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Le belle e le bestie (ovvero, SRL = Stampa a Responsabilità Limitata)

A Pesaro si è parlato di Rappresentazione della violenza maschile contro le donne nel racconto della stampa italiana.

di Alessandra Calanchi - mercoledì 15 novembre 2023 - 626 letture

Sabato 11 novembre 2023 si è tenuta a Pesaro un’interessante mattinata di formazione per giornalisti sulla Rappresentazione della violenza maschile contro le donne nel racconto della stampa italiana. L’obiettivo dichiarato era una riflessione condivisa su un linguaggio giornalistico non sessista e non discriminatorio. Partecipavano: Franco Elisei (giornalista free-lance, presidente dell’Ordine dei Giornalisti delle Marche, professore a contratto di Linguaggi e tecniche del giornalismo radiotelevisivo presso l’Università di Urbino); Luca Pandolfi (assessore alla solidarietà, presidente del Comitato dei sindaci dell’ATS); Paola Maria Cimarelli (giornalista free-lance impegnata nella lotta alla violenza di genere); e la relatrice, Rosalba Belmonte (ricercatrice in Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università della Tuscia, autrice con Flaminia Saccà di Sopravvissute. La violenza narrata dalle donne, Castelvecchi 2022).

L’incontro si è aperto con un numero preoccupante: gli autori di oltre l’80 % dei femminicidi ha le chiavi di casa della vittima. Subito dopo si è sottolineata l’importanza delle parole – cioè della necessità di una “giusta” narrazione, cioè di una narrazione consapevole e responsabile. Sono stati citati i manifesti di Istanbul, di Venezia, e anche le parole inequivocabili del Testo Unico, che però faticano ancora a farsi strada nelle pratiche del nostro paese. Si è parlato quindi di vittimizzazione secondaria, che è ciò che accade quando la donna viene considerata colpevole di quello che ha subìto.

Viene precisato che il termine femminicidio non è ancora stato accolto dal Ministero dell’Interno, e che al termine stupro si preferisce più di frequente violenza o sesso. Ancora, si chiarisce che i reati denunciati sono la punta di un iceberg di un fenomeno (quello del maltrattamento domestico delle donne, di vastissima portata in Italia) spesso taciuto dai media, che preferiscono parlare di stalking e di delitti sensazionali. È un fatto: la violenza domestica non fa notizia e questo porta alla percezione che si tratti di una pratica normale, accettabile. Spesso negli articoli di giornale l’uomo che agisce violenza sparisce (il colpo è partito… una disgrazia… un tragico epilogo… era depresso, era frustrato, ha avuto un impeto d’ira) mentre sulla vittima cade tutta o parte della colpa (era ubriaca, era sempre al telefono, se l’è cercata, non ha denunciato). Non dimentichiamo che la donna spesso non denuncia perché ha paura di ritorsioni, ma la paura non è una colpa (così come - aggiungo io, con buona pace di uno dei nostri ministri – non è una colpa la disperazione che porta i migranti ad abbandonare il loro paese). La paura e la disperazione sono esattamente quello che contraddistingue le vittime, non i colpevoli. Si è sottolineato poi che il raptus non esiste: è infatti disconosciuto dalla psichiatria. Vogliamo smettere di usare questo termine? Così come la gelosia non è una patologia: è un sentimento che si può e si deve controllare, e che non giustifica affatto un atto violento. Ogni atto è una scelta. E dunque la violenza è una scelta deliberata, e non è giustificabile con l’alcol o la droga o altro.

Non dobbiamo sbagliare. I nessi sbagliati sono pericolosi: l’ha uccisa perché era innamorato di lei … è stata uccisa per troppo amore… è stata colpa del lockdown… Vogliamo scherzare?... Ogni parola, ogni virgolettato, ogni titolo è una scelta, e fare una scelta anziché un’altra è un’assunzione di responsabilità. Non illudiamoci di essere neutrali. Alcuni esempi di inadeguatezza del linguaggio da un punto di vista di genere: nel titolo dl un articolo sul delitto Parolisi (2011) l’assassino era chiamato per cognome e la vittima per nome. Perché? (Ricordo che me ne occupai in un intervento all’università di Bristol, dove facemmo anche un laboratorio sul numero di coltellate inferte su Melania Rea: ogni testata giornalistica italiana diceva un numero diverso. Questo è sensazionalismo spicciolo o rispetto per la vittima? [1]) Ancora peggio, uomini violenti e stupratori sono chiamati orchi, mostri, bestie (qualcuno ricorderà il delitto di Avetrana, 2010), mentre le vittime sono ragazze, donne. Ma perché andare prendere a prestito il lessico delle fiabe? Perché non chiamarli semplicemente quello che sono, cioè uomini violenti? Perché non lasciamo stare le belle e le bestie, gli orchi e le principesse? [2]

È ovvio che la violenza di genere non è un problema privato, ma politico e socioculturale. Molte donne sono vittime di uomini che dicono di amarle, ma che non sanno gestire la rabbia e le cui azioni sono dettate dalla mania del controllo. A me, almeno, sembra ovvio. Agli inglesi sembrava già ovvio dieci anni fa, ma avremmo molto da imparare dal giornalismo anglosassone e americano.

Ma non è stato ovvio per tutti. Con mio grande stupore, alcune persone in sala hanno contestato apertamente queste posizioni e addirittura un partecipante ha interrotto ad alta voce la relatrice definendo “imbarazzante che dei professionisti dovessero prendere lezioni da una che non fa la giornalista”. Le sue scuse non sono bastate a far capire a una parte della platea che tutti noi dovremmo avere l’umiltà di prendere lezioni da chi ha qualcosa da insegnarci. E dire grazie.

Quello che io trovo imbarazzante è che qualcuno possa prendere implicitamente le parti del peggior giornalismo italiano (arrogante e narcisista, volgare, che non si cura dei linguaggi inclusivi, che non sa nulla di semantica e di semiotica, che evidentemente ignora la linguistica e la sociolinguistica, la teoria dei generi e le più elementari regole della comunicazione e dell’educazione) travisando una preziosa esperienza di formazione culturale. Da parte mia, al momento sono direttrice scientifica di una rivista accademica di fascia A e di tre collane di saggistica, ma ero seduta in prima fila con la penna in mano, come una matricola, ad ascoltare affascinata una giovane docente, competente e appassionata, che ha la metà dei miei anni e ancora una lunga e difficoltosa carriera davanti a sé. Ero seduta ad ascoltare e a imparare. E la cosa non mi imbarazza affatto.


PS. Bibliografia minima consigliata: Maria Grazia Belmonti, Un processo per stupro (1980), Serena Dandini, Ferite a morte (2013), Michela Murgia, Stai zitta (2021), Vera Gheno, Femminili singolari (2021), Parole d’altro genere (2023), e il Manifesto della comunicazione non ostile.


[1] “Salvatore Parolisi is always called by his family name on TV while Melania Rea is almost always called simply by her first name, Melania. This creates a sort of intimacy between victims and members of the TV audience, and it is often a question of gender”. Cfr. A. Calanchi, “Italian crime, crime writing, and the media”, University of Bristol, UK, 29 April 2012. Poi pubblicato come “Crime, Crime Fiction, and the Construction of Public Feeling through the Media in Italy”, in Italian Americana. Cultural and Historical Review, Summer 2014, vol. XXXII, no. 2, pp. 172-84. Trad. Parolisi in TV è sempre chiamato col cognome mentre Melania Rea è quasi sempre chiamata Melania. Questo crea una sorta di intimità fra le vittime e i membri del pubblico, ed è sempre una questione di genere.

[2] “I think the most irritating case was offered […]by Michele Misseri who, in the course of a popular talk show (Matrix), confessed to killing his niece Sarah: at first, he was called by his nickname the ‘ogre of Avetrana’ […] but he gradually came to be called ‘Uncle Michele’ as the audience began to sympathize with him”. (A. Calanchi, cit.) Trad. Penso che il caso più irritante accadde […] quando Michele Misseri, nel corso di un popolare talk show, Matrix, confessò in diretta di aver ucciso la nipote Sara: in un primo momento l’avevano chiamato col soprannome “l’orco di Avetrana” […] ma un po’ alla volta diventò “lo zio Michele” perché il pubblico cominciò a empatizzare con lui.


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