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I nostri boschi sono sotto attacco

Diego Infante ha indirizzato questa petizione a Sergio Mattarella, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Roberto Fico, Giuseppe Conte, Sergio Costa, Teresa Bellanova
di Redazione - mercoledì 20 novembre 2019 - 637 letture

In Italia molti boschi sono sotto il controllo del Ministero delle Politiche Agricole. Sembra una cosa da poco ma questo permette di disboscare facilmente le nostre foreste per fare cassa e utilizzare il legno a fini produttivi. Le nostre forse vanno salvate, non disboscate e per questo chiediamo una cosa semplice: che tornino sotto la tutela e valorizzazione del Ministero dell’Ambiente.

boschi

In Italia non tutti sanno che la maggior parte del patrimonio forestale (quello pubblico, e non ricadente in parchi nazionali, altre riserve e aree circoscritte), dipende dal Ministero delle politiche agricole, altrimenti detto Mipaaf.

Viene da chiedersi: cosa hanno in comune le foreste con i campi per la produzione agricola? Il motivo è presto detto: i boschi vengono valutati in primo luogo per i loro aspetti produttivi.

Con questa petizione intendiamo chiedere una modifica del succitato paradigma, al fine di salvaguardare le foreste nella loro accezione di sistemi complessi, scrigno di preziosa biodiversità, nonché di speranza per il futuro delle prossime generazioni.

Non stiamo parlando di luoghi qualunque, ma di spazi vitali che serbano la memoria e il legame con gli aspetti più reconditi della nostra essenza, depositari di valori intrinseci di natura etica, storica, spirituale e paesistica.

Un patrimonio inestimabile che rischia di degradarsi ulteriormente da quando Alfonso Alessandrini definì l’Italia «Un Paese ricco di boschi poveri».

Eppure, nonostante una sempre maggiore presa di coscienza dei problemi ambientali da parte dell’opinione pubblica, in Italia si continua a ossequiare una visione improntata al riduzionismo economico che degrada le foreste a materia inerte da sfruttare.

Se gli interessi della filiera del legno sono ampiamente noti, cosa ben diversa accade per l’utilizzo dei boschi a fini energetici: occorre infatti rimarcare che la direttiva UE 2018/2001 sulle rinnovabili contempla anche l’uso di biomasse forestali.

Ora, sebbene frutto delle migliori intenzioni, l’aumento del target 2030 sulle rinnovabili rischia di incrementare questa pratica, sconfessata da un documento sottoscritto da circa 800 scienziati, nonché dall’European Academies Science Advisory Council, come pure da unrecentestudio pubblicato su “Nature”.

È importante sottolineare che gli effetti della gestione forestale sono rilevanti e possono alterare profondamente il bilancio del carbonio degli ecosistemi boschivi.

Le foreste funzionano come serbatoi, diventando fonte o pozzo in riferimento alla direzione che assumono i flussi di scambio con l’atmosfera: una fonte aumenterà la quantità di carbonio nell’atmosfera (emissioni di CO2), mentre un pozzo la catturerà (sequestro di CO2).

Da questo punto di vista, i boschi soggetti a taglio ceduo, da pozzo diventano sorgenti di CO2.

Rispetto invece ai dati sempre più incoraggianti sull’aumento della superficie forestale diffusi dal Mipaaf, occorre rimarcare che il computo in oggetto non comprende le volumetrie delle biomasse forestali, che risultano molto ridotte a seguito dei tagli. D’altra parte, il terzo inventario forestale nazionale (INFC 2015) non si è ancora concluso poiché non sono stati completati i rilievi a terra: in assenza di questa informazione è impossibile calcolare la densità e il volume complessivo.

Ogni stima è dunque provvisoria e non definitiva.

E a riprova dello “stato dell’arte” vi è l’approvazione da parte del Governo Gentiloni del Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali (TUFF), che benché privo dei decreti attuativi, sancisce di fatto l’ingresso dell’interventismo gestionale all’interno del nostro patrimonio boschivo.

Non che la situazione attuale sia più confortante: tutt’altro.

Già perché nel silenzio generale dei media, e in un contesto di crisi ambientale che sta mobilitando le coscienze e i governi di tanti Paesi, l’Italia è oggetto di un vero e proprio sacco boschivo, a causa di pratiche di “gestione” che prevedono un massiccio ricorso al taglio (spesso eseguito nel peggiore dei modi: cosiddetto ceduo “stecchino”), passando poi per la pressione delle succitate centrali a biomasse – peraltro lautamente finanziate con contributi pubblici –, senza contare i tagli abusivi che si succedono senza sosta (persino nei parchi nazionali, con particolare riferimento a quelli calabresi), e che generalmente trovano nella mera contravvenzione la loro sanzione giuridica.

Si aggiunga pure una nuova strategia adottata da molte amministrazioni comunali: la vendita di porzioni boschive - con conseguente abbattimento – al solo scopo di fare cassa. Emblematica la vicenda del Comune di Paola (CS): una superficie di 22 ettari di faggeta verrà tagliata per ricavare 54000 euro (N.B. A seguito di proteste e petizioni, il Sindaco ha poi deciso di fare marcia indietro).

Per tutte queste ragioni chiediamo a gran voce l’abbandono di una anacronistica gestione boschiva tarata sul produttivismo, a vantaggio di una improntata a criteri prettamente conservativi.

Troppo alta la posta in gioco: le foreste sono ecosistemi complessi adattativi e come tali richiedono una pianificazione e gestione adeguate, sia per garantire la conservazione dei boschi cosiddetti “funzionali”, sia per quanto concerne il restauro di quelli degradati.

Per far ciò, occorre innanzitutto che la delega sulle foreste passi dal Mipaaf al dicastero dell’Ambiente, e allo stesso tempo che quest’ultimo riceva in dote le giuste professionalità nonché gli strumenti adeguati per poter operare al meglio.

Ciò non vuol dire farsi promotori di richieste che hanno il sapore dell’utopia romantica: riteniamo infatti che la silvicoltura, mediante un processo di graduale transizione, debba essere sostituita dall’arboricoltura, cosicché una buona parte del fabbisogno di materia legnosa potrà provenire da foreste messe a dimora in spazi agricoli non utilizzati (come del resto già accade con la pioppicoltura).

Altresì pensiamo che il Ministero dell’Ambiente, in virtù delle nuove competenze, potrà acquisire al demanio dello Stato i cosiddetti “boschi di protezione”, ovverosia quelle formazioni forestali che difendono il territorio da valanghe e dissesto idrogeologico, in modo da sottrarli a qualsiasi ipotesi di taglio.

Infine, riteniamo prioritario riportare la competenza sui boschi pubblici e privati da regioni, province e comuni allo Stato centrale: dal momento che il patrimonio arboreo rappresenta un interesse strategico nazionale, esso va sottratto ai meccanismi di riduzione al criterio dell’utile.

Prima che sia troppo tardi.

Liberi pensatori a difesa della natura

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