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Strike

“Il missile ha fatto strike” con questa affermazione improvvisa e sorprendente un giornalista in diretta da Israele ha descritto l’impatto distruttivo di un missile contro un edificio abitato da palestinesi.

di Salvatore A. Bravo - venerdì 26 gennaio 2024 - 571 letture

“Il missile ha fatto strike” con questa affermazione improvvisa e sorprendente un giornalista in diretta da Israele ha descritto l’impatto distruttivo di un missile contro un edificio abitato da palestinesi. A Gaza i militari israeliani fanno strike. “Il missile ha fatto strike” è espressione che merita una riflessione. Il termine strike è da bowling e questo è un dato su cui bisognerebbe riflettere per comprendere la realtà della nostra informazione.

Il linguaggio è veicolo non solo di informazioni ma anche di emozioni e concetti, suscita sentimenti e motiva alla ricerca della verità. La parola è totalità vivente, costruisce prospettive e disegna una visione del mondo. L’ascoltatore che ascolta l’informazione deformata da parole che solitamente si associano ad altri contesti non può deviare che velocemente l’attenzione dall’accaduto.

La tragedia che si consuma a Gaza, meriterebbe un linguaggio adeguato alla situazione ferale che si consuma ogni giorno. Il telespettatore che ascolta l’inglesismo, non necessario, non può che associare la parola alle serate trascorse nei bowling tra risate e popcorn. Le parole non sono mai neutre, sono capaci di comunicare la densità emotiva e razionale di un evento; la parola strike può essere associata, anche ad un videogioco. Tutto diventa più leggero con le parole inesatte, si conduce il telespettatore verso un mondo semionirico, così ci si astrae dalla realtà e ci si derealizza.

Vi è una alienazione del linguaggio sincronica alla reificazione quotidianamente vissuta. Pensare i fatti con parole a cui non corrispondono rappresentazioni adeguate provoca una scissione tra pensiero e realtà. L’ordinaria alienazione contemporanea è nella graduale sostituzione del linguaggio reale e contestuale con le parole che inducono a far evaporare la crudezza della condizione in cui siamo. Il capitale addomestica le parole e penetra nella psiche rimuovendo parole e sentimenti. Molta parte del mondo mediatico è complice inconsapevole, poiché l’egemonia culturale-linguistica delle classi dirigenti regna e impera sovrana sui sudditi tutti. Il potere controlla con le parole le menti. Si è prigionieri delle parole. Si finisce col vivere in un limbo tra realtà e sogno. Il soggetto si atomizza con la mordacchia delle parole edulcorate, contratte e non più misurate ai contesti.

L’intelligenza è probabilmente la capacità critica di contestualizzare il linguaggio, se tutto è disperatamente omogeneo il pensiero-linguaggio non può pensare discernere i fatti. Se alle parole da bowling si aggiungono immagini irreali e parziali, si comprende il processo di derealizzazione in atto. Campeggiano immagini di spazi vuoti o di edifici colpiti e annichiliti dai missili, ma non si vedono le vittime, talvolta appaiono in sequenze velocissime. Sono solo numeri di un conteggio senza significato. La distruzione è ripulita e sterilizzata dall’uso delle parole e dei numeri senza corpi sfigurati dalla violenza, le vittime sono solo statistica, sono quantità senza volto. Linguaggio anglofono, immagini di distruzioni ma senza i corpi dolenti nell’insieme contribuiscono al ripiegamento su se stesso dell’Occidente.

Tutto è schiacciato sul presente, ogni informativa è adeguatamente astratta dal passato, pertanto il presente gradualmente si trasforma in niente, in quanto il presente è spiegabile solo con il passato, si recide la temporalità storica e la si frammenta in attimi convulsi. Ciò che non è compreso è presto dimenticato.

L’ordito iconico e fonetico produce, in tal modo, una distanza emotiva e cognitiva rispetto alla tragedia in corso. L’empatia verso le vittime che muove all’indignazione non può che assottigliarsi, d’altronde con si può empatizzare con le macerie, per cui lo scandalo etico è sepolto sotto strati di parole deformate, numeri e immagini sempre eguali e informazioni irrazionali. La quantità ipertrofica di immagini e parole che si ripetono in un eterno ritorno di parole vuote sono in realtà un unico flusso su ogni rete televisiva e canale informativo che impedisce al cittadino di capire ciò che accade. L’abbondanza senza qualità è la cifra corrosiva del nostro tempo che si infiltra ovunque fino a diventare un automatismo indotto che rende gli operatori dell’informazione e i comuni cittadini sudditi di un sistema che abbaglia con la profusione senza profondità delle informazioni. Il male non ha profondità, mentre il bene è l’indugiare che genera pensieri e prassi, è resistenza che dev’essere nutrita con il superamento della scissione tra pensiero e realtà.

L’inganno del nostro tempo è nell’abbondanza che cela il niente della caverna platonica con le sue oscurità. Uscire dalle logiche della ipertrofia ideologica delle informazioni che comunica la “percezione di sapere” è uno dei compiti degli uomini e delle donne che hanno scelto di deviare dal “politicamente corretto”, perché ciò sia, bisogna affinare l’attenzione ai dettagli e rileggerli all’interno del sistema di emergenza. Filosofia, filologia e storia devono ricongiungersi per rifondare il sapere critico senza il quale si è soltanto fruitori passivi di un mondo incomprensibile che precipita nel caos della barbarie.


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