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La politica dell’impossibile di Stig Dagerman

La politica dell’impossibile / Stig Dagerman ; a cura di Fulvio Ferrari ; postfazione di Goffredo Fofi. - Milano : Iperborea, 2016. - 135 p., [IX], br. ; 20 cm. - (Iperborea ; 262). - Tit.orig.: Essäer och journalistik. - ISBN 978-88-7091-462-7.
di Sergej - sabato 15 settembre 2018 - 2962 letture

La biografia umana e politica di Stig Dagerman, amatissimo libertario anarco-socialista svedese, è tra le più interessanti e indicative nella storia culturale europea del secolo scorso. Lui è stato attivo negli anni Cinquanta di quel secolo, morto suicida a 31 anni il 5 novembre 1954. Una meteora luminosissima. Qui in Italia dobbiamo alla casa editrice Iperborea il privilegio di avercelo fatto conoscere. Iperborea ha pubblicato quasi tutti i suoi libri: Il viaggiatore, Il nostro bisogno di consolazione, Bambino bruciato, I giochi della notte, Perché i bambini devono ubbidire?

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La politica dell’impossibile, di Stig Dagerman - copertina del libro

Sono incappato in Stig Dagerman grazie a questo libro, La politica dell’impossibile, che mi ha introdotto al mondo di Dagerman - e a una visione decisamente interessante della Svezia di quegli anni. Sono tutte pagine estremamente interessanti, di polemica politica ma che riflettono tutta l’umanità e la freschezza di questo ragazzo. La Svezia per noi che veleggiamo nelle beghe condominiali del Mediterraneo è paese lontano, “bianco” di storia e di accadimenti. Non possiamo immaginare quanto la vita possa essere “stretta” da quelle parti, tra vicini minacciosi (la Germania ex nazista, la Russia sempre imperialista) e le vicende della storia. Solo con l’omicidio di Olof Palme abbiamo subdorato che non tutto quel “bianco” doveva essere vuoto, mentre l’attenzione per la letteratura di genere “giallo” succeduta alla fama di Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne ecc.) ripresa dalle edizioni Marsilio ci ha fatto conoscere alcuni aspetti “estremi” e inquietanti di queste gelide terre. Il modello svedese, il modello democratico e civile proveniente dai Paesi scandinavi, ha cominciato a non essere più operativo in Italia - e probabilmente da allora l’Italia ha perso i suoi contatti e la sua fiducia con l’Europa.

Il testo più interessante nella raccolta è certamente è quello intitolato “Un radioso avvenire… risposta a una maturanda”, scritto da Dagerman nel 1952. “Il mio primo consiglio dunque è questo: non si fidi di nessuno che sostenga di poter risolvere i Suoi problemi e vedere nel futuro più di quanto possa fare Lei” (p. 109). Dagerman ha il pregio in tutti i suoi scritti della estrema schiettezza e onestà intellettuale. Uno di quelli che ha creduto (e continua a credere) che la politica non è l’arte del possibile, ma ha senso solo se si attua come pratica dell’impossibile. Scrive Fofi nella postfazione: “Dagerman si uccise a 31, e le sue contraddizioni sono ancora le nostre, il mondo non è diventato più rassicurante, la società non è diventata più equa, la cultura non è diventata più liberatoria (è vero anzi il contrario)” (p. 135). E’ uno dei motivi non secondari per cui vale la pena leggere Dagerman e considerare Stig Daherman uno dei nostri compagni di strada.


Sinossi editoriale del libro

Ogni libro di Dagerman ci costringe a mettere in dubbio le verità ricevute e a guardarci allo specchio, come individui, come società, ma soprattutto come esseri umani. Ribelle all’ingiustizia in ogni aspetto del vivere e a qualsiasi forma di oppressione, la sua opera conserva una pungente attualità, e così la sua riflessione politica e culturale, cui è dedicata questa raccolta di interventi su quotidiani e riviste letterarie e anarchiche. Con una sorprendente capacità di leggere il proprio tempo e prevedere il nostro, con la sua coerenza estrema e irriducibile, Dagerman denuncia le «gabbie» della moderna democrazia, dove un manipolo di poteri decide migliaia di destini, gli interessi dello Stato prevaricano i diritti inalienabili della persona, e la cultura è declassata a «gioco di società», slogan ideologico o anestetizzante di massa. Ma soprattutto rivendica il compito della letteratura di «mostrare il significato della libertà», di scuotere le coscienze per riscattare l’uomo e i suoi valori fondamentali: l’uguaglianza, la difesa dei deboli, la solidarietà. E confessa il suo conflitto di scrittore diviso tra l’impegno sociale e l’inviolabile autonomia dell’immaginazione, che deve seguire liberamente le proprie vie per «toccare il cuore del mondo». Se la politica è definita l’arte del possibile, ovvero dei limiti, del compromesso, della rinuncia alla speranza, Dagerman non può che difendere a gran voce la necessità di una «politica dell’impossibile».


Stig Dagerman

Nato nel 1923, segnato da una drammatica infanzia, considerato il “Camus svedese”, in perenne rivolta contro la condizione umana, anarchico viscerale cui ogni sistema va stretto, militante sempre dalla parte degli offesi e umiliati, incapace di accontentarsi di verità ricevute, resta nella letteratura svedese una di quelle figure culto che non si smette mai di rileggere e di riscoprire. Dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.

Fonte: Iperborea. Ma vedi anche Wikipedia


Un brano del libro

da: “Lo scrittore e la coscienza” (1945)

[…] Come chiunque altro, lo scrittore ha dovuto fare esperienza della propria dipendenza dall’arbitrio di un potere esterno e ha dovuto rendersi conto di quanto la sua libertà, al pari di quella altrui, sia condizionata. Del tutto apparente, per esempio, è la libertà di movimento, visto che ogni persona è data in prestito a se stessa per un periodo che è qualcun altro a decidere. E come risultano fragili qualsiasi riforma sociale e qualsiasi utopia in un sistema mondiale in cui la catastrofe è l’unica previsione certa! Eppure è necessario ribellarsi, attaccare questo ordine nonostante la tragica consapevolezza – che rappresenta forse il dilemma di tutti i socialisti del mondo d’oggi – che ogni difesa e ogni attacco non possono essere altro che simbolici, e tuttavia devono essere tentati, se non altro per non morire di vergogna. Se in questa situazione mi si accusa dicendo «La tua poesia non è capita dal popolo, dalle masse, dagli operai, non è abbastanza sociale», io ho il diritto di rispondere che un tale ragionamento si basa su una concezione sbagliata, quella secondo cui per essere sociale la poesia deve essere «capita» da tutti. Per «capire» si intende purtroppo poterla comprendere senza alcuno sforzo del pensiero, più o meno come si comprende un annuncio o una insegna al neon. Per certi presunti rappresentanti del «popolo», la poesia deve essere l’annuncio pubblicitario del mondo nuovo, ma se il testo è abbastanza gustoso può anche parlare dei piaceri dell’estate o della pesca ai gamberi ed essere ugualmente letteratura per il «popolo». Per loro la poesia ha smesso di costituire un messaggio da essere umano a essere umano. L’hanno declassata a gioco di società. Non hanno mai capito che nasce invece da una necessità: non è un lavoro di falegnameria fatto con ritmi e rime, che possa essere praticato nei momenti liberi da rivoluzionari in pensione che non hanno mai preso sul serio la letteratura. Gridano alla reazione se si imbattono in un brano poetico che non si può imparare a memoria in cinque minuti o che non rende immediatamente accessibile il suo pensiero, ma sono loro a essere reazionari, sia perché negano il dovere dello scrittore di creare secondo la sua necessità, sia perché mettono in discussione la possibilità che la poesia riguardi l’essere umano, non in quanto gioco di società, ma come pietra di paragone della sua sincerità nei confronti della vita. […]


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