La scommessa del PD per rimettere in campo nuove energie nel Sud

Per noi di Giro di Vite, l’azione politica non può essere scissa dal concetto di comunicazione. E’ la comunicazione che impedisce alla Politica di essere un “affair” privato e di pochi. Da qui la necessità di intervistare un attento osservatore delle “cose politiche” come Roberto Fai, dell’Università di Catania

di Emanuele G. - venerdì 7 settembre 2007 - 4003 letture

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Viaggio all’interno del Partito Democratico

Il Prof. Roberto Fai fa parte della Direzione Provinciale dei DS e da anni è uno delle personalità che anima il dibattito culturale e civile della nostra provincia. Alcune riflessione contenute nel documento inviatoci hanno suscitato il nostro interesse. Da qui l’idea di organizzare un’intervista con il Prof. Fai per ricapitolare alcune cose importanti del dibattito in corso nel Partito Democratico e attorno al medesimo. Un’intervista che denota un’adesione critica al Partito Democratico sintomo di uno spirito che vuole pensare e pretende il rispetto della propria specificità culturale.

In cosa il Partito Democratico è rivoluzionario rispetto a un certo modo di far Politica in Italia?

“Davanti alla “fine” inesorabile del ciclo politico del secondo Novecento, e delle stesse culture politiche che in Italia sono state tenute per lunghi decenni in un serrato antagonismo, in virtù di quello che potremmo definire «l’interdetto ideologico» del secolo breve, esistono ragioni che attengono allo specifico del “politico”, o a quelli che con Carl Schmitt potremmo definire “nuovi criteri” del “politico”, in quanto tale, per riconoscere che l’idea “costituente” del PD è oggettivamente occasione di “rivitalizzazione” dello spazio politico, visto che la politica è sempre la capacità di attivare “processi costituenti”, e quello del PD – al di là delle scelte di adesione o meno – lo è, altrimenti la politica sarebbe mera amministrazione. Lo si vede obbiettivamente dalle sollecitazioni che il progetto – pur con tutti i limiti e le “resistenze” con cui parte del ceto politico di riferimento lo sta portando avanti – sta determinando sia nell’ambito della cosiddetta sinistra radicale che nello “sfarinamento” delle forze del centro destra. Si può condividere o meno il progetto del PD, ma quello che si sta determinando in Italia è davvero qualcosa di inedito e non ha confronti nello spazio politico europeo. Le stesse modalità “costitutive” rappresentano davvero un sommovimento reale di forze, soggetti, culture, al di là delle banalizzazioni interessate del gossip politico-mediatico.”

Non credi che questo Partito nasca con troppi modelli culturali con il rischio di essere poi in realtà un Partito “omnibus”?

“E’ inevitabile che questa ricomposizione delle culture politiche porti con sé una oscillazione, e sia ancora aperta la questione della definizione dei “modelli culturali” e del loro aggiustamento progressivo – la competizione tra le varie Leadership (si veda “l’astratto furore” critico della stessa Bindi verso Veltroni) poi, crea obbiettivamente anche questo effetto di indeterminatezza. In tal senso, non credo che il problema sia quello del rischio di una riproposizione del “partito pigliatutto”, come denunciava già negli anni ’40 del Novecento, un allievo di Schmitt – Otto Kirchheimer – alludendo alla connotazione interclassista presa via via dai partiti di massa della metà del secolo scorso. L’epoca della globalizzazione ricolloca i partiti nell’inevitabile “spazio europeo”. Oggi è tutt’altra storia.”

Mi pare che la spinta dal basso non sia così presente nel suo procedimento costitutivo…

“Se vogliamo individuare l’atto di origine della nuova domanda di partecipazione “dal basso”, dobbiamo tornare al 16 ottobre del 2005, quando alle primarie per Prodi, l’intera casse dirigente nazionale rimase “stupita”, aspettandosi circa 1 milione di partecipanti, nel vedere circa 4 milioni e 300mila elettori andare a votare, pagando più di quanto richiesto, esprimendo così quello che cerco di definire “processo costituente”. Certamente, la “base” o le espressioni della società civile (per stare alla retorica del termine) vivono il percorso, se posso dire così, tra attesa e disincanto anche per l’incertezza e le resistenze che affiorano di tanto in tanto. Il ministro Letta ha detto recentemente cose giuste, per “aprire” la partecipazione al di là dalla iscrizione al PD.”

Come giudichi queste “primarie” fantasma?

“Se ti riferisci alle “primarie” nelle Regioni, sono d’accordo con te. Il tentativo semioligarchico di “ripartire” le leadership regionali tra Ds e Margherita (12 ai DS e 8 alla Margherita), con accordi consumati dentro piccole stanze, per evitare una competizione aperta – si veda il caso emblematico della Sicilia e di qualche Regione del Sud, dove si tenta di evitare le primarie regionali – e tesa a ricollocare le forze per dare impulso ad una nuova voglia di protagonismo sociale in queste realtà, è un grave errore. Mi auguro che Veltroni e gli altri candidati sappiano reagire a questa chiusura autoreferenziale.”

Si parla troppo di “leader” e poco dei contenuti; o sbaglio?

“Di per sé, non è un male in sé la “personalizzazione” della politica. E’ un “fatto” con cui bisogna misurarsi, e dentro i DS era maturata la consapevolezza che solo Veltroni – la sua storia, la sua figura, il suo percorso – fosse il Leader più adatto a corrispondere a questo progetto del PD. Ma anche la Bindi e Letta, al di là delle polemiche fisiologiche per tentare di differenziare gli orizzonti politico-culturali di riferimento, sono consapevoli che alla fine si starà tutti dentro lo stesso partito. Non direi che dietro le storie “personali” di questi leader ci sia una “tabula rasa” programmatica, Veltroni, forse un po’ più degli altri, da Torino ad altri interventi sulla stampa, sta anche offrendo positive riflessioni politiche e programmatiche.”

Che ruolo gioca il Meridione nel Partito Democratico? Non credi che per molti del Partito Democratico la Mafia sia solo un “fastidio”?

“Forse il Mezzogiorno, più di altre realtà, ha bisogno di un inedito “processo costituente”, e il PD può corrispondere a questa necessità. Ma proprio qui, è necessario rimettere in campo una forte azione politico-sociale che rivitalizzi la società civile meridionale – le sue più vive espressioni: intelligenze, competenze, università, creatività imprenditoriali, giovani, ecc.. –, per far uscire il Sud da questa “gelatinosità”, opacità che connota da sempre, in forma di sudditanza e subordinazione dal potere politico, il mondo dell’economia, della produzione, spesso anche della cultura e delle professioni. Per questo, il percorso di selezione delle Leadership in Sicilia dovrebbe essere più aperto, non ovattato o deciso da Roma. Un po’, come era stato nelle primarie tra Latteri e Borsellino del 4 dicembre 2005, al di là degli esiti successivi e recenti di debole capacità antagonista verso Cuffaro. Senza una forte carica progettuale e politica di discontinuità, rimane il rischio che gli approcci e le azioni per spostare una parte delle forze del “centro” (pezzi di società che si muovono tra MPA e UDC) sia “praticato” secondo le vecchie logiche del notabilato o delle oligarchie che stanno anche nel centrosinistra. Lotta al sistema pervasivo della mafia e delle clientele improduttive e indicazione fattive di una nuova politica di sviluppo (turismo di qualità, ambiente, Zona libero scambio EuroMediterraneo, riqualificazione delle periferie e delle città, ricollocazione del sistema di sviluppo dei “poli” industriali e della media-piccola impresa, università, sanità, scuola e formazione, lotta agli sprechi degli Enti pubblici, ecc..) devono andare di pari passo.”

Perché hai deciso di aderire?

“La mia adesione al PD nasce in modo convinto, anche se in questi mesi, tra aspetti deleteri di alcune “regole” (assenza di preferenze alle primarie, composizione dei Comitati provinciali, “costo eccessivo” per votare, ecc..), percorso zigzagante e privo di “anima”, polemiche pretestuose, ma anche per la presenza di un Governo nazionale che “non ci fa sognare” (per parafrasare D’Alema), si rischia di non offrire al “popolo delle Primarie del 16 ottobre 2005” il volto accogliente di un nuovo soggetto che sappia contemperare “anima ed esattezza”, “incanto e misura”, attenuando così la voglia di diffusa partecipazione. Mi auguro che in questo settembre, con un clima aperto anche nelle candidature e nelle primarie siciliane, si possa lanciare un segnale di discontinuità. Peraltro, annuncio qui – per quello che può valere in questa sede – la mia intenzione di giocare un ruolo ed un impegno personale più diretto nella fase costituente del PD siracusano in questi mesi.”

Cosa ti aspetti dal Partito Democratico in riferimento ai problemi “storici” della nostra Provincia?

“In merito alla nostra provincia, se guardo alle istituzioni più importanti – Siracusa città e la Provincia regionale –, nel tornante finale di queste due legislature, direi che a Siracusa città si «gestisce bene il malgoverno», e alla Provincia si «gestisce male il buon governo». Anche nella nostra provincia, molto dipende dalle forze in campo e dal coraggio di alcuni soggetti nel percorso per la Leadership regionale. Vedremo in questi giorni, l’esito delle candidature e come va a finire in sede regionale. Ma mi auguro che la nascita del PD rimetta in campo nuove forze ed energie per liberare il quadro della classe politica provinciale dalle secche di una asfissiante autoreferenzialità, spesso improduttiva ed interessata alla propria autoriproduzione.”

Per contattare il Prof. Roberto Fai:

robefai@tin.it


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