Frontiere


La rete delle "Città vicine" al "LampedusaInFestival" (19-23 luglio 2013)
giovedì 22 agosto 2013 , Inviato da Pina La Villa - 15450 letture

Frontiere

“Askavusa”, “Scalzi”, come arrivano i migranti, le scarpe perdute, insieme ad altri poveri oggetti che si sono portati dietro, e poi ritrovati fra i legni dei barconi o sulla spiaggia. “Askavusa”, come da sempre sono stati i pescatori di Lampedusa, in senso reale e metaforico (il termine significa anche miseri, senza alcuna risorsa).

“Askavusa” è il nome dell’associazione nata a Lampedusa nel marzo del 2009, in seguito alle dimostrazioni contro la creazione nell’isola del Centro di identificazione ed espulsione (C.I.E.).

L’associazione si occupa in primo luogo di dare ai migranti ciò di cui hanno immediatamente bisogno: una doccia, un pasto, abiti puliti, informazioni legali.

Nel frattempo diventa abitudine raccogliere gli oggetti perduti, magari recuperare un documento importante per i superstiti dei naufragi, ritrovarsi fra le mani lo spazzolino, lo scolapasta, la busta di cuscus, la tunica, il glossario.

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Da qui è nato il “Museo delle migrazioni”, che quest’anno, nell’ambito della quinta edizione del “LampedusaInFestival”, organizzato da “Askavusa”, ha anche allestito una mostra dal titolo “Con gli oggetti dei migranti”. Oggetti, come dicono Costanza Meli e Gianluca Gatta durante la conferenza stampa, che “altrimenti sarebbero stati considerati spazzatura o, nella migliore delle ipotesi, corpo del reato”. La mostra documenta l’attività del museo, che adesso, oltre agli oggetti, raccoglie e cura anche documenti cartacei, avviando così un centro di documentazione. I curatori non si nascondono le contraddizioni di questa attività, da un lato il distacco/isolamento che la stessa idea di archivio e di mostra comporta, dall’altro e in contemporanea l’arrivo dei migranti con tutto il loro carico di dolore. L’errore è sempre dietro l’angolo, il rischio di cadere in una specie di effetto Disneyland. Il rischio fin qui evitato poiché questa attività ha da sempre coinvolto i migranti. Ciò ha consentito di interpretare i documenti, riconnetterli con chi li ha portati, persi o a cui sono stati sottratti.

Vite da salvare significa anche salvare le memorie, i ricordi, gli oggetti. In fondo è questo il senso di tutto il festival, che si è svolto quest’anno dal 19 al 23 luglio, in vari luoghi dell’isola. “Storie, incontri, vissuti, migrazioni e culture che appartengono al bacino Mediterraneo. Un concorso per filmmaker, un festival che rilanci il dialogo su temi attuali e importanti, su vicende che hanno fatto conoscere all’opinione pubblica Lampedusa e Linosa come comunità capaci di dare un forte segnale di umanità in un mondo sempre più votato all’omologazione”. http://www.lampedusainfestival.com/

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Ho seguito gli eventi del festival insieme alle amiche e agli amici dell’associazione "Città felice" di Catania e della rete delle “Città vicine”.

La rete delle “città vicine” è una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza.

Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto.

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Naturale quindi l’attenzione di “Città vicine” a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (Quest’anno con l’allestimento della mostra "Lampedusa porta della vita" insieme all’associazione "Colors Revolutions").

Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.

Una cosa però è immediatamente chiara: le lotte dei migranti per i diritti, sono lotte per i diritti di tutti. Come il diritto di poter circolare liberamente per il quale, nei giorni del festival, hanno manifestato alcuni giovani emigranti appena arrivati, rifiutandosi di chiedere asilo politico in Italia per non essere costretti a rimanervi. [http://www.lampedusainfestival.com/blog/news/168-sulla-protesta-dei-migranti-a-lampedusa.html].

Li incontriamo per le strade attorno alla Chiesa dove hanno manifestato, questi giovanissimi immigrati: non abbiamo né modo né tempo per parlare con loro, le loro storie le ritroveremo solo la sera nelle immagini dei film e dei documentari proposti dal festival. Quasi surreale, è questa una delle contraddizioni di un festival nato in un tempo e in un luogo in cui la storia che si vuole raccontare e i problemi che si vogliono affrontare sono la quotidianità che esige scelte continue e continuamente aggiornate, come vedremo anche attraverso le parole e l’impegno di Giusy Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa.

Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo reale e simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.

Il luogo reale sono le tre stanze messe a disposizione dell’associazione “Askavusa” per le informazioni sul festival e per le mostre, al centro della città, nei luoghi del passeggio serale, dei bar e dei ristoranti.

Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.

“Sostiene Sankara” e “Lampedusa porta della vita” sono i titoli delle mostre qui allestite.

Con la prima, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara…e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.

E’ da qui, da queste ingiustizie, che inizia il viaggio.

Realizzata da Anna Di Salvo (Città vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra, “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni.

Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. E’ questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”.

Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video, realizzato da Mirella Clausi sulla partecipazione di “Città vicine” all’edizione del 2012 del Festival, la mostra, nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi.

E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.

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L’arte, la politica, la città. Il "LampedusaInFestival"è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.

Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera.

E’ il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino, in memoria dei migranti morti in mare.

Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni.

Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.

Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello. (L “Appello per i migranti tunisini dispersi” si trova qui http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995 )

Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. E’ solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione - “prendiamo sul serio questo dolore” - ma anche una dura condanna - “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” - e, infine, un’assunzione di responsabilità - “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”.

Penso, ma non sono sicura che lei sarebbe d’accordo, che è così che la qualità “differente” dell’impegno politico di alcune donne si mostra. In alcuni gesti semplici e generosi, come quello di inaugurare un festival col cappellino giallo alla presenza di poche persone ( turisti, organizzatori del festival, qualche giornalista), come quello di cominciare dalle donne tunisine che col loro appello hanno posto con forza uno dei tanti problemi legati al fenomeno dell’emigrazione, con un discorso in cui letteralmente “ne va della vita”, per il modo in cui parla, per quello che dice, per quello che promette di fare e che sicuramente farà, anzi ha già fatto.

Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.

Le parole arrivano cariche della fatica, dell’orgoglio e dell’emozione di chi le pronuncia, pesano di fronte a quel mare che testimonia la loro verità.

Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico.

La percezione immediata di questa deformazione è possibile qui, a Lampedusa, a partire dall’immagine falsata dell’arrivo dei migranti. In realtà i migranti non arrivano direttamente dalle coste dell’Africa a Lampedusa coi loro barconi. Non sarebbe possibile, proprio per come sono organizzati questi viaggi, per le imbarcazioni strapiene e non adeguate.

Imbarcazioni destinate al naufragio, che dopo alcune miglia di navigazione vengono soccorse, per lo più da Lampedusa (qui la critica è al governo maltese, che invece spesso si sottrae a questo intervento necessario).

L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa, (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”) così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.

Nel percorso di rinascita che Lampedusa ha ora avviato è arrivato il momento per l’isola di raccontare e raccontarsi in prima persona, perché la politica dei respingimenti è stata una doppia ingiustizia, verso i migranti e verso questo luogo di frontiera, orgoglioso di esserlo.

Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni, che, oltre ad essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.

Il punto è infatti che da qui, da Lampedusa, il problema migranti non è solo dei migranti. Qui è chiara, immediata la percezione degli uni verso gli altri, qui è chiaro che le due battaglie – isola di frontiera e migranti – vanno insieme.


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