Quello che doveva essere un riconoscimento strettamente accademico, finisce sotto i tentacoli di una politica locale, ma non troppo, che si serve d’escamotage alla vecchia maniera per rimettere in riga le note stonate senza impugnare visibilmente la mannaia.
Franco Battiato pensava di poter schiettamente dire la sua. Di poter lasciare ad altri i roboanti giri di parole, le sperequazioni e concedersi, magari, il lusso di remare contro il padrone indiscusso della sua “povera patria”, contro “quell’Houdini”, il mago che regala l’immortalità al Cavaliere e un po’ ne tiene per sé. Pensava di poter dire con tranquillità, senza scatenare un vespaio di polemiche, “Se vince Scapagnini me ne vado”.
Poi, la vittoria delle armate elettorali del centrodestra siciliano. “La calata dei mongoli”, per dirla con le parole dell’altro catanese Leo Gullotta. E il cantautore etneo capisce che “Sciampagnino” prima o poi, in un modo o nell’altro, regolerà i conti, anche se non personalmente. Detto fatto. E per l’arduo compito, colonnelli siciliani della Casa delle Libertà, di nome ma non di fatto, hanno scelto un novello principe del foro siciliano, un ventiduenne figlio della riforma “Luigi” e di “Alleanza Universitaria” che, lunedì mattina durante la riunione del Senato accademico di Catania, mette il veto al punto 17 dell’ordine del giorno, “Conferimento lauree Honoris Causa”, e infiocchetta la sua prima arringa degna degli onori della cronaca nazionale: “Niente da dire sugl’indubbi meriti artistici del cantautore, ma il senato dovrebbe anche tenere in considerazione il rapporto instaurato con la comunità di riferimento e l’apporto dato alla città. E recentemente Battiato ha dichiarato che in caso di vittoria del sindaco uscente Scapagnini avrebbe abbandonato Catania”. Lo studente pretende “le scuse” del cantautore e “poi si deciderà”.
Insomma, quello che doveva essere un riconoscimento strettamente accademico, finisce sotto i tentacoli di una politica locale, ma non troppo, che si serve d’escamotage alla vecchia maniera per rimettere in riga le note stonate senza impugnare visibilmente la mannaia. “Se chiederà scusa - sottolinea non a caso il consigliere comunale Puccio La Rosa - saremo sotto il suo palco ad applaudirlo”.
Che si tratti di politica, e solo politica, dunque, non è un mistero per nessuno. Anzi, a dirla tutta, sembra proprio che dietro l’increscioso incidente accademico si celi proprio la mano del conterraneo capogruppo di An, Ignazio La Russa. Secondo i ben informati, non a caso, tra i due coverebbero vecchi rancori degni di un canovaccio pirandelliano: dopo un lungo corteggiamento, nel 2003 Battiato accettò di suonare alla festa tricolore di Milano, a patto che durante il concerto non venissero esposti né simboli, né bandiere. Ma il vecchio La Russa, digiamolo, violò gli accordi e il cantautore abbandonò di scatto il palco senza aggiungere parola. Vicenda sepolta? Tutt’altro. Vedere Battiato regalare spartiti in favore di Bianco, per il capogruppo di An deve essere stato un magone tale, da giurare vendetta. E così è stato.
A Battiato, lontano da “casa” immerso nelle riprese svizzere del nuovo film, un motivo in più per intonare “Povera Patria”.
Questo articolo è stato pubblicato come editoriale del n° 269 del 27/05/2005 di Aprileonline