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Saharawi,il popolo dimenticato

Il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, è l’ ultima colonia africana in attesa della sua indipendenza. Intervista a Fatima Mahfud, rappresentante in Italia del Fronte Polisario.
di Diana Di Francesca - giovedì 15 giugno 2006 - 4367 letture

"Perchè ci sono muri altisonanti e muri così muti?" si interroga lo scrittore Eduardo Galeano sul quotidiano messicano La Jornada (24 aprile 2006), confrontando la grande attenzione dedicata negli anni passati al Muro di Berlino e l’indifferenza o la scarsissima visibilità che caratterizzano la percezione dei "muri" di oggi. Il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, è l’ ultima colonia africana in attesa della sua indipendenza. I sahrawi, un’etnia che nasce dalla fusione dei berberi con i tuareg e che comprende circa 170.000 persone, vivono tra gli accampamenti dei rifugiati e i "territori occupati". Vivono di pastorizia e grazie agli aiuti internazionali in una zona inospitale, in tendopoli che portano i nomi della nostalgia, delle città perdute: del Sahara Occidentale: Smara, Dakhla e El-Ayun, Ausserd. A separarli, uno dei muri più lunghi del mondo:circa 2500 chilometri, sessanta volte il muro di Berlino, minato e controllato da migliaia di soldati del Marocco. Eppure questo muro è "invisibile".

Per questo Fatima Mahfud, rappresentante in Italia del Fronte Polisario, porta avanti con i suoi incontri un discorso di visibilità e informazione. In occasione di una conferenza organizzata il 6 giugno dal Rotary club a Cefalù, in cui Fatima, in un perfetto italiano e con toni pacati e fieri, ha parlato della drammatica situazione del popolo Saharawi, ho potuto rivolgerle qualche domanda.

D: Lo scrittore Galeano parla di muri che si notano e altri che non si notano...

R:-Sì, quasi nessuno conosce l’esistenza di questo muro di sabbia e sassi che da quasi 20 anni sancisce l’occupazione da parte del Marocco del Sahara occidentale, ma il muro c’è...e il Marocco, che ha un alto tasso di analfabetismo, invece di investire nell’istruzione del proprio popolo spende cifre rilevanti per pagare i soldati che devono sorvegliarlo.

D:-Il Polisario dopo alcune esitazioni ha accettato il piano proposto per arrivare al referendum...E sembrava che il Marocco si potesse convincere a farlo. L’ONU ha riconosciuto il diritto all’autodeterminazione.Eppure dopo tanti anni non è successo niente.

R:-Non è successo niente perchè al Marocco evidentemente non interessa l’accordo. Noi abbiamo accettato il piano Baker e anche proposte successive che ci erano sfavorevoli, pur di arrivare a una conclusione. Noi non siamo contro il popolo del Marocco, ma questo paese è governato da una monarchia assolutista per cui 3 cose non si possono mettere in discussione:la monarchia, la religione, l’integrità territoriale. Il re considera il Sahara occidentale suo territorio, e nessuno può sollevare il problema. Ci sono state persone imprigionate per anni per averne parlato.

Quando lei fa una conferenza, le succede di trovare un uditorio che sente parlare per la prima volta dei sahrawi?

Spessissimo. Purtroppo i mezzi d’informazione non parlano del popolo saharawi ed è quindi importante farne conoscere la storia, i problemi, le ingiustizie che subisce. Bisogna trovare presto una soluzione, perchè la nostra generazione è abituata al dialogo, si è confrontata col Marocco, ma le nuove generazioni hanno visto il fallimento della diplomazia e delle risoluzioni internazionali, sono deluse e risentite e potrebbero non averne più voglia.

Dopo la proiezione del film girato da Mario Martone nel 1996, "Una storia Saharawi", che mostra attraverso la storia di un bambino la quotidianità precaria negli accampamenti, si è parlato dell’iniziativa portata avanti dal Rotary Club per l’accoglienza estiva in Italia per i piccoli saharawi.

Non si tratta di carità o di retorica, ma di qualcosa di estremamente importante. I bambini saharawi vivono in un mondo lontanissimo da quello che i loro coetanei delle nazioni "normali" conoscono.

E’ importante far arrivare a questi bambini la nostra solidarietà e il nostro amore, anche se non è sufficiente a dar loro giustizia.E’ importante che conoscano una realtà diversa, oltre gli accampamenti, oltre il deserto. Da questa esperienza potranno riportare dentro un messaggio di speranza, di accoglienza e calore che li aiuterà a non sentirsi emarginati e soli.

E noi, per cui a volte le emozioni e gli slanci di solidarietà vanno di pari passo con le prime pagine dei giornali, impareremo da loro a sconfiggere l’indifferenza rafforzando il nostro impegno materiale e morale. Loro, i "figli delle nuvole", aspettano. E non aspettano solo la pioggia, ma anche la giustizia.


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