altro, la scelta di creditori esteri di rivolgersi ai clan per intervenire in caso di insolvenze, tralasciando così di muoversi sulla strada legale e testimoniando come «la fama criminale dell’organizzazione sia direttamente percepita e riconoscibile anche in comunità estere, a conferma dell’intervenuto controllo del territorio».

Insomma, il mafia style è un marchio perfettamente coerente con alcune dinamiche macro-economiche, in grado di inserirsi nei meccanismi del «capitalismo più sfrontato», a cui giova la capacità delle consorterie criminali di spostare significative quantità di denaro o di offrire servizi a basso costo, riconoscendo tacitamente la criminalità come soggetto con cui interloquire, come attore dinamico e funzionale alle logiche del mercato e del profitto, in un rapporto di scambio reciproco che aumenta, alla fine, il capitale sociale mafioso e il capitale economico più cinico e strozza, via via, le economie e, di fatto, i diritti e le libertà. Tutto ciò dinanzi a cittadini scarsamente consapevoli del problema o, peggio, consapevoli e complici delle opportunità che la violenza privata organizzata mafiosa può offrire agli interessi privati.


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