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Curare senza distinzioni e discriminazioni

“Quando l’ISIS ha cominciato a uccidere gli uomini, rapire le donne, ho iniziato davvero ad aver paura: soprattutto che prendessero anche mia moglie e le mie figlie.”
di Redazione - martedì 26 febbraio 2019 - 1081 letture

La convivenza di culture e comunità differenti qui ad Ashti la si può vedere anche dalle differenze che ci sono pronunciando una stessa parola in un modo o in un altro. Sinjar o Shingal? Si scrive e si pronuncia in maniera diversa, a seconda della lingua araba o curda, ma si riferisce alla stessa città dell’Iraq nord-occidentale – al confine con la Siria – da cui migliaia di famiglie di fede yazida sono fuggite nel 2014 a causa delle persecuzioni perpetrate dall’ISIS. Provengono da questa zona moltissime persone che oggi vivono qui, in questo campo. Proviene dal Sinjar anche Mirza, 53 anni, che a causa delle violenze ha lasciato tutto ed è dovuto scappare.

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“Quando l’ISIS ha cominciato a uccidere gli uomini, rapire le donne, ho iniziato davvero ad aver paura: soprattutto che prendessero anche mia moglie e le mie figlie.”

Il viaggio verso il Kurdistan iracheno non è stato per niente facile per Mirza e i suoi familiari: “Il primo posto dove siamo andati è stata la Siria, siamo rimasti lì 20 giorni. Con noi non avevamo niente. Poi siamo arrivati qui, dove ci hanno dato le prime cose di cui avevamo bisogno per vivere: dei vestiti, un letto.”

Ciò che preoccupava la moglie di Mirza, seduta al suo fianco mentre il marito ci parla del viaggio che lo ha portato fin qui, era la patologia cardiaca di cui soffriva il marito.

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“Abbiamo scoperto che Mirza soffriva di un problema al cuore nel 2005, quando ancora vivevamo nella nostra città. Le violenze tra arabi e yazidi in quel momento non ci permettevano di vivere tranquilli. Se mio marito fosse andato a Mosul per curarsi, probabilmente sarebbe stato ucciso.”

Qui ad Ashti, lo staff di EMERGENCY che gestisce il Centro sanitario nel campo ha conosciuto Mirza, la sua storia e la sua malattia e si è messo al lavoro per fornirgli le cure necessarie alla sua guarigione: grazie al Programma regionale di cardiochirurgia portato avanti da EMERGENCY in Africa, nel giugno del 2015 Mirza è stato trasferito in Sudan, nel nostro Centro Salam a Khartoum, dove lo abbiamo operato.

“Quando sono arrivato a Khartoum, ho visto che tutto lo staff di EMERGENCY mi stava aspettando. È stata una sensazione bellissima. Negli 80 giorni che ho trascorso nel Centro, ho visto davvero cosa significa curare senza distinzioni e discriminazioni. Insieme a me c’erano pazienti di culture, fedi, provenienze molto diverse tra loro. Ma stavamo insieme, non c’erano incomprensioni e nessuna differenza che in quel momento ci divideva.”

Oggi Mirza vive insieme alla sua famiglia in questo campo, dove trascorre le giornate insieme ai coetanei. Conosce bene la situazione del campo e, proprio per questa ragione, non sa quando e se potrà tornare alla vita che faceva prima di arrivare qui. Non sa capire quale sarà il suo futuro e quello della sua famiglia: “La situazione è molto critica, non sappiamo cosa succederà.” Il Centro sanitario di EMERGENCY all’interno del campo per sfollati di Ashti è finanziato da “Aiuti umanitari e protezione civile dell’Unione europea”.


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