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Giuseppe Bombardieri e la ‘ndrangheta

Il procuratore reggino dalla Commissione parlamentare antimafia

di francoplat - mercoledì 11 ottobre 2023 - 686 letture

Lo scorso settembre, esattamente il 12, il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Bombardieri, si è recato in audizione presso la Commissione parlamentare antimafia. L’incontro si è svolto dinanzi al presidente della Commissione, la deputata FdI Chiara Colosimo, e ad altri membri del collegio parlamentare, tra i quali l’ex magistrato Roberto Scarpinato, senatore pentastellato, così come pentastellato è Federico Cafiero de Raho, già procuratore nazionale antimafia. Il dialogo di Bombardieri con i rappresentanti quest’organo rientra nell’ordinario percorso informativo dell’istituzione, volto ad acquisire dati e contenuti relativi al fenomeno mafioso da protagonisti diversi della vita associata nazionale.

L’audizione del magistrato è durata circa due ore ed è riportata tra i documenti in Rete della commissione sopra citata. Si è trattato di un colloquio informativo, sorretto dall’esperienza del procuratore nel territorio calabrese, di cui è originario, e incardinato su una prima parte nella quale Bombardieri ha presentato la propria visione del fenomeno ‘ndranghetista e un secondo momento in cui le domande degli interlocutori si sono alternate alle risposte dell’ospite.

Il discorso di Bombardieri merita qualche attenzione, perché, pur ribadendo alcuni concetti già noti – la pericolosità dell’organizzazione criminale calabrese, il suo respiro internazionale, la solidità delle ‘ndrine chiuse a riccio dai legami di sangue, la delocalizzazione delle attività illecite –, il magistrato ha fornito una serie di riscontri interessanti sulle cause del fenomeno e sulle eventuali risposte da fornire. Nulla di nuovo anche qui, ma è l’osservatorio a essere interessante, il buco della serratura di un procuratore, non di un sociologo o di un economista, e tuttavia di un professionista che ha raccolto, dal 1990 a oggi, un’enorme varietà di casi umani, di vicende umane strozzate dalla mafia calabrese o da essa favorite e ne ha tratto delle riflessioni forse non originali, ma certamente solide e argomentate.

Il punto di partenza è ordinario: «non possiamo pensare di sconfiggere la criminalità organizzata con i processi e con gli arresti. Sicuramente in Calabria c’è un problema culturale ed economico, è un problema di mancanza di alternative di sviluppo che spesso conducono a scelte che non sempre sono necessitate da vincoli familiari, come si potrebbe pensare, ma a volte risultano necessitate dalla mancanza di attività lavorativa». E fa un esempio, un esempio concreto. Immaginate una ragazza, figlia di un boss tradotto in carcere, che non condanna il padre ma che desidera cambiare vita, là dove è sempre vissuta. Chi assumerà come commessa una donna che porta addosso l’ombra famigliare della ‘ndrangheta e di cui si sospetta possa essere la proprietaria reale del supermercato, mentre il vero proprietario sarebbe inteso come un puro prestanome?

Il problema è duplice, economia e cultura si abbracciano, potentemente, rigettano al di là della frontiera legale anche chi vorrebbe rimanerne al di qua, anche chi vorrebbe deviare dai binari obbliganti del contesto familiare. Il sociologo e l’economista Bombardieri parlano con la voce del magistrato, sottolineano le difficoltà pratiche di chi vive tra le pressioni criminali e la cultura silente e, in parte, complice di quella criminalità, dell’imprenditore il cui negozio, finché paga il pizzo, è pieno e poi, sporta la denuncia contro i mafiosi, si svuota, dagli ‘ndranghetisti, certo, ma pure dai clienti comuni.

Ha le idee chiare Bombardieri circa i meccanismi di inquinamento dell’economia legale, non evita di precisarli: l’aggressività armata dei criminali si sposa alle necessità e alle collusioni della società civile e del ceto politico, dell’amministrazione. Laddove ci siano degli interessi economici, là c’è la ‘ndrangheta, interessi che «si concentrano nella sanità e, in passato, nella forestazione. In questi ambiti, è evidente che un sistema clientelare ha favorito una pervasività delle organizzazioni criminali sul territorio che le ha consentito nel tempo di prosperare». Tra i clientes dei mafiosi ci sono, intanto, gli imprenditori, il cui ruolo, come emerge da alcuni processi, ha cambiato natura nel corso del tempo: «inizialmente hanno iniziato a pagare il pizzo, e quindi erano vittime dell’organizzazione criminale», ma questa condizione soffocata dalle pressioni mafiose, poi, «si è trasformata in una posizione di favore e di vantaggio all’interno del sistema economico locale, per cui la cosca di riferimento “proteggeva” quell’imprenditore da altri che avevano lo stesso oggetto commerciale». Così, l’impresa legata alle cosche progrediva e assumeva dipendenti offerti dai mafiosi, mentre l’economia legale languiva all’ombra di questo cancerogeno abbraccio.

Avidità, disonestà tipica dell’imprenditoria meridionale? Non sembra. Stando alle considerazioni del magistrato, al Nord «la ‘ndrangheta costituisce per alcuni imprenditori disonesti il terreno fertile di sviluppo» e ciò perché le cosche propongono ottimi rimedi a determinati problemi: nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti, ad esempio, «le aziende di riferimento della ‘ndrangheta offrono servizi che sul mercato legale hanno costi sicuramente più elevati. Non offrono solamente la protezione […], ma offrono servizi che non vengono rifiutati dall’imprenditore che non è onesto», a cui necessita ovviare ai problemi del costo del lavoro e di impresa, «per cui è risultato più utile pagare la ‘ndrangheta che pagare in maniera onesta».

Ma la clientela non si limita agli imprenditori, vittime plasticamente diventate carnefici. Bombardieri precisa più avanti che i legami con la politica diventano sempre più stretti e mutano, evolvono con una precisa inversione di traiettoria. Un tempo le mafie cercavano i politici, ora non è più così, o, meglio, non è più soltanto così. «Sono emerse e stanno emergendo nelle attività che ci sono stati avvicinamenti e interessamenti di singoli soggetti “politici” – o comunque che si candidano alle elezioni – a gruppi criminali per ottenerne l’appoggio e il consenso in occasione delle tornate elettorali».

Peraltro, va dato atto alla ‘ndrangheta di non avere ostilità partitiche, almeno secondo il magistrato. I mafiosi sono consapevoli del fatto che «le elezioni non sono un fattore automatico», ossia che non si vince con sicurezza e, dunque, la soluzione è semplice: «le medesime cosche di ‘ndrangheta appoggiano più candidati di schieramenti diversi, e lo dicono chiaramente, che se non verrà eletto Tizio verrà eletto Caio, in modo da avere comunque un riferimento nel consesso eletto di un proprio soggetto appoggiato».

Bombardieri, in questo passaggio, non criminalizza la politica, ma non ammorbidisce l’analisi. Perché il suo ragionamento evidenzia alcune lacune, anche macroscopiche, dello Stato, inteso come governo del Paese: dalla necessità di restare accanto agli imprenditori che denunciano, il cui isolamento di fatto giova solo alla ‘ndrangheta, al problema delle forze di polizia giudiziaria – in Calabria c’è «la metà delle forze che ci sono in altri territori» –, dalla sottovalutazione del fenomeno ‘ndranghetista, che ha potuto prosperare anche in virtù di tale disattenzione, al problema dello Stato “deviato”, come sottolinea il magistrato rispondendo a una domanda del senatore Scarpinato sulla questione del periodo stragista. Circa quest’ultimo aspetto, il procuratore calabrese precisa come i processi e le relative sentenze, a cui scarsa attenzione è stata dedicata a livello nazionale, abbiano messo in luce l’alleanza tra ‘ndrangheta e Cosa nostra «in un momento delicatissimo della storia nazionale che è quello appunto delle stragi», ma non solo: tali alleanze «sono passate anche attraverso apparati istituzionali deviati, attraverso la compiacenza di settori di istituzioni che hanno anche partecipato a questo tipo di attività», e, aggiunge Bombardieri, al quadro vanno aggiunte le attività e le convergenze di interessi dell’eversione di destra di quegli anni.

Dunque, il procuratore calabrese snocciola dati e fatti, ben più ampi di quelli qui presentati, e li riassume nella sua personale visione sociologica, ma anche politica, culturale, economica del fenomeno. La ‘ndrangheta è parte integrante della vita del Paese, non è un elemento allogeno, estraneo: è viva lungo tutto lo spettro nazionale, e ben conosciuta all’estero, gode di un’attenzione ancora troppo silente, delle storture di un sistema economico a cui fa gola l’intermediazione non burocratica delle cosche e la risoluzione dei problemi a costi ridotti, rispetto quelli imposti da procedure legali, garantita dai boss, dell’attenzione di una parte del ceto politico a cui non spiace, di tanto in tanto, bussare alle porte dei capibastone di turno. Compito enorme quello di contrastare tale fenomeno, ma non impossibile per Bombardieri. Se si vuole «davvero contrastare efficacemente la ‘ndrangheta – e lo si può fare, in questo sono fiducioso, con mezzi e strumenti sufficienti, si può contrastare efficacemente la ‘ndrangheta – ci vuole appunto [la] spinta culturale della gente che non si gira dall’altra parte».

L’atteggiamento dello struzzo, di chi mette la testa sotto la sabbia o, appunto, la volta dall’altra parte è parte integrante del problema. Per il magistrato, anche risolti altri problemi, va affrontato quello del comportamento singolo e della cultura collettiva. Non è più consentito voltarsi dall’altra parte, afferma in chiusura dell’incontro, «così come non è consentito agli imprenditori ritenere che tutto questo sia un problema di forze dell’ordine. Ricordo un’intercettazione in cui l’imprenditore a cui era stato chiesto il pizzo, parlando con il fratello e con altri imprenditori, diceva che non era un problema suo, ma un problema dei carabinieri, che non doveva essere lui ad affrontare il problema. Non è vero, non è cosi, devono capire che è un problema di tutti loro e dei loro figli, e di tutti quanti».

Non dice nulla di nuovo, forse, Bombardieri. Ma lo dice da un osservatorio privilegiato, che privilegiato, a quanto pare, non vorrebbe essere, nel senso che lascia trasparire, senza mai farvi cenno, una sorta di amarezza, quella di chi sente, a tratti, invalidato lo sforzo giudiziario, l’operato della magistratura, ora vituperata come potere forte e ora celebrata come rimedio di tutti i mali. Sa bene, come lo sanno tutti gli osservatori competenti ed esperti del fenomeno mafioso, che la giustizia non basta, che è solo un segmento, l’ultimo, della vita associata, quello a cui va incontro chi, scavalcata la politica attiva, l’economia legale, la cultura civica, approda nel recinto delle norme infrante. Quando il reo arriva davanti a Bombardieri, un lunghissimo percorso è stato compiuto, i meccanismi leciti della vita di comunità sono saltati, delinquere per avidità o bisogno è diventato un’opportunità o un’esigenza, tacere per paura o convenienza è diventato costume collettivo e ordinario, invocare gli eroi che salvino dai cattivi una forma di comoda esistenza.

Il magistrato calabrese, pur in maniera indiretta, sta dicendo che guardare alla mafia è meno importante per la conoscenza di questa forma di criminalità che per apprendere la cultura civica complessiva del nostro Paese. Per apprendere il deficit civico e morale del nostro Paese, a tutti i livelli.


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