Referendum e non solo

"Se andassi a votare ritenendo appropriato il ricorso al referendum, voterei quattro “no”". Articolo di risposta di Sebastiano Lisi a Pina La Villa
di Sebastiano Lisi - mercoledì 1 giugno 2005 - 3566 letture

Vorrei dire, in premessa, che penso e sono convinto che trovare toni pacati per una discussione dalle implicazioni tanto importanti sarebbe già una importante conquista per la qualità e il livello del dibattito pubblico a cui come cittadini ci sentiamo chiamati. Penso che le questioni da affrontare siano di due tipi. La prima riguarda il merito dei quesiti referendari e le implicazioni di natura medica etica e scientifica in esso compresi.

La seconda riguarda il referendum stesso, cioè il giudizio sullo strumento del referendum per affrontare e decidere su tali questioni. Partiamo da quest’ultima. Io penso, e credo sia legittimo, che il referendum come strumento non sia opportuno e anzi dannoso per la decisione sul merito delle questioni poste dai quesiti; allora, pur riconoscendo la piena legittimità della scelta di chi vi ricorre per abrogare parti di una legge che ritiene lesivi di diritti dei cittadini, non c’è ragione per cui debba sentirmi obbligato, sul piano del dovere civico, ad esprime il mio voto. Questo perché ritengo, credo con mio pieno diritto, che sia in capo ai referendari dimostrare che c’è nel paese una maggioranza di cittadini di orientamento diverso rispetto a quella espressasi in parlamento che, ricordiamocelo, in punta (di stato) di diritto è, fino a dimostrazione contraria, la legittima rappresentante della volontà popolare; anche se a noi può non piacere il suo colore politico e per questo non sentirci rappresentati. In questo senso il quorum che occorre raggiungere è un vero strumento di garanzia democratica (anzi è ultra garantista!) perché impedisce che minoranze organizzate possano imporre la loro volontà alla maggioranza dei cittadini (cosa che potrebbe accadere facilmente senza quorum), ed è sufficiente che vada a votare il 50, 01% degli aventi diritto affinché il 25,01% possa abrogare una legge del Parlamento italiano.

Quindi lo stesso quorum garantisce in modo pieno anche le minoranze perché, per ritenere valido il referendum, richiede che almeno la maggioranza dei cittadini si esprima. Potrebbe discutersi poi -in punta di fatto - se la maggioranza di quelli che vanno votare (quel 25,01% minimo eventuale) sia più rappresentativa di quella espressasi con un voto parlamentare, ma questo è quanto prescrive la nostra Costituzione ed è un altro degli elementi che la rende democraticamente avanzata.

Per tutte queste ragioni trovo francamente fuori misura e fuori luogo, segno di un deficit di laicità del nostro dibattito pubblico, i giudizi di condanna addirittura morale, di lesa sovranità popolare, lanciati contro chi si astiene e invita ad astenersi perché pensa, o che la legge 40 sia un buon compromesso, sia pur migliorabile, fra legittimo desiderio ad avere un figlio e salvaguardia della dignità umana dell’embrione, o che il referendum comunque, per il tono propagandistico in cui induce il confronto fra le diverse posizioni, sia uno strumento di decisione non adeguato.

Francamente poi non vedo il parallelo fra le posizioni della Chiesa sull’embrione e Galileo. Significa che tutti gli scienziati, medici, filosofi o persone comuni che credono che occorre tutelare la dignità umana dell’embrione, che esso quale progetto di vita non sia semplicemente “qualcosa” ma “qualcuno”, sono allora degli oscurantisti assetati di mantenere il loro potere? E quale potere scusate? Certo non quello di alcune lobby medico-scientifiche, o quello legato agli interessi economici delle case farmaceutiche!

Si accusa la Chiesa di ipocrisia e si pretende di fatto che essa non abbia diritto di parola perché non le si riconosce legittimità ad esprimere le sue posizioni, ma non è questa una volontà un po’giacobina di censura, da vero e proprio stato di salute pubblica (laicista)? Non è voler fare con la Chiesa quello che essa fece con Galileo? E che metodo di discussione rappresenta quello che non affronta gli argomenti opposti per confutarli ma ne condanna le supposte intenzioni per screditare gli argomenti stessi ed esprimere una sentenza di illegittimità? Nella pratica oratoria e retorica non è questo un caso di metodo “inquisitorio” quando invece la buona e laica pratica della discussione esigerebbe il metodo del contraddittorio?

Bisogna ricordare che la dottrina etica della Chiesa cattolica sulla materia è contraria a ogni forma di procreazione medicalmente assistita (pma), ma la legge 40 non vieta la pma, solo pone dei limiti e regolamenta una materia su cui c’era una totale mancanza di regole, e che essa è arrivata dopo un dibattito lunghissimo che ha attraversato due legislature. Quindi non è corretto dire che essa proibisce la pma; si possono ritenere sbagliati i limiti da essa posti, ma questa è questione di cui deve essere possibile discutere laicamente e razionalmente senza escludere, per pregiudizio ideologico, chi vi vede implicati ragioni non solo di natura medico-scientifica ma anche etici e morali, sia pur diversi da quelli che noi riteniamo i soli validi ed esser cogenti nella discussione.

Si può allora dire che chi difende la legge 40 vuole la “soppressione della madre”? O sostenere con tale facilità che non c’è dignità di persona e di essere umano - di “individuo” - fino a quando il figlio non si separa dalla madre? Figuriamoci allora che cosa se ne può fare dell’embrione umano! Perché allora non si propone di produrli in serie per gli scopi e i desideri più diversi che possono passarci per la testa.

È vero che il potere deve avere un limite nel rispetto degli altri, ma anche quello dell’uomo a poter disporre della vita e della sua origine abbisogna di un limite. Chi vuole stabilire questo limite a partire dal riconoscimento della dignità umana dell’embrione, per cui non è possibile che sia considerato strumento per nessun scopo umano, ma solo fine e progetto di vita, può essere, con una tale irrisione un po’ intollerante, definito nemico della vita e accusato di sostenere posizioni antietiche? E questo solo perché ritiene che il legittimo desiderio umano ad avere un figlio non possa essere considerato tout court un diritto esigibile, senza tenere in conto anche della dignità umana dell’embrione?

Perché si tira in ballo sempre la legge 194? Questa è materia diversa. Qui c’è il corpo e la persona della madre (non solo il suo desiderio) che non può essere considerato un mero contenitore, e che va garantita nella sua libertà di scelta autonoma e che non può essere subordinata in questo al diritto di un altro. Eticamente si può difendere il diritto del nascituro, ma socialmente e giuridicamente, nel conflitto di diritto, la legge decide, a mio giudizio con ragione, sia pure sofferta e dando un limite, di tenere per il diritto della madre alla sua autonoma e libera scelta.

Diversa è la procreazione medicalmente assistita, qui non c’è un diritto tout court, ma un legittimo desiderio che richiede di essere ridotto a norma. Se fosse subito un “diritto”, sarebbe allora un diritto alla salute e alla cura, e allora dovrebbe essere garantito dal sistema sanitario nazionale, come una comune prestazione medica.

Nel merito dei quesiti, se andassi a votare ritenendo appropriato il ricorso al referendum, voterei quattro “no”. Sul primo perché, sul piano etico, non ritengo che l’embrione umano possa essere trattato come oggetto di ricerca e di sperimentazione; e sul piano scientifico perché non esiste un protocollo di ricerca che dimostri fino ad oggi la sua utilità ai fini della cura di malattie, per cui è solo propaganda (e neanche di buona lega) sostenere, come fanno i referendari, che chi è contro la sperimentazione non vuole la cura per i malati. È invece scientificamente documentato e medicalmente sperimentato che la ricerca sulle staminali adulte già oggi è in grado guarire da gravi malattie.

Sul secondo perché il limite alla produzione di embrioni oltre che impedire che essi vengano prodotti in sovra numero per altri scopi fuori della volontà di procreare, evitano alla donna di sottoporsi a dosaggi eccessivi di bombardamento ormonale che sono dannosi e che invece si hanno quando si devono produrre un alto numero di embrioni.

Poi perché escludendo l’analisi preimpianto impedisce che di fatto si passi nel tempo alla scelta del figlio da fare nascere, perché è assolutamente legittimo volere e desiderare un figlio sano, ma è eticamente lecito poter scegliere chi far nascere e chi no senza assumerci la responsabilità eventuale della scelta del rifiuto, come avviene per l’aborto terapeutico? Non c’è il rischio che dalle migliori intenzioni per il figlio sano si passi, coadiuvati dalle equipe mediche che sarebbero e sono indotti, per legittimo interesse, a trattare i potenziali genitori più come clienti che come pazienti, alla scelta in catalogo del figlio “migliore”, il “migliore” secondo le preferenze e i gusti legittimi dei potenziali genitori? E poi non è vero che c’è la coercizione all’impianto, su questo il regolamento di attuazione della l. 40 ha fatto sufficiente chiarezza.

Mi chiedo, inoltre, non è legittimo esprimere dubbi e preoccupazioni riguardo a una forma culturale ormai diventata senso comune e costume che vede in ogni limite una punizione e in ogni divieto una coercizione? Ma cosa sarebbe l’uomo nelle varie forme della sua vita associata, senza limiti e divieti? Non è stata antropologicamente la capacità di organizzare e regolare la propria vita associata, elaborando limiti e divieti, ciò che ha consentito lo sviluppo delle varie forme culturali in cui si da la sua vita? E che cosa è ogni forma culturale se non un sistema di limiti e divieti che consente l’esercizio delle libertà? Davvero si pensa che potrebbe esserci vera libertà umana senza limiti e divieti? No! ci sarebbe solo l’homo homini lupus!

Sul terzo quesito un “no” perché penso che sia stato eticamente e politicamente coraggioso aver posto la questione della dignità umana e del diritto del concepito, con riguardo ai diritti degli altri soggetti ma non dei loro soli desideri, rispetto alla fattispecie di una legge sulla pma.

Sul quarto quesito, infine, penso che c’è un diritto del nascituro a conoscere l’identità del proprio padre biologico per cui, a parte tutte le altre questioni, fino a quando si mantiene il diritto all’anonimato del donatore non può essere consentita questo tipo di pratica; e francamente qui l’adulterio e gli strali contro il bigottismo cattolico c’entrano poco, meglio per niente, e mi sembrano dettate, come un po’ tutto il tono e il contenuto anticattolico della presa di posizione della cara Pina La Villa, più da livore laicista che d’amore (philia) di conoscenza (sofia) e di confronto.

Siamo di fronte, io credo, a temi grandi e di portata epocale per quello che è oggi consentito alle tecniche umane in termini di trasformazione e di manipolazione delle basi stesse della vita e delle condizioni del suo generarsi. Nel XX secolo l’uomo si è aperto la via tecnica sia alla manipolazione della struttura della materia (fissione fusione dell’atomo) sia a quella della vita (ingegneria genetica). Percorrendo la prima è arrivato a produrre le condizioni di annientamento potenziale della vita umana sul pianeta, con la seconda potrebbe arrivare (ci sta già provando) a produrre l’umano stesso, la stessa vita umana.

Domanda: che ne è dell’umano, dell’uomo in tutto il suo impasto di vita prodottosi in migliaia e migliaia di anni di evoluzione biologica antropologica e culturale, se diviene prodotto dell’uomo stesso, uno dei suoi prodotti possibili accanto agli altri frutto della sua capacità di artificio, se l’umano stesso cade nell’ambito di disponibilità delle logiche e pratiche umane - “delle forme” si direbbe ancora con Marx - di produzione e riproduzione della vita? Non c’è in questo, in nome della libertà della scienza e del desiderio liberato da ogni limite, il rischio, l’estremo pericolo, della mercificazione dell’umano stesso, dell’estrema alienazione e reificazione della vita nel principio del suo avere origine, che l’uomo nella propria epoca, in questa epoca, e per il “tempo che resta”, conosca se stesso, ad opera di se stesso, come l’”ultimo uomo”?


L’articolo di Pina La Villa "Quattro no e un sì" è stato pubblicato su Girodivite il 2 giugno 2005


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