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Enel sbarca in America

"Il valore della Patagonia, della sua natura, della sua gente con i suoi sogni e le sue speranze non può essere deciso nè calcolato nelle agenzie di borsa nè nelle riunioni di consiglio degli azionisti delle imprese energetiche..."(Luis Sepulveda)
di Diana Di Francesca - martedì 1 maggio 2012 - 2692 letture

Dopo aver acquisito nel 2008 la società spagnola Endesa, l’Enel si è ritrovata ad avere un posto privilegiato nel campo della fornitura di energia elettrica in Cile e nella partecipazione di maggioranza (51%) al megaprogetto HydroAysen, che prevede la costruzione di 5 dighe, tre nel fiume Pascua e due nel fiume Baker, in Patagonia.

Il Cile, per la sua impostazione fortemente liberista, è un Paese ambito dalle imprese perchè non frappone ostacoli di tipo ambientale a fronte di vantaggi connessi allo sviluppo dell’industria:un esempio è proprio quello della ley de aguas, relativa allo sfruttamento delle acque. La costituzione del 1980, scritta all’epoca di Pinochet ma tuttora in vigore, decreta la proprietà privata dell’acqua e di fatto Endesa/Enel è proprietaria dell’80 % delle acque del Cile. La costituzione, paradossalmente, impedisce allo Stato cileno di entrare in attività in cui può invece entrare lo Stato italiano, azionista di Enel.

Il progetto Hidroaysen viene presentato, ironizza il dirigente ecologista Juan Pablo Orrego, presidente di "Ecosistemas" e tra gli organizzatori della campagna "Patagonia Sin Represas"(Patagonia senza dighe), come "un’opera filantropica":darebbe risposta al problema delle risorse energetiche, coprendo il 35% della richiesta annuale di energia del paese con una fonte "pulita"; senza contare che produrrebbe posti di lavoro per circa 3 mila persone, in una zona del Sud, Aysèn, che proprio per la sua posizione "marginale" e per essere trascurata dal governo centrale è stata protagonista negli scorsi mesi di manifestazioni di protesta duramente represse.

Ma nonostante le campagne pubblicitarie attivate dal governo per rendere popolare il progetto, questo ha incontrato da parte delle associazioni ambientaliste -supportate da uno studio di un gruppo di ricercatori del Mit di Boston.-una decisa opposizione, condivisa dalla maggioranza della popolazione locale.

Lo sbarramento dei fiumi inonderebbe quasi 6000 ettari di terra, alterando in modo irreversibile il paesaggio della Patagonia, uno degli ultimi luoghi incontaminati e quasi inesplorati della terra, e producendo un’azione distruttiva a livello umano, sociale, etnologico. L’espropriazione dei terreni interessati dall’inondazione priverebbe gli abitanti del luogo, in maggioranza mapuche, della loro terra dove praticano pastorizia e agricoltura, e della loro casa, obbligandoli ad accettare di essere sfollati, con un impatto devastante nel loro stile di vita.

Anche il turismo sarebbe danneggiato dal progetto, specialmente nelle zone di maggior appeal turistico come il Lago General Carrera, che si trova alla confluenza del fiume Baker. Per di più alcuni studi sostengono che le dighe favoriscono il verificarsi di sismi in zone "predisposte" e in Cile si trova la seconda faglia più attiva del mondo.

L’energia non sarà fruibile a partire dalla zona stessa in cui si crea, ma bisogna inviarla al Nord da dove ripartirà canalizzata attraversando tutta la costa cilena:più di 2000 km di cavi, ogni 400 metri un traliccio dell’altezza di 70 metri, ...in 2300 chilometri di costa e nelle foreste finora intatte. Come dice lo scrittore Luis Sepulveda in una appassionata lettera al Presidente Piñera(10 maggio 2011): "Hidroaysén, cittadino Presidente, significa la completa deforestazione, la distruzione, lo sterminio di ventitremila ettari di bosco cileno".

Dopo anni di ricorsi, sentenze, appelli, denunce, la Commissione di Valutazione Ambientale della Regione di Aysén ha approvato, il 9 maggio 2011, il progetto, decisione confermata dalla Corte d’Appello di Puerto Montt il 9 ottobre 2011. E’ seguito un ricorso alla Corte Suprema di Santiago, o meglio un ricorso che unificava nove ricorsi "di protezione", cioè che riguardano garanzie costituzionali. Ma il 4 aprile 2012 la Corte ha affermato che la Corporación Regional del Medio Ambiente (Corema) non ha agito in modo arbitrario nel valutare favorevolmente la costruzione della centrale. Il megaprogetto quindi andrà avanti. O meglio,"dovrebbe" andare avanti. Il condizionale è d’obbligo perchè le agguerrite associazioni ecologiste cilene non si arrendono. "La sentenza favorevole a Hidroaysén è solo un incidente di percorso, il tempo gioca a nostro favore" dichiara Juan Pablo Orrego di "Ecosistemas".

Dall’estrema punta del Cile già il 29 marzo la protesta, tramite GreenPeace, è arrivata fino a Roma, dove uno striscione alto quanto i previsti tralicci, 70 metri, con la frase:"Enel killer del clima" è stato calato sulla facciata della sede Enel. Per aprile e maggio sono state indette varie giornate di protesta per il Movimento "Patagonia Sin Represas": il 27 aprile a Coyhaique , il 29 aprile a Santiago col titolo "Semaforo rosso per Hidroaysen", il 9 maggio ad Aysen per l’anniversario dell’approvazione del progetto, il 12 Maggio con una marcia a carattere regionale a Coyhaique.

Intanto Il 7 aprile 2012 membri della Commissione ambiente hanno consegnato all’ambasciatore italiano una relazione sulle irregolarità del progetto Hydroaysen, più di 400 fogli da far pervenire al Parlamento e al Governo italiano. Dato che il 32 per cento del capitale azionario dell’Enel è dello Stato italiano, gli oppositori cileni intendono sensibilizzare i deputati italiani e gli eurodeputati perchè intervengano contro il progetto,che sarebbe viziato da illegalità e atti arbitrari: catalogato come "non conforme" il 26 aprile 2011 fino alle 13,30, misteriosamente alle 2 dello stesso giorno era poi risultato "conforme". A fianco degli ecologisti, con Juan Pablo Orrego vi sono altre organizzazioni anche italiane tra cui Mani Tese, Servizio civile internazionale, Omal, A Sud, ed il vescovo di Aysen, Luis Infanti de la Mora, che con Orrego ha anche parlato sull’argomento all’Assemblea degli azionisti Enel e al Parlamento europeo di Bruxelles.

Del resto Hidroaysen non riguarda solo la situazione ambientale della realtà cilena ma mette a rischio una delle maggiori riserve d’acqua dolce del pianeta: i ghiacciai della Patagonia.

"Questi progetti si approvano solo per meccanismi di corruzione .." denuncia Orrego, affermando che la società per Hidroaysen ha offerto, per ammorbidire le proteste, pacchetti di opere sociali, sussidi rurali, borse di studio e corsi di informatica, persino connessione wi-fi gratis a interi villaggi. Addirittura sarebbero stati offerti 10 milioni di dollari per la ricostruzione dopo l’ultimo disastroso terremoto, per coinvolgere maggiormente il presidente Piñera nella difesa del progetto.

L’affaire Hidroaysen non ha solo un valore politico, per cui viene messo in discussione il liberismo selvaggio spesso contrario agli interessi della gente comune, e nemmeno si esaurisce nell’importantissimo dovere di salvaguardare il pianeta, i suoi delicati ecosistemi, i suoi paesaggi. C’è dietro qualcosa di forte valore simbolico,una filosofia di vita: il diritto delle popolazioni indigene di scegliere, di vivere-se lo vogliono- la loro vita a contatto con una natura aspra e primitiva ma che li rappresenta nella loro autenticità, senza dover subire colonizzazioni culturali forzate. Come dice Luis Sepulveda nella sua lettera a Piñera:

"Il valore della Patagonia, della sua natura, della sua gente con i suoi sogni e le sue speranze, non può essere deciso nè calcolato negli uffici presidenziali, nella borsa valori, e tanto meno nelle riunioni di consiglio degli azionisti delle imprese energetiche che pretendono l’approvazione del megaprogetto chiamato Hidroaysén."

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