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Il dovere dell’architetto


Architettura e democrazia : paesaggio, città, diritti civili / Salvatore Settis. - Torino : Giulio Einaudi, 2017. - IX, 164 p., br. , 18 cm. - (Vele , 126). - ISBN 978-88-06-23220-7.
mercoledì 7 giugno 2017 , Inviato da Sergej - 573 letture

"La bellezza è un atteggiamento?" (Isabel Allende)

Credo che un libro come questo di Settis possa solo essere segnalato per la lettura. Voglio dire: il lettore non può limitarsi ad acquisire il minimo di informazioni sulla base di qualche nota editoriale, risvolto di copertina, o riempitivo di blog. Va letto. Sedimentato dentro ognuno di noi, come per i libri veri, quelli che durano e che insegnano qualcosa e che sono destinati ad accompagnarti per un bel po’. Un libro che si rivolge alle generazioni future, e a tutti noi: agli "architetti" e a tutti coloro che sono parte della società, cittadini e cittadine.

Guerra e Pace di Tolstoj parla di guerra; il libro di Settis parla di "paesaggio", "città" e una cosa dimenticata e che non sembra più avere diritto di cittadinanza, ovvero i "diritti civili".

"Città e paesaggio incarnano valori collettivi essenziali per la democrazia. Formano un orizzonte di diritti a cui deve rispondere la responsabilità dell’architetto, perché il suo lavoro incide sull’ambiente e sul tessuto urbano, determina la qualità della vita quotidiana, modifica le dinamiche della società." (Salvatore Settis)

Noi siamo dentro il paesaggio, siamo parte del paesaggio. Siamo coloro che mutano il paesaggio. In ogni caso, cambiandolo, lo distruggiamo. Il paesaggio per essere preservato non dovrebbe avere umani al suo interno. E non dovrebbe esserci una cosa chiamata tempo, il mutamento che cambia il paesaggio, e lo distrugge. Il paesaggio che cambia è sempre, nella logica conservativa, paesaggio distrutto. I conservatori del paesaggio sono i portatori di una nuova utopia negativa: quella che stabilisce, arbitrariamente che un paesaggio è più degno di essere preservato rispetto a un altro paesaggio. Che un momento della “storia” è meglio di un altro. Che un’epoca è meglio di un’altra. Si stabilisce che tutti debbano avere lo stesso gusto, lo stesso ideale di bellezza e di armonia: che lo “stile toscano” è la cosa giusta mentre tutto il resto è sbagliato.

E’ paradossale che una delle prime legislazioni sul paesaggio che si conoscano siano state fatte proprio in Sicilia. Uno storico sicilianista come Santi Correnti per una notizia del genere sarebbe andato in sollucchero. Sono tra le tante cose che si imparano dal libro di Settis. E’ il 21 agosto 1745 e il vicerè Bartolomeo Corsini firma l’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia, che impone la conservazione delle antichità di Taormina, e dei boschi del Carpineto (a monte di Mascali) col "castagno dei cento cavalli".

Perché abbiamo dimenticato questo? perché "la Sicilia" ha dimenticato? La domanda presuppone la coscienza collettiva, generale a parole ma disattesa nei fatti e nella quotidianità, che "il paesaggio" siciliano è stato devastato. Paesaggio come insieme dei "beni" architettonici, naturalistici, archeologici ecc. delle nostre città, paesi, campagne, montagne, spiagge... Con la consapevolezza della blasfemia operata da quanti fanno finta di occuparsi del "bene pubblico" e che parlano di "patrimonio ambientale" quando parlano di queste cose. No, il paesaggio non è un "patrimonio": chi lo considera tale vuole ancora una volta stuprare il paesaggio, piegarlo a logiche di sfruttamento e di imbarbarimento. Imbarbarimento delle cose e delle persone.

Ho sempre trovato orribile, una vera e propria bestemmia, quella tipica dei borghesi con la puzza sotto il naso che, alla vista delle case non intonacate della speculazione che ha colpito la Sicilia negli anni Settanta e Ottanta, esclamano: che vergogna! ma non potevano intonacare, che pezzenti…! Sì, è proprio un pensiero pezzente quello che emette di tali giudizi. Chi opera la scelta, estetica, compie un atto politico ben preciso. La bellezza è una faccenda di classi, è il risultato di una lotta di classe. Uno storico, uno che analizza la realtà, deve avere coscienza di tutto questo. Detto questo, la palla passa a chi deve compiere le scelte - conservare chi e cosa, proteggere o restaurare, lasciar decantare o accantonare nella spazzatura della storia, riutilizzare piegando l’oggetto a nuovi usi, usi che ne cambiano il senso e che incidono sull’oggetto stesso. Se uno scrittore utilizza una determinata parola, sa che quella parola a determinate origini e una serie di significati: nell’uso, la piega all’interno di un contesto che la connotano, la possono persino cambiare di senso.

L’unico paesaggio che non cambia è quello dei cimiteri. Si potrebbe usare questa, a mo’ di battuta. Solo che poi neppure questa cosa è vera. Sappiamo che i cimiteri mutano di continuo. E non solo perché accolgono nuove salme, e i fattori ambientali portano a un degrado naturale di lapidi e cromature. Sono i nostri stessi occhi che vedono le cose in maniera diversa, non c’è mai una cosa che possa essere guardata allo stesso modo. Persino le fotografie “cambiano” nel tempo. Dunque, da cosa nasce questa cosa della “difesa del paesaggio”? Oggi con tecniche digitali si potrebbe memorizzare in un hard disk un paesaggio; e memorizzarlo “nel tempo” in modo da vederlo mutare e “fermarlo” nel suo mutamento quando si vuole (basta inserire un semplice algoritmo). Dopo aver giocherellato con questo video-time per un po’, ci si accorge che alla fin fine non serve poi a molto.

La sfida del paesaggio è la sfida del monumento, che prova la sua fissità - la fissità del proprio “corpo” e del significato che gli è stato attribuito - nei confronti del mutamento del tempo e ai mutamenti della storia. Ecco quello che in realtà si vuol fare, condurre a “monumento” paesaggi e cose. Sacralizzarli al punto da volere che la cittadinanza non compia, su questi paesaggi e queste cose, atti vandalici o di riuso. Così le “denominazioni di origine controllata” assegnate a determinati vini o alimenti. Apporre la scritta DOC a un vino lo sacralizza, in qualche modo, ne fa bevanda sacra che “non deve” essere industrializzata (il DOC è un escamotages del sacro ad uso industriale) o “contraffatta” (l’industria è l’attività della riproduzione, ovvero della contraffazione controllata). A produrre quel determinato vino, o a vivere in quel determinato paesaggio, sono chiamati i sacerdoti del DOC - l’oggetto e il luogo sono esclusi dagli “altri”. Un processo di privatizzazione, e di esclusione nei confronti degli “altri” che possono contaminare o falsare l’ “autenticità” del vino o del paesaggio. Ciò presuppone che quelle élites che sono diventate la classe sacerdotale di quel vino o di quel paesaggio sappiano mantenere nel tempo quella “autenticità” che sono chiamati in prima battuta a tutelare. Cosa succede quando la cultura di queste élites è la cultura della prostituzione, del turismo, quella che vuole che le cose siano vendute ai “passator cortesi” (purché provvisti di denaro); e cose e paesaggi sono ammansiti, edulcorati per adattarsi ai palati di questa mono-cultura turistica di passaggio? La trasformazione del paesaggio a quinta teatrale è consustanziale, immanente alla cultura del turismo.

Ogni epoca prova a creare un proprio paesaggio, un fondale architettonico all’interno del quale ama recitare. Lo stile rococò e liberty dell’Italia umbertina; lo stile razionalista e classicista del fascismo; il razionalismo del vetro-cemento dell’era industriale fordista. La ricerca del paesaggismo attuale è implicito nel processo (che ci ricorda Settis) di cittadinizzazione della campagna. Viene bollata come negativa la metropolizzazione, si cerca un riequilibrio tra elemento vegetale e costruzione. La villa romana torna a essere il miraggio delle classi medio-alte. Il connubio paesaggio “naturale” e costruzione diventa “valore”. Va rimosso tutto il moderno, a favore di “quello che c’era prima”. E’ lo stesso processo che valorizza l’antiquariato rispetto al “vecchiume”: essendo il vecchiume quello in cui vivevano i nostri genitori, mentre è antiquariato quello in cui vivevano i nostri nonni. E’ un processo generazionale di sopravvivenza, lo strano andamento che concatena le generazioni non attraverso il legame padre-figlio ma tra quello nonno-nipote. Il salto generazionale permette di decantare gli eccessi della mutazione genetica più recente e dall’esito più estremo. Un legame e un andamento della storia di tipo prudenziale, che prova a meditare meglio sui “salti” che a volte certe generazioni compiono in odio ai diretti genitori.

Quando Settis richiama all’etica democratica gli architetti e gli allestitori di parchi archeologici, lo fa in nome non di una retorica, ma di una responsabilità civile. Il paesaggio va difeso innanzitutto dagli architetti, i primi motori del mutamento ambientale. E dato che comunque sono loro quelli che fanno danno - e dettano le mode, determinano i gusti e i “valori” di una generazione -, marchiano/marcano il paesaggio con il segno dell’epoca, il tentativo di Settis è quello (quantomeno) di rendere più coscienti gli architetti della responsabilità che essi hanno nei confronti delle generazioni - e delle generazioni future. Responsabilità civile è responsabilità ecologica. Ritrovare questo senso della responsabilità è uno dei non ultimi pregi del volume di Settis. Quale paesaggio vogliamo lasciare alle generazioni future? e quale aria, quale acqua, quale terra, quale cultura, quale cibo, quale forma e contenuto di pensiero?


Sinossi (quarta di copertina del libro)

Dove corre il confine fra «paesaggio» e «città»? E come giudicare o indirizzare gli interventi sull’uno e sull’altra, o la continua crescita delle periferie? Devono prevalere i valori estetici (un paesaggio da guardare) o quelli etici (un paesaggio da vivere)? L’architetto è il mero esecutore dei voleri del committente, anche quando vadano contro l’interesse della collettività, o deve mostrarsi attento al bene comune? Sfidare i confini difficili fra città e paesaggio, decostruire i feticci di un neomodernismo conformista (il grattacielo e la megalopoli) e le sue conseguenze (i nuovi ghetti urbani) vuol dire tentare il recupero della dimensione sociale e comunitaria dell’architettura. In un paesaggio inteso come teatro della democrazia, l’impegno etico dell’architetto può contribuire al pieno esercizio dei diritti civili. Diritto alla città, diritto alla natura, diritto alla cultura meritano questa scommessa sul nostro futuro.



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