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Le inquietudini islamiche e il mondo

"Dobbiamo elaborare una politica ispirata a un criterio di dignità, e quindi di indipendenza dai falchi di Washington. Da questo punto di vista, negli ultimi tempi abbiamo fatto, come i gamberi, parecchi passi indietro. ". Un articolo di Giuseppe Giaccio (Diorama Letterario)
di pietro g. serra - mercoledì 24 maggio 2006 - 5092 letture

Dopo la vittoria di Hamas

La schiacciante vittoria di Hamas, da alcuni temuta e da altri sperata, alle elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo (il parlamento della tuttora embrionale entità politica) palestinese, spariglia le carte nell’area mediorientale. Dirlo sarà anche scontato, ovvio, un po’ come scoprire l’acqua calda, ma, al momento, questa è l’unica cosa che si può affermare con certezza. Il resto sono solo ipotesi, supposizioni, desideri, non sempre lodevoli, spacciati per realtà (wishful thinking, come dicono gli anglosassoni). O, peggio ancora, asserzioni propagandistiche dettate dalla necessità di compiacere la parte politica nella quale si milita.

La Palestina era, sino a poche settimane fa, un teatro nel quale da molti anni si recitava sempre il medesimo copione. Gli spettatori, che in alcuni casi diventavano essi stessi attori di importanza non secondaria, dichiaravano (qualcuno, probabilmente, mentendo) di non gradirlo, ma siccome il cartellone non offriva altro, si faceva di necessità virtù. Visto con occhi occidentali, il dramma avrebbe potuto intitolarsi, mutuando il titolo di un noto film di Sergio Leone, Il buono, il brutto e il cattivo, laddove il buono, ça va sans dire, è lo stato di Israele, di questo piccolo popolo che, secondo la retorica ufficiale, superando mille ostacoli si è insediato in un territorio vuoto e desolato, trasformandolo in un nuovo paradiso terrestre.

In questo contesto, il ruolo del cattivo è ricoperto dai palestinesi, i quali sono descritti dall’intellettuale israeliana Tanya Reinhart, allo scopo di illustrare la mentalità prevalente nell’establishment israeliano, peraltro non coincidente col suo pensiero, nei seguenti termini: “Persone violente, intransigenti, fanatiche, che respingono le generose offerte di pace israeliane. Qualunque cosa si proponga loro, ne vogliono sempre di più. Sono massimalisti, pronti a mandare i loro bambini a morire per pochi centimetri di quella che essi considerano come la loro terra. La loro vera natura è di essere terroristi e il loro vero obiettivo è di gettare a mare tutti gli ebrei” (Détruire la Palestine ou comment terminer la guerre de 1948, La Fabrique, Paris 2002). Davvero gente cattiva, non c’è che dire! A poco a poco, da questa massa dannata e rozza è venuto però enucleandosi un gruppo, costituito dalla galassia Olp-Fatah e che aveva in Arafat la sua espressione più rappresentativa, nei cui confronti la diffidenza rimaneva obbligatoria, trattandosi in ogni caso di brutti ceffi, con i quali, tuttavia, per ammissione unanime, almeno a partire dagli accordi di Oslo del 1993, era comunque possibile trattare, anche perché il negoziato non era eccessivamente impegnativo, risolvendosi - citiamo ancora la Reinhart - in uno schema molto semplice e al contempo redditizio per Tel Aviv: “Israele dettava, Arafat protestava e lanciava alte grida, dopodichè firmava”. Hamas, l’organizzazione fondata dallo sceicco paralitico Ahmed Yassin (assassinato da un missile israeliano lanciato da un elicottero), faceva, in fondo, comodo sia ai “buoni” israeliani, sia ai “brutti” palestinesi di Arafat. Insistendo sul suo estremismo terroristico, infatti, i primi potevano giustificare di fronte alla comunità internazionale la loro ritrosia a riconoscere i diritti dei palestinesi, i secondi potevano accreditarsi fra gli stessi palestinesi come gli unici in grado di negoziare col nemico. Il risultato era un permanente stallo, al quale il popolo palestinese ha ora posto fine.

Questo è, almeno potenzialmente, un fatto positivo, in primo luogo perché introduce un elemento di novità e discontinuità in una vicenda che sembrava essere sfociata in un vicolo cieco e poi perché potrebbe costringere tutti gli attori di quella delicata e bollente area del mondo a ripartire da zero e a elaborare una nuova (e, si spera, efficace) strategia. Gli sguardi degli osservatori sono puntati su Hamas, per cercare di capire come si muoverà. In particolare, ci si chiede se continuerà con gli attentati e i kamikaze o conoscerà un processo di istituzionalizzazione, come è successo a suo tempo all’Olp. È comprensibile che sia così, almeno nel breve periodo. Il clamoroso successo elettorale trascina inevitabilmente il “Movimento della resistenza islamica” (questo il significato di Hamas, acronimo che vuol dire anche entusiasmo, fervore, zelo) sotto i riflettori. Ma se si vuole puntare su una vera pace, i passi decisivi dovrà farli Israele. È quest’ultimo, infatti, ad occupare territori che non gli appartengono, sia militarmente, sia con coloni civili. E il passo più importante, propedeutico all’apertura di seri negoziati con i palestinesi che toglierebbero ai terroristi l’acqua dell’ingiustizia e della prevaricazione nella quale nuotano, è l’applicazione della risoluzione 194 dell’assemblea generale delle Nazioni Unite dell’11 dicembre 1948, con la quale si riconosce il diritto dei palestinesi espulsi dalle loro terre al ritorno e a un equo indennizzo (risoluzione approvata, non è inutile ricordarlo, anche con i voti favorevoli degli Stati Uniti e della Gran Bretagna) e della risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza, datata 22 novembre 1967 e approvata all’unanimità, nella quale si chiede alle forze armate israeliane il ritiro “dai territori occupati in occasione del recente conflitto”, dopo aver sottolineato la “inammissibilità” di acquisizioni territoriali attraverso lo strumento bellico.

L’abbandono di Gaza e di quattro insediamenti in Cisgiordania, che ha consentito ai mezzi di informazione una frettolosa “santificazione” del falco Sharon, subito trasformato in colomba e uomo di pace, è una mossa che, accoppiata alla costruzione del famigerato muro divisorio, si colloca in una direzione esattamente opposta, mirando alla creazione di un ampio ghetto a cielo aperto che darà la possibilità di controllare meglio la popolazione palestinese. Va inoltre considerato che il grosso delle colonie degli occupanti si trova in Cisgiordania, dove oltre 2 milioni di palestinesi debbono subire la presenza e le quotidiane angherie di circa 300.000 israeliani difesi da uno dei più potenti eserciti del mondo.

Le prime reazioni del cosiddetto quartetto di mediatori della pace riunitosi a Londra subito dopo le elezioni in Palestina (Unione europea, Usa, Russia e Onu), con la loro richiesta rivolta ad Hamas di riconoscere lo stato di Israele sotto la minaccia di chiudere i rubinetti dei finanziamenti (che invece sono generosamente aperti in direzione Stati Uniti-Israele), non fanno ben sperare, in quanto incoraggiano il governo israeliano nel proseguimento della sua politica belligena e mettono in ombra il fatto che in Palestina la violenza originaria, primigenia, è quella perpetrata da Israele. Ferma restando la condanna del terrorismo, non si può non notare che Hamas ha le sue ragioni quando sostiene, attraverso il suo portavoce Sami Abu Zuhri, che “il quartetto avrebbe dovuto domandare la fine dell’occupazione e dell’aggressione israeliana e non domandare che la vittima riconosca l’occupazione e resti impotente di fronte all’aggressione”.

È difficile che i passi cui si accennava in precedenza, e che potrebbero far evolvere positivamente il conflitto israeliano-palestinese, possano essere computi da un establishment politico che ha sempre tratto la propria legittimità dall’esistenza di uno stato di tensione e di conflitto. I politici di professione, per non parlare dei militari (categorie che in Israele sono spesso confuse), hanno tutto da perdere in termini di potere, di presa sulla società, da un disarmo delle coscienze e delle menti, prima ancora che dei corpi e dei luoghi. Tuttavia si tratta di un passo difficile ma non impossibile. L’esempio di Rabin è significativo, come pure quello di Amir Peretz, ex leader della federazione sindacale Histadrut, membro di Peace now, di recente eletto presidente del partito laburista israeliano.

Peretz ha sempre sostenuto che “l’occupazione è anzitutto un atto immorale. E voglio che finisca non per la pressione palestinese, ma nell’interesse stesso di Israele”. Parlando, lo scorso novembre, davanti a 200.000 persone plaudenti, in occasione della cerimonia commemorativa dell’assassinio di Rabin da parte di un estremista di destra israeliano - cerimonia cui è intervenuto anche l’ex presidente statunitense Bill Clinton -, Peretz ha pronunciato un discorso forte e coraggioso, nel quale ha detto, tra l’altro: “Il nostro continuo dominio sui territori è il motivo per cui affondiamo nella palude e per cui Israele perde valori e moralità. Abbiamo bisogno di una roadmap morale, la cui stella polare deve essere il rispetto per la dignità morale. Una roadmap morale significa porre fine all’occupazione e firmare un accordo permanente con i palestinesi [...] Io sogno che un giorno la terra di nessuno tra Sederot e Beit Hanun fiorirà. Sogno fabbriche che nasceranno là, e luoghi di ricreazione e campi da gioco dove i nostri bambini e i bambini dei palestinesi possano giocare insieme, e costruire un futuro comune”.

Questo sogno si realizzerà solo quando la società civile israeliana lo sosterrà con una decisa spinta dal basso, quando farà propri i versi di una poesia di Aharon Shabtai, uno dei maggiori poeti israeliani contemporanei, intitolata “Se mi chiederete”, che ci piace riportare per intero.

Dice così: “Se mi chiederete/ di dare la caccia un ragazzo/ a 150 metri di distanza/ con un fucile a cannocchiale,/ se mi chiederete/ di sedermi in un tank e,/ dalle altezze della moralità giudaica,/ far penetrare una granata/ nella finestra di una casa,/ io mi toglierò gli occhiali/ e cortesemente borbotterò/ “No, signori!/ Rifiuto di spogliarmi,/ di sguazzare con voi/ nel bagno di sangue”./ Se mi chiederete/ di tendere le orecchie/ per consentirvi di cagarci dentro/ dirò scusandomi/ “No, grazie!/ Le vostre parole puzzano, preferisco sedermi sulla ciambella del mio cesso!”./ È meglio dunque che la smettiate/ perché se vi ostinerete,/ se continuerete a insistere/ che mi unisca alla vostra muta,/ perché insieme grugniamo, /insieme ci rotoliamo, /insieme ci facciamo crescere addosso/ setole di porco,/ insieme affondiamo/ le nostre narici di lupo/ nella carne cruda,/ perderò la pazienza/ e risponderò con fermezza:/ “Signor Primo Ministro,/ Onorevole Generale, / Eccellenza Deputato,/ Sua Santità il Rabbino, /leccatemi il culo!”.

La rabbia dell’islam e le sue cause

A Roma, sul colle Palatino, si trova un edificio risalente al tempo di Domiziano, il Paedagogium, all’epoca utilizzato come scuola per i paggi di corte, noto anche al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori, in quanto vi fu rinvenuto un graffito raffigurante un uomo in atteggiamento di preghiera davanti a un crocifisso con una testa d’asino e sotto il quale è leggibile la scritta: “Alexamenos adora il suo dio”.Alcuni studiosi vi hanno visto una satira anticristiana. Non tutti sono d’accordo con tale interpretazione, ma se essa fosse giusta, ci troveremmo di fronte a quella che potremmo definire, influenzati dalla cronaca di queste ultime settimane, come una “vignetta satanica” ante litteram. Evidentemente, la religione è sempre stata una fonte di ispirazione privilegiata per gli umoristi.

Tornando ai giorni nostri, e al putiferio scatenato in mezzo mondo dalla pubblicazione sul quotidiano conservatore danese “Jyllands-Posten” di dodici vignette dedicate al tema “I volti di Maometto”, ci viene in mente un proverbio della sapienza cinese: quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito.

Questo ci sembra, di primo acchito, il migliore commento possibile alla vicenda cui si è aggiunta, qualche giorno dopo lo scoppio del caso, quella, ben più tragica, dell’assassinio a Trebisonda, in Turchia, per ragioni ancora poco chiare al momento in cui scriviamo, di don Andrea Santoro (il giovane omicida arrestato ha addotto motivazioni religiose, ma sembra che sia collegato ad ambienti che controllano il locale traffico di prostitute contro il quale si batteva il sacerdote). Nella fattispecie, il dito è rappresentato dalle vignette anti-islamiche, che hanno dato la stura a indignate reazioni di diverso segno che ponevano al centro il fatto religioso, facendone poi derivare una serie di conseguenze variabili a seconda della sensibilità culturale del giornalista o dell’intellettuale chiamato in causa. Grosso modo, quelle principali sono tre.

Potremmo definire la prima reazione come espressione del politicamente corretto in salsa cattolica: riconoscimento della libertà di espressione del pensiero, temperata però dal rispetto per i valori religiosi, che tuttavia non debbono, a loro volta, conculcare la libertà altrui. Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte, un esercizio di equilibrismo che alla fin fine risulta alquanto insipido. La seconda è riconducibile all’ambiente dei cattolici integralisti e degli atei devoti: gli assalti ad ambasciate, consolati e luoghi di culto, le bandiere bruciate, gli inviti al boicottaggio e addirittura l’uccisione di un sacerdote sono la dimostrazione della pericolosità dell’islam e del suo progetto di conquista di un’Europa sempre più dimentica delle sue radici cristiane e della inassimilabilità del credo musulmano alla “superiore” civiltà occidentale. Scrostata la vernice cattolico-confessionale, non appare molto dissimile la posizione laica, per la quale le escandescenze delle masse islamiche fanatizzate dagli imam e dalla religione sono la prova della loro arretratezza culturale e della necessità di illuminarle con la luce della ragione, facendole così uscire da un medioevo che da secoli noi ci siamo per fortuna lasciati alle spalle, e consentendo loro di entrare nella maggiore età della modernità.

Nessuna di queste tesi coglie nel segno. Infatti, focalizzando il discorso sul contenuto anti-islamico delle vignette (sul dito), si perde di vista, anzi non si vede per niente, la luna, ossia il nodo di problemi a cui esse rimandano, e da cui traggono origine, e che non ha affatto un carattere religioso, bensì politico. Presumibilmente, è proprio questo effetto di occultamento che si vuole ottenere. Non c’è quindi, alla base di questa faccenda, solo stupidità, come si diceva all’inizio, ma anche calcolo. I filmati e gli articoli che mostrano o descrivono le folle inviperite inducono inevitabilmente lo spettatore medio occidentale a convincersi che questi musulmani sono proprio dei gran buzzurri se scatenano un tale inferno per due disegnini e che perciò è meglio tenersi (e tenerli) alla larga. E se non si decidono a rinsavire, sarà giocoforza usare metodi spicci.

Se, invece, proviamo a guardare la luna - se, in altri termini, proviamo a fare quello che i mezzi di informazione non hanno fatto - comprendiamo subito che la rabbia per l’islam vilipeso attraverso la figura caricaturale di Maometto è principalmente rabbia per la condizione di paria universale, globale, in cui versa il mondo musulmano, contro il quale tutto è lecito da parte dell’Occidente, e in particolare degli Stati Uniti - bombardare con l’uranio impoverito e il fosforo bianco popolazioni inermi, sequestrare, ovunque nel mondo, musulmani sbrigativamente etichettati come terroristi per poi trasferirli in prigioni segrete dove poterli torturare in tutta comodità - senza essere chiamati a risponderne. Mentre non accade il contrario: quando si tratta di musulmani, basta un semplice sospetto, come nel caso della presunta volontà dell’Iran di dotarsi di un arsenale nucleare, per minacciare ritorsioni, mobilitare l’Onu, prospettare scenari apocalittici. In queste circostanze non vale la reciprocità che viene per contro invocata dall’Occidente in ambito religioso a favore dei cristiani residenti nel dar al-islam.

Dal momento che il nodo dei rapporti con i musulmani è politico e non religioso, è evidente che va sciolto mettendo a punto una strategia politica. Gli statunitensi ne hanno già una, che è di tipo imperialistico e che esige, per sua stessa natura, non lo scioglimento del nodo, ma il suo aggrovigliamento. Quanto più si complicano le relazioni fra l’Occidente e i paesi islamici (ma anche fra l’Occidente e la Cina e l’India), tanto più si rivela indispensabile la presenza provvidenziale dello zio Sam, ovviamente in funzione di pacificatore, nonché di esportatore della democrazia e dei diritti umani - funzione benedetta da “The Economist” dello scorso 9 febbraio, secondo il quale l’esportazione di questo genere di merci costituisce la sola cosa buona che Bush abbia fatto finora (the one thing Bush got right). In realtà, si tratta, come sanno anche le pietre, di controllare il petrolio esistente in Medio Oriente, in attesa delle nuove fonti energetiche fatte balenare dal presidente degli Stati Uniti nel suo discorso sullo stato dell’Unione, e di cercare di contenere l’ascesa di un competitore globale, dopo il crollo dell’Urss. A questa politica aggressiva e belligena - foriera solo di disastri, perché a forza di alzare la posta arriverà prima o poi il momento in cui il banco salterà - l’Europa, essendo un ectoplasma, non ha sinora replicato, limitandosi a qualche balbettio o all’adesione servile mascherata con motivazioni ideali. Abbandonandoci per un attimo ad uno sfrenato ottimismo, proviamo allora a immaginare quale dovrebbe essere il principio guida che il cosiddetto Vecchio Continente dovrebbe seguire per cominciare ad abbozzare una risposta.

A nostro avviso, il primo passo da compiere consiste nell’abbandono dell’islam di “carta” in favore dell’islam di “carne”. La dicotomia non è di chi scrive, ma è rinvenibile nelle attente analisi dedicate all’islam e al suo impatto con l’Occidente dal sociologo Stefano Allievi (si veda, ad esempio, il suo Musulmani d’Occidente, Carocci, Roma 2005). L’islam di carta è quello monolitico e minaccioso che troviamo nelle invettive della Fallaci e negli scritti dei teorici neoconservatori. Un islam astratto, costruito a tavolino e imposto dai mass-media, che non ha alcuna corrispondenza con la realtà, ma che ha il vantaggio, dal punto di vista degli statunitensi e dei loro ascari, di essere un perfetto nemico, l’ideale cemento della coalizione filo-occidentale. Un islam che, per dirla ancora con Allievi, è più una fiction che l’oggettiva descrizione di un fenomeno. Quanto all’islam vero, di “carne”, si può dire che esso esiste al plurale e che questa pluralità è in parte endogena, deriva cioè da differenti modi di vivere la fede islamica, e in parte esogena, ossia è conseguenza dell’impatto che, dall’esterno, il “primo mondo” produce sui musulmani che, in diverse forme, lo incontrano sul loro cammino. Questo secondo aspetto è quello più interessante ai fini del nostro discorso, poiché ci mostra un islam che, di fronte alla modernità, appare tutt’altro che monolitico e sicuro di sé, ma, al contrario, esitante; non quindi un’armata compatta che marcia nelle terre degli infedeli per occuparle e dominarle, ma uomini e donne che cercano di trovare un modus vivendi con una realtà, l’Occidente, così diversa da quella cui sono tradizionalmente abituati. Essa provoca in alcuni dei traumi che possono anche portare al terrorismo, ma questa scelta, ci dice un altro stimato studioso di questo fenomeno, Olivier Roy, è stata bocciata dagli stessi ambienti fondamentalisti i quali sono giunti alla conclusione che “Bin Laden ha lanciato il jihad e ha fallito”. Quanto al fondamentalismo nel suo insieme, “può porre dei problemi sociali e di sicurezza, ma non rappresenta una minaccia strategica” (cfr. Global Muslim, Feltrinelli, Milano 2003). Il mondo musulmano è dunque - ci dicono quelli che lo conoscono sul serio e non sono accecati dall’odio xenofobo e/o dal pregiudizio ideologico neoconservatore - un’entità composita, che nella sua stragrande maggioranza ha rifiutato le seduzioni del terrorismo, e con la quale bisogna, nel nostro stesso interesse, costruire relazioni, ponti, sia in casa nostra, in Europa, sia nei rapporti con i paesi di cultura islamica.

Da noi questo deve avvenire sostenendo - a partire dal presupposto di un’accettazione dei metodi non violenti - tutte quelle iniziative, nate tra gli stessi musulmani, che mirano a creare una rete di luoghi identitari, di riconoscimento: sale di preghiera, centri culturali e librerie islamiche, hammam (a Torino ce ne sono due), macellerie halal, scuole, cimiteri. Una sorta di topografia islamica che è già presente nelle città europee e che non va demonizzata. Queste reti sono delle barriere, dei filtri che rendono più difficili le derive estremistiche. Chi si oppone a questa politica di apertura, contribuisce a creare il brodo di coltura del terrorismo.

Ha scritto, al riguardo, Roy: “È evidente che i militanti islamisti implicati nelle reti accusate di terrorismo sono prodotti perfetti dell’occidentalizzazione e della globalizzazione”. Se diamo un’occhiata alle biografie di Mohammed Atta e degli altri piloti suicidi degli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono, ritroviamo costantemente lo stesso puzzle composto di esistenze sradicate, che avevano pienamente accettato la way of life occidentale, e che perciò avevano rotto ogni legame con la loro cultura d’origine, nella quale si sono di nuovo imbattuti nella forma estremamente impoverita, banalizzata ed estremizzata che li ha resi born again muslims, musulmani rinati, carne da cannone facilmente manovrabile.

Per quanto concerne poi i rapporti con i paesi arabi e musulmani, dobbiamo elaborare una politica ispirata a un criterio di dignità, e quindi di indipendenza dai falchi di Washington. Da questo punto di vista, negli ultimi tempi abbiamo fatto, come i gamberi, parecchi passi indietro. L’elezione al cancellierato tedesco di Angela Merkel, le prese di posizioni europee sulle scelte energetiche dell’Iran e sulla vittoria di Hamas in Palestina, come pure il nostro crescente impegno in Afghanistan, dove le truppe europee stanno progressivamente sostituendo quelle americane, ci stanno decisamente spingendo nel vicolo cieco dell’appiattimento totale sugli Usa ed hanno oggettivamente indebolito il già esiguo fronte dei sostenitori di un’autonoma politica europea.

Giuseppe Giaccio

(da Diorama letterario n. 276)


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