La valenza generale, culturale e politica, del referendum
non e’ passata nell’opinione pubblica, che evidentemente l’ha vissuto come
una marginale consultazione su una questione di pochi e per pochi...
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 14 giugno 2005. Ida Dominijanni,
giornalista e saggista, docente a contratto di filosofia sociale
all’Universita’ di Roma Tre, e’ una prestigiosa intellettuale femminista]
Quindici anni e piu’ di spoliticizzazione della societa’ italiana
precipitano in quella cristallina cifra del 25,9% di cittadini e cittadine
italiani che hanno ritenuto utile esprimersi sulla legge sulla procreazione
assistita. Cifra cristallina, e sconfitta cristallina per chi, noi compresi,
aveva creduto nel referendum non solo per correggere una pessima legge, ma
anche per imporre all’attenzione pubblica un tema importante e i suoi
importanti risvolti politici.
Tecnicamente, sarebbe stato meglio attendere che la legge venisse bocciata -
come prima o poi accadra’ - da una pronuncia della Corte. Tatticamente,
sarebbe stato meglio affidarsi al solo quesito abrogativo complessivo,
quello proposto dai radicali e bocciato dalla Consulta, piu’ chiaro e piu’
comunicabile dei quattro quesiti parziali, troppo oscuri e troppo tecnici.
Ma ormai non e’ questo il punto. E non e’ nemmeno l’usura dello strumento
referendario, che pure c’e’ e pure domanda una riforma, ma non puo’
diventare un alibi - l’ennesimo alibi da ingegneria istituzionale - per non
leggere piu’ spietatamente il risultato.
Il punto e’ che la valenza generale, culturale e politica, del referendum
non e’ passata nell’opinione pubblica, che evidentemente l’ha vissuto come
una marginale consultazione su una questione di pochi e per pochi (fatti
loro), o peggio, come un sibillino regolamento di conti interno alle due
coalizioni che si contendono il governo del paese. Il che vuol dire pero’
che il fronte referendario non e’ riuscito a comunicare nemmeno al suo
elettorato di riferimento l’importanza dirimente delle poste in gioco che la
materia della procreazione assistita trascinava con se’: liberta’ personali,
laicita’ dello Stato, qualita’ della legiferazione, statuto della
maternita’, della paternita’ e della famiglia, rapporto fra politica,
scienza e diritto nel governo della vita. S’era gia’ visto del resto negli
otto anni di iter della legge: a sinistra mancava un discorso all’altezza
della sfida bioetica, non subalterno al moralismo cattolico e non
ossessionato dalla contrapposizione o dalla mediazione con le gerarchie
vaticane.
E’ in questo vuoto che i fondamentalismi attecchiscono, non solo in Italia;
e’ in questo vuoto che le "guerre culturali" prosperano, seminando certezze
sull’Embrione, la Vita, Frankenstein, e gettando nel discredito l’intera
tradizione critica della modernita’. Non e’ l’antico conflitto fra laici e
cattolici, Repubblica e Vaticano, Peppone e Don Camillo. E’ una nuova mappa
delle appartenenze in cui il tradizionalismo cattolico si salda con la
rivoluzione conservatrice dei teo-con: una miscela aggressiva che consente
alla Cei di cantare vittoria contro "l’assioma
modernizzazione-secolarizzazione", spalleggiata dai nuovi intellettuali atei
che recitano cinicamente il Verbo di Dio.
L’America che ha premiato Bush e’ arrivata in Italia? Si direbbe di si’, ma
con molta convinzione in meno e molta indifferenza in piu’: la’ si contavano
voti con le percentuali di partecipazione in salita, qui contiamo astensioni
con i quorum in discesa. Il nuovo fondamentalismo germoglia nel deserto
dell’apatia e del disincanto. Malgrado la convinzione spesa nella campagna
referendaria dalle principali testate nazionali della carta stampata, segno
inequivocabile di una rottura allarmante nel circuito di formazione
dell’opinione pubblica, forse ormai irreversibilmente prigioniera
dell’audience televisiva. E segno altresi’ di una crisi di rappresentazione,
prima che di rappresentanza, della societa’, diventata imperscrutabile nei
suoi umori e nelle sue oscillazioni. Quand’e’ cosi’, e’ da un paziente
lavoro culturale che la politica deve ripartire: preoccupandosi di incollare
le parole all’esperienza, prima che i leader alle sigle di partito e di
coalizione.