Sulla morte / di F. Nietzsche



domenica 9 gennaio 2005 , Inviato da Redazione Antenati - 5800 letture

Molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. Ancora suona insolita questa dottrina: Muori al momento giusto! Muori al momento giusto: Così insegna Zarathustra. Certo, colui che mai vive al momento giusto, come potrebbe morire al momento giusto? Non fosse mai nato! - Questo consiglio io do ai superflui. Ma anche i superflui si danno grande importanza quando muoiono, e anche la più vuota delle noci vuol essere schiacciata. Per tutti, morire è una cosa importante: ma la morte non è ancora una festa. Gli uomini non hanno ancora imparato come si consacrano le feste più belle. Io vi mostro la morte come adempimento, la morte che per i vivi diventa uno stimolo e una promessa. Colui che adempie la sua vita, morrà la sua morte da vittorioso, circondato dalla speranza e dalle promesse di altri. Così si dovrebbe imparare a morire: e non vi dovrebbe essere festa alcuna, senza che un tal morente non consacrasse i giuramenti dei vivi! Questa è la morte migliore; quindi viene: morire in battaglia e profondere un’anima grande. Ma la vostra morte ghignante, che si avvicina furtiva come un ladro, e tuttavia viene come una padrona, - è odiosa tanto al combattente quanto al vincitore. Vi faccio l’elogio della mia morte, la libera morte, che viene a me, perché io voglio. E quando vorrò? - Colui che ha una meta e un erede, vuole la morte al momento giusto, per la sua meta, il suo erede. Mosso dal venerante rispetto per la sua meta e il suo erede, egli non appenderà più corone rinsecchite nel santuario della vita. In verità, non voglio fare come i funaioli, che tirano in lungo la corda e intanto vanno sempre più indietro. Certi invecchiano troppo, anche per le proprie verità e vittorie; una bocca sdentata non ha più diritto a ogni verità. E chiunque vuole avere la gloria, deve prender per tempo congedo dagli onori e applicare l’arte difficile di andar via al momento giusto. Proprio quando si è più saporosi, bisogna smettere di lasciarsi mangiare: ciò sanno coloro che vogliono essere amati a lungo. Certo, vi sono mele acerbe, la cui sorte è di attendere fino all’ultimo giorno d’autunno: esse diventano al tempo stesso mature, gialle e grinzose. In alcuni è il cuore che invecchia per primo, in altri la mente. E certi sono vecchi da giovani: ma una tarda giovinezza è lunga giovinezza. Per molti la vita è un fallimento: un verme velenoso li rode nel cuore. Proprio per questo dovrebbero fare in modo di riuscire tanto meglio a morire. Altri non diventano mai dolci, già destate marciscono. La viltà li tiene attaccati al ramo. Fin troppi vivono, e troppo a lungo restano appesi ai loro rami. Venisse una tempesta a scuotere giù dall’albero tutti questi marci e bacati! Venissero predicatori della rapida morte! Questi sarebbero per me le tempeste squassanti, che devono investire gli alberi della vita! Ma io sento predicare solamente la lenta morte e la pazienza per tutte le cose terrene. Voi predicate la pazienza per le cose terrene? Ma sono le cose terrene ad avere troppa pazienza con voi, detrattori! Davvero troppo presto morì quell’Ebreo, che i predicatori della lenta morte onorano: e per molti da allora è stata una disgrazia che egli morisse troppo presto. Non conosceva che le lacrime e la melanconia dell’Ebreo, insieme all’odio dei buoni e giusti - l’Ebreo Gesù: ed ecco lo assalse il desiderio di morire. Fosse rimasto nel deserto e lontano dai buoni e giusti! Forse avrebbe imparato a vivere e ad amare la vita - e anche a ridere. Credetemi fratelli! Egli morì troppo presto; egli stesso avrebbe ritrattato la sua dottrina, fosse giunto alla mia età! Egli era tanto nobile da ritrattare! Ma era ancora immaturo. Il giovinetto è immaturo nel suo amore, e immaturo, odia gli uomini e la terra. L’animo e le ali dello spirito sono in lui ancora grevi e impacciati. Ma è più bambino nell’uomo che nel giovinetto, e meno melanconia: egli si intende meglio di morte e di vita. Il vostro morire non sia una calunnia contro gli uomini e la terra, amici: questo io pretendo dal miele della vostra anima. Nel vostro morire deve ardere ancora il vostro spirito e la vostra virtù, come un vespero sulla terra: altrimenti il morire vi è riuscito male. Così voglio morire anche io, affinché voi, amici, amiate la terra ancor più, per amor mio; e voglio tornare a essere terra, per aver pace in colei che mi ha generato. Davvero, una meta aveva Zarathustra, egli ha gettato la sua palla: ora siete voi, amici, a voi getto la palla d’oro. Ciò che più volentieri contemplo, è vedervi gettare la palla d’oro, amici miei! Per questo mi trattengo ancora un po’ sulla terra: perdonatemelo! Così parlò Zarathustra.

(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)


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