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Haiti, la ricostruzione che distrugge

Quasi 500 milioni di dollari per costruire un parco industriale che toglie a 3.500 persone la terra di cui vivono. Ma loro non si arrendono.

di Redazione - venerdì 4 novembre 2016 - 3670 letture

Il recente uragano Matthew non è purtroppo la prima tragedia che colpisce Haiti, già devastata dal terremoto nel 2010, che costò la vita a 222.517 persone e ne coinvolse in tutto più di 3 milioni. Dopo quell’evento, la mobilitazione della comunità internazionale fu incredibile. Privati, aziende ed istituzioni raccolsero e stanziarono somme ingenti da destinare alla ricostruzione.

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Caracol

Una ricostruzione che avrebbe dovuto basarsi su analisi preliminari, essere partecipata, prendere in considerazione le reali esigenze della popolazione e mirare al bene comune. Purtroppo in questo caso non è stato così.

Quello del parco industriale di Caracol (CIP) è un caso emblematico di anteposizione degli interessi economici di pochi alle vite delle persone, una violazione dei diritti umani che non può non fare indignare.

Pensato come uno dei progetti di punta nell’ambito della ricostruzione e costato quasi 500 milioni di dollari, stanziati da USAID, Banca di sviluppo interamericana (IDB), Clinton Foundation e SAE-A (la compagnia sud coreana proprietaria e principale produttrice del parco stesso), il CIP è stato costruito nel nord-ovest del Paese, in un’area molto distante rispetto a quella danneggiata dal terremoto.

Il progetto avrebbe dovuto portare alla creazione di circa 65.000 nuovi posti di lavoro rilanciando le esportazioni del Paese. Attualmente all’interno del CIP lavorano circa 5.500 persone, delle quali 5.000 assunte da SAE-A, che aveva espresso inizialmente l’intenzione di assumere 20.000 nuovi lavoratori.

Come se non bastasse, il parco industriale ha occupato un’area di circa 246 ettari di terre molto fertili dove vivevano e lavoravano 442 famiglie per un totale di 3.500 persone, che utilizzavano quella terra per produrre cibo destinato alla propria sussistenza e ai mercati locali. Centinaia di famiglie si sono viste negare l’accesso alla terra da un giorno all’altro, con un processo di espropriazione (land grabbing) viziato da molte irregolarità, senza adeguate compensazioni e senza ottenere il consenso previo, libero ed informato delle popolazioni locali.

Le comunità sono state private della loro unica fonte di sussistenza, e hanno subìto un drammatico peggioramento delle condizioni di vita; in molti casi faticano a soddisfare i loro bisogni primari.

Oggi, grazie al supporto di ActionAid, queste famiglie si sono riunite nel Collettivo “Kolektif Peyizan Viktim Tè Chabè” con lo scopo di rivedere i documenti pubblici riguardanti il Piano di risarcimento e riabilitazione al quale erano soggette, e successivamente i documenti forniti dal Governo di Haiti e da IDB (International Development Bank), per rivendicare i propri diritti.

Questo è solo un primo passo. Resteremo al fianco delle comunità di Caracol finché non avranno ottenuto giustizia.


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