Il camorrista "deve" essere visibile, almeno quello arruolato ai livelli bassi o intermedi. Sì, la sua visibilità è funzionale al ruolo. Macchina appariscente, fare smodato, cura del look...
Una recrudescenza nei reati a Napoli, il silenzio a Palermo. Due attività diametralmente opposte, ma due facce di un’unica realtà, la criminalità organizzata. Le vere differenze sono, se così si può dire, nello "stile".
Napoli è la città da cui ci si aspetta di tutto, da sempre è nota per il carattere più che esuberante di gran parte dei suoi abitanti.
E questo, non me ne vogliano i miei concittadini, si rispecchia anche nella mentalità del camorrista, e che potremmo ritrovare nei briganti, guardando al passato remoto, o nei guappi, tanto per fare un cenno a quello prossimo...
Il camorrista "deve" essere visibile, almeno quello arruolato ai livelli bassi o intermedi. Sì, la sua visibilità è funzionale al ruolo. Macchina appariscente, fare smodato, cura del look, fa tutto parte del ruolo che il camorrista si è ritagliato addosso: la sua figura deve secernere potere,incutere rispetto, trasmettere controllo del territorio.
Il popolo del quartiere, del rione, deve "sapere" della sua presenza. E’a lui che spetta (come lo era per il guappo) "aiutare" e trovare "soluzioni". In realtà "difficili", come quella rappresentata dal quartiere Scampia o dalle sue peggiori appendici, come il "quarto mondo" o "le case gialle", dove lo Stato è presente prevalentemente attraverso la scuola, il modello del camorrista rappresenta il modello vincente: soldi, rispetto, notorietà e nessuna paura, almeno non esibita. Modello vicente contro una società che, nella legalità, ti offre disoccupazione o, il più delle volte, un lavoro da garzone a 100 Euro alla settimana. E in nero.
"Cosa me ne faccio di 100 Euro alla settimana, obietto’ - (obiettore di coscienza - ndr)? Io li guadagno in mezza giornata". Questa era la risposta preferita dei "miei" ragazzi, ospiti di una comunità per misure alternative alla carcerazione, provenienti dalle zone oggi al centro della lotta tra clan a Napoli.
Per fortuna, ci tengo a sottolinearlo, la criminalità organizzata rappresenta la minoranza della popolazione napoletana. Ma può certamente contare su una vasta rete di "sostegno", volontaria o involontaria che sia.
"Il concetto che dovrebbe passare è questo: i clan non sono solo un problema per l’incolumità di persone che vivono in determinati quartieri, ma un ostacolo allo sviluppo della città, della regione. Al di là della cronaca nuda e cruda, quindi, c’è da tenere alta l’attenzione sulla ricaduta degli affari dei clan sull’economia legale, sul commercio, sul turismo, sulla vita quotidiana delle persone. I giornali devono allertare l’opinione pubblica sul fatto che una guerra contro la camorra va fatta non soltanto per distruggere i clan, ma soprattutto per la difesa del diritto allo sviluppo". Queste le dichiarazioni di Amato Lamberti, ex presidente della Provincia di Napoli, animatore dell’Osservatorio napoletano contro la camorra. Parole con cui punta il dito contro le evidenti connivenze che permettono lo sviluppo della criminalità organizzata, e con cui ricorda come essa fatturi ogni anno quanto il Pil italiano.
In un sistema così delineato, credete che il solo arresto di un boss, o di 50, possa essere la soluzione? La mafia, la camorra, hanno la capacità di ricostruirsi e di rifondarsi in tempi per altri settori inimmaginabili.
Non è certo facendo difese di ufficio della città, o sbandierando che il lavoro viene fatto da una istituzione e non dall’altra che si arriverà a una soluzione. E’ opinione comune che la lotta alla criminalità organizzata vada fatta attraverso la costruzione di un futuro, fatto di istruzione, di lavoro e di modelli positivi, che facciano da contraltare a quanto proposto dai camorristi. Il tutto affiancato da una sistema investigativo e repressivo che dimostri, finalmente, la certezza del diritto.
Ci piacerebbe in questi giorni vedere le istituzioni unite intorno ad un tavolo, insieme alla "società civile", per affiancare agli arresti e alle attività investigative la costruzione di una rete sociale diffusa, riprendere la tessitura di un patto sociale a cui aveva dato il via Bassolino.
Per farlo, caro ministro Pisanu, servono soldi e risorse umane, e un progetto politico. Non bastano dichiarazioni di intenti o accuse generalizzate.
L’articolo di Alessandro Cossu è apparso su www.aprileonline.info n° 187 del 28/01/2005