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Shooting in Venice

di Orazio Leotta - mercoledì 21 ottobre 2009 - 3692 letture

Da quasi un mese è calato il sipario sul Festival del Cinema di Venezia e a bocce ferme si può fare un resoconto meno emozionale su ciò che è stato e ciò che si è visto. Migliorato senz’altro il prodotto cinematografico offerto, stavolta possiamo dire, senza rischi di smentite “Bravo Muller!”

Fra i film in concorso, che abbia vinto Lebanon, non ha fatto gridare allo scandalo. Il regista Samuel Maoz, la guerra, purtroppo, l’ha fatta davvero ed in battaglia ha anche ucciso un soldato “nemico”, trauma che gli ha impedito per oltre venticinque anni di confezionare questo suo lungometraggio sulla guerra israelo-libanese.

Ben descritte le reazioni di ciascun militare, all’interno di un carro armato, di fronte all’assurdità della guerra, che gli hanno valso un meritato Leone d’Oro. Ma, tra i film in concorso, anche altri sono degni di essere menzionati: Donne senza uomini dell’iraniana Shirin Neshat (si consola col Leone d’Argento per la migliore regia), viaggio introspettivo nell’animo di quattro donne, di diversa estrazione sociale, ambientato all’epoca della consegna della Persia nelle mani dello Scià e dunque degli Usa; Soul Kitchen, commedia ambientata nella comunità turca di Amburgo; A Single man, opera prima di Tom Ford, ex leader creativo della maison Gucci, una deliziosa storia d’amore già vissuta dal protagonista, Colin Firth (visto recentemente in “Mamma Mia”), che gli vale il riconoscimento quale migliore attore della kermesse veneziana, battendo sul filo di lana un altro “grande”, Nicholas Cage, il “cattivo tenente” di Werner Herzog.

Baarìa, non ha vinto premi, e c’era da aspettarselo. E’ un film che avrà più successo all’estero che in Italia, per quel clichè che Tornatore ha offerto della Sicilia, tanto amato specie negli States o comunque in terre di emigranti. Premiata come miglior attrice Ksenia Rappoport, degna di nota la sua interpretazione ne “La Doppia ora”, ma forse avrebbe meritato di più Isabelle Huppert, cocciuta imprenditrice del caffè in un’Africa centrale minata dalla guerra civile.

Premio per il miglior attore/attrice emergente a Jasmine Trinca. Anche qui ci sarebbe qualcosa da ridire. Non si può considerare emergente un’attrice, sia pur ancora giovanissima, che ha esordito nel 2001 (ne “La stanza del figlio” di Nanni Moretti) ed è al suo settimo lungometraggio. Nelle altre sezioni, interessanti alcune produzioni nostrane. Vorrei citare Il Compleanno, coraggiosa indagine sulle sessualità non lineari, difficili da districarsi, con un cast notevole (Alessandro Gassman, Massimo Poggio, Michela Cescon e l’esordiente Thiago Alves); Cosmonauta, giusto vincitore nella sezione “Controcampo Italiano” che ripercorre le vicende di una giovane attivista comunista e le sue ansie dovute al primo amore e alla sua famiglia conservatrice.

Assolutamente negativa invece l’opera di Luca Guadagnino “Io sono l’amore”, non bastano le buone interpretazioni di Tilda Swinton e Alba Rohrwacher nel contesto di una pessima sceneggiatura. Il film che più ha commosso, tanto da frenare e ritardare gli applausi (ben dieci minuti) è stato Desert Flower sul tema dell’infibulazione, dolorosa e assurda pratica ancora in essere in Somalia. La protagonista Waris fugge dalla sua terra, raggiunge Londra, dove dopo vari lavori saltuari, viene introdotta nel mondo della moda diventando una mannequine di successo trovando la forza di denunciare in conferenza stampa al mondo intero, il dramma da lei vissuto da bambina.

Da non perdere alcuni documentari, ne consiglio l’acquisto in Dvd, visto che difficilmente li vedremo nelle sale: Vittorio D, omaggio alla vita e alla carriera di Vittorio De Sica, Di me cosa ne sai di Valerio Jalongo che si interroga sulla crisi del cinema italiano a partire dagli anni ’70 che causò la fuga all’estero dei vari De Laurentiis, Carlo Ponti e Grimaldi, Negli occhi, dove immagini di repertorio, con la voce narrante della figlia Giovanna ripercorrono i fasti artistici di Vittorio Mezzogiorno inframmezzati dalle testimonianze di amici e colleghi.

Altri particolari che saranno ricordati in negativo di questa edizione della Mostra, le innumerevoli transenne, le deviazioni per raggiungere le varie sale, il freddo boia in Sala Darsena, la moltitudine di accreditati che giornalmente rimanevano fuori dalle proiezioni (chi ha avuto l’idea di riservare la stessa proiezione a pubblico e stampa, dando precedenza di ingresso in sala ai possessori di biglietto?), come è capitato ad esempio per Videocracy. Giornalisti infuriati che hanno minacciato di boicottare Venezia l’anno prossimo preferendo il quasi contemporaneo Festival di Toronto. Molto strano in effetti, che il film più pubblicizzato e più atteso dell’intera rassegna, quello sul potere delle televisioni commerciali negli ultimi 30 anni e di come certa televisione ha stravolto il concetto di democrazia, abbia avuto solo una rappresentazione, tra l’altro in una delle sale meno capienti (una longa manus ? ).

Tra le note positive, a parte le splendide giornate di sole che hanno accompagnato la nostra permanenza in laguna, il grande spazio dato al cinema italiano (27 film), lo stand di CineSicilia per la divulgazione e promozione dei prodotti cinematografici Made in Sicily, l’ironia in conferenza stampa di Michael Moore, la splendida Margareth Madè ( la protagonista femminile di Baarìa) , le cene al ristorante con gli amici del CINIT, la simpatica iniziativa di Gianni Ippoliti di dare voce alle stroncature che chiunque può affiggere in appositi spazi, Tinto Brass e la sua nuova musa in giro sulla spiaggia del Lido, la foto assieme al mitico Mario Capanna e la simpatia di Fatih Akin, lo stesso de “La sposa turca”, che ringraziava anche i muri, felice per il Premio Speciale della Giuria per il suo “Soul Kitchen” .


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