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Giampaolo Pansa, La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti

Giampaolo Pansa, La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano 2006, pagg. 469, euro 18.

di pietro g. serra - mercoledì 2 maggio 2007 - 5473 letture

Giampaolo Pansa, La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano 2006, pagg. 469, euro 18.

Il meccanismo delle reazioni previste, ben noto sia agli studiosi di psicologia sia agli analisti delle relazioni internazionali, non deve appartenere al bagaglio cognitivo di quei molti intellettuali e politici di sinistra che con crescente veemenza hanno preso di mira da qualche anno a questa parte Giampaolo Pansa per la vena di curiosità ed insieme di pietà che lo ha indotto a dedicare tre dei suoi libri più recenti (Gli anni dell’aquila, Il sangue dei vinti e Sconosciuto 1945, tutti editi da Sperling & Kupfer) alle tormentate vicende dell’ultimo fascismo e alla sorte tragica che ne travolse molti protagonisti e comprimari.

Che Pansa non fosse un tipo a cui piace inghiottire rospi o prendere schiaffi senza reagire, ci voleva poco a capirlo, a meno di non ignorare tutto della sua copiosa produzione giornalistica e del carattere che ne traspare; e sarebbe stato consigliabile misurare parole ed epiteti, quand’anche si fosse giudicato indispensabile replicargli criticamente, per non esasperarne le reazioni. Ma gli umori sono spesso più vivaci delle facoltà razionali negli uomini di penna e di potere, e nel giro di pochi anni su quello che ormai da decenni è considerato uno dei più brillanti cronisti e commentatori di segno progressista della politica italiana sono piovute, dalla sua stessa parte, caterve di fango.

Le accuse di dilettantismo, di abuso della qualifica di storico e di incursione non autorizzata nel recinto riservato agli studi accademici si sono intrecciate a quelle di tradimento dell’antifascismo, di servilismo verso la destra trionfante dell’era berlusconiana e addirittura di opportunismo mercenario (perché a molti storici di professione, abituati – come del resto chi scrive – a contare il numero dei lettori dei propri saggi in poche migliaia, le cifre impressionanti di vendita dei “libelli” di Pansa, giunte in un caso a sfiorare il milione, non sono proprio andate giù).

Quel che improvvidamente la schiera dei detrattori non aveva messo in conto è che ogni colpo scagliato contro il bersaglio avrebbe potuto trasformarsi in un boomerang, facendo dell’oggetto degli attacchi una sorta di icona del non conformismo su argomenti ancora controversi e perciò guadagnandogli un notevole supplemento di attenzione da parte di coloro – e sono molti, come si sapeva e come si è visto – che non sono mai stati convinti della versione edulcorata e unilaterale che l’Italia politica, intellettuale e mediatica ufficiale ha dato dell’epopea sanguinosa della guerra civile degli anni 1943-1945. La grande mole di consensi raccolta fra la “gente comune” ha così permesso al giornalista piemontese di resistere brillantemente all’offensiva ed opporre una decisa replica agli assedianti attraverso un libro destinato ad approfondire, e non di poco, il solco che gli scritti precedenti avevano scavato.

La grande bugia che dà il titolo al volume è infatti quella diffusa da creatori e manipolatori del “mito della Resistenza”, che Pansa – antifascista non pentito, checché ne pensi chi gli vuol male – in precedenza aveva solo sfiorato con critiche circoscritte e ora invece prende di petto nel contesto di una resa dei conti con tutti quegli esponenti della sinistra italiana che hanno replicato con l’arma della contumelia alla ricostruzione della mattanza dei fascisti dopo il 25 aprile da lui delineata ne Il sangue dei vinti. E l’ardore con cui questa bugia è denunciata nel nuovo libro ha provocato un tale surriscaldamento della polemica da farla trascendere in censura violenta (come quando attivisti dei centri sociali hanno contestato una presentazione dell’opera a Reggio Emilia) e da impedire qualsiasi dibattito degno di questo nome sulla bontà delle argomentazioni che l’autore ha messo in campo. Solo adesso, forse, ad alcuni mesi dall’uscita del libro – che, assicura l’editore, nei primi trenta giorni aveva raccolto già 380.000 acquirenti – è possibile parlarne senza l’assillo di doversi schierare senza riserve nel campo dei “favorevoli” o dei “contrari”; ed è in questa prospettiva che intendiamo collocare le note che seguono.

Va detto subito che, se all’attivo di Pansa vanno messi anche in questo caso coraggio e coerenza, rispetto alle opere citate in precedenza La grande bugia perde in scioltezza discorsiva e, un po’, anche in senso della misura nell’esposizione delle tesi difese dall’autore. Se la seconda di queste pecche, su cui torneremo in seguito, deriva da un comprensibile cedimento di Pansa allo sdegno per il trattamento ricevuto da taluni dei suoi censori, la prima discende dalla sua ostinazione nel non voler abbandonare la forma del dialogo fittizio adottata nei libri più recenti per dipanare il senso dalla narrazione.

Trattandosi in questo caso non solo di rievocare fatti e misfatti di sessanta e più anni orsono, ma anche di mettere alla berlina i critici faziosi contemporanei, l’affidarsi a un’ipotetica chiacchierata fra l’autore e una giovane interlocutrice non giova all’organicità dell’opera e fa rimpiangere l’occasione perduta di scrivere un più classico e meglio articolato saggio, sia pure imbevuto di quel vigore pamplettistico in cui Pansa eccelle. Gli immaginari dialoghi con l’alter ego Emma Cattaneo sono infatti quasi esclusivamente monologhi, in cui si mescolano con scarsa sintonia argomenti collocati a livelli diversi: ulteriori quadri tragici delle disavventure dei “vinti della Liberazione”, racconti di intrecci familiari politicamente scorretti tra genitori fascisti e figli comunisti, disfide personali con gli “esorcisti” denigratori, considerazioni sulle incongruenze dell’odierna sinistra, tribune libere concesse a voci fuori dal coro della storiografia sia professionale che dilettantistica.

E se in più di un passaggio la trama dello scritto giunge comunque ad appassionare, in altri punti l’ordito si smaglia e perde una parte della sua incisività. L’autore è consapevole del rischio e lo dichiara onestamente nella nota di apertura, quando previene il lettore che il suo libro “è un incrocio tra cose diverse. È il diario delle mie ultime esperienze di autore. È la registrazione di testimonianze che ho ricevuto. È la risposta alle aggressioni in cui mi sono imbattuto. E infine è il racconto di vicende accadute ad autori osteggiati da coloro che uno storico, per altro avverso ai miei libri, definisce beffardamente i Guardiani del Faro Resistenziale”. L’ammissione è lodevole perché evita aspettative fuori luogo; ciò non toglie però che il dosaggio di queste “cose diverse” semini, in qualche occasione, un pizzico di smarrimento anche nel lettore non prevenuto e lo induca a distinguere le pagine più riuscite da quelle che lo sono meno.

Alla prima categoria appartengono senz’altro le nuove puntate dell’inesauribile storia delle vendette che funestarono l’immediato dopoguerra italiano: morti misteriose di partigiani non allineati alle direttive del Pci, scomparse di parenti e amici di fascisti veri o presunti, persecuzioni di innocenti marchiati da sospetti infamanti diffusi in malafede da individui o soggetti politici interessati a causarne la rovina. E ad esse si possono affiancare le fondate denunce di alcuni episodi di discriminazione o di gogna massmediale nei confronti di intellettuali rei di aver offerto visioni della guerra civile discordanti dalla vulgata canonica (valga ad esempio il caso dello storico antifascista Roberto Vivarelli, indicato al pubblico ludibrio per aver onestamente spiegato le ragioni che lo indussero, giovanissimo, ad aderire alla Rsi – fatto peraltro noto da decenni). Più problematico è invece il giudizio sulle parti in cui Pansa chiama al banco degli imputati la folta schiera dei suoi critici.

Che ciò sia legittimo, è fuor di discussione. E non si può negare che alcune delle staffilate che il giornalista vibra a chi lo ha insultato colgano pienamente nel segno – come accade nelle repliche alle “manovre da bottega in disarmo, sempre più sguarnita” dell’Anpi, all’arroganza di un fazioso congenito e sentenzioso qual è Sergio Luzzatto, alle incongruenze di Giorgio Bocca o alle reticenze di tanti esponenti della sinistra ex comunista di fronte all’ammissione dei lati oscuri del proprio album di famiglia. Tuttavia, in altre occasioni di confronto polemico con i detrattori il tono adottato non appare il più appropriato allo scopo e il sarcasmo dei nomignoli e delle definizioni lapidarie prevale troppo apertamente sulla sostanza del ragionamento, sfuocando l’incisività delle ragioni esposte. Ed è un peccato, perché i destinatari delle reprimende, non di rado autentici cacciatori di streghe, avrebbero meritato circostanziate confutazioni, capaci di metterne in rilievo la malafede assai più di quanto non possa fare qualche rapido rilievo ironico su questo o quell’aspetto del loro oltranzismo verbale.

Altri capitoli del libro, come quelli rispettivamente dedicati alle responsabilità della sinistra nell’invenzione della “grande bugia” e alle voci storiografiche soffocate dal conformismo ideologico sono di meno facile catalogazione, unendo spunti interessanti e condivisibili ad annotazioni più estemporanee e discutibili. Sul primo versante, ad esempio, non c’è dubbio che fosse ora di confutare in modo non strumentale la visione di un Partito comunista impegnato, nella lotta partigiana, unicamente a difendere la libertà e gettare le basi per il ritorno della democrazia, senza coltivare alcun secondo fine insurrezionale o totalitario, e Pansa adempie al compito in modo egregio. Così come veder finalmente scalfito il tabù dell’indiscutibilità dell’interpretazione fornita da Claudio Pavone su qualunque aspetto della guerra civile è consolante per chiunque abbia in uggia ogni tipo di storiografia con copyright; ma queste ed altre critiche giuste e puntuali si accompagnano talvolta ad affondi polemici che guardano con troppa insistenza alle cronache politiche più attuali, rischiando di apparirne condizionate. Quanto invece alle voci che si collocano fuori dal coro della storiografia ufficiale, se è opera meritoria dare spazio alle opinioni di un ricercatore scrupoloso come Giuseppe Parlato o riconoscere a Giorgio Pisanò il talento del pioniere nelle indagini su alcuni aspetti della Rsi, meno convincente appare la nobilitazione a pagine di vera investigazione storica di alcuni dei frutti di quel dilettantismo che, prendendo spunto dalla verve militante di vari scritti dello stesso Pisanò, ha messo profonde radici negli ambienti del neofascismo, creando uno strabismo ricostruttivo e interpretativo simmetrico a quello dei circoli resistenziali ed egualmente nostalgico. Separare il grano dal loglio, e magari raccogliere un altro po’ del primo – che in giro c’è –, forse non sarebbe stato male.

Detto tutto questo, non si può negare – e men che meno può farlo lo scrivente, che da Pansa è citato in termini più che garbati – che, a chi per troppi anni ha visto prosperare in Italia un’agiografia manichea ed ipocrita dell’antifascismo che impediva alla ricerca storiografica e politologica di giungere a una descrizione equilibrata e veritiera di eventi molto più complessi e molto meno lineari di quanto pretendono le opposte visioni di parte, la lettura de La grande bugia provoca un profondo sollievo. Perché dimostra che anche in tempi in cui l’asfissiante logica bipolare spinge ogni giorno di più a caricaturali e plateali diverbi pubblici su ogni tema culturale che abbia una qualche risonanza politica, provocando simmetrici arroccamenti attorno alle “verità” che a questo a quello dei due contendenti fanno più comodo, è ancora possibile a qualche spirito impertinente giocare da battitore libero. Giampaolo Pansa, che tuttora si reputa (ma c’è da cominciare a chiedersi ancora per quanto, se l’atteggiamento dei suoi detrattori resterà questo…) uomo di sinistra, con i suoi libri sta sfidando sempre più apertamente il conformismo della sua parte. A destra, dove malgrado le operazioni innovative di facciata continuano a dominare gli effetti di una cinquantennale sindrome dell’accerchiamento – quella che induce tuttora a pensare, per dirla con una frase ossessivamente ripetuta da Giorgio Almirante e coniata, pare, dal primo leader dei giovani missini, Roberto Mieville, che “il peggiore dei nostri è migliore del migliore dei loro” –, non si registrano segnali altrettanto confortanti. Ma verrà forse un giorno in cui anche sugli aspetti più controversi della storia recente la curiosità intellettuale prevarrà sulla reticenza indotta dall’appartenenza politica. E in quel frangente l’opera oggi tanto discussa di Pansa apparirà per quello che è: il contributo coraggioso di un precursore. Marco Tarchi


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