Le regole per fare il presepio: vanno bene anche leoni e giraffe, ma con semplicità / di Dino Buzzati

«L’operazione si ripete da generazioni in famiglie agiate e modeste. Preferiamo quelli di fortuna ma col cuore. Nella portineria del mio stabile ce n’è uno di proporzioni meschine, senza lumini ma così ispirato da incantare ogni bimbo...». - Pubblicato da Dino Buzzati su Il Corriere della Sera.
di Redazione Antenati - domenica 24 dicembre 2023 - 1015 letture

19 dicembre 1934

Non è facile fare un presepio. Non alludiamo ai presepi da chiesa, o da vetrina natalizia, o da teatrino di palazzo patrizio, preziosi di statuette settecentesche. È difficile anche mettere insieme un piccolo presepio casalingo, sia pure con poche figure e povero sfondo, ma che sia veramente genuino. Parliamo del lavoro che spetta ai padri di famiglia la notte di Natale quando i bambini sono già andati a letto, lavoro che può sembrare un giuoco ed è invece carico di serietà e di mistero. (Non è impresa per le mamme questa, poiché richiede capacità organizzativa, ingegnosità tecnica e slancio di fantasia, doti precipuamente maschili). In quelle ore straordinarie e bellissime - mentre i grafici della delinquenza scendono allo zero e nei Commissariati di polizia il piantone di guardia si è addormentato e sogna - migliaia di uomini adulti, magistrati e computisti, chirurghi e mediatori in bovini, sono intenti a fare il presepio.

In alcune case questa operazione natalizia si ripete da parecchie generazioni secondo norme e modalità immutabili che sembrerebbe insania abrogare. Conosciamo una famiglia molto agiata in cui ogni anno, alle ore 17 del 24 dicembre, il domestico Giacomo (come faceva il suo predecessore Antonio) scende in cantina a prelevare nove ceppi di castagno, sempre gli stessi, che vengono adoperati per fare le montagne della Galilea; contemporaneamente la cameriera scende dall’ortolano a comperare del muschio, l’unico elemento che si rinnovi d’anno in anno, e la padrona di casa, da un angolo occulto di un armadio, che lei sola conosce, trae uno scatolone con le figurine della scena sacra e gli aggeggi relativi. Alle 21.35, scomparsi i bambini, il padrone indossa una vecchia giacca da strapazzo, già usata in uguali circostanze dal padre e dal nonno, e si accinge all’opera. Quel presepio trae i suoi fascini, oltre che da alcune lampadine elettriche occhieggianti qua e là tra le finte rupi, da un mulino che un piccolo corso d’acqua, derivato da un rubinetto, riesce a mettere in moto; motivo questo di continue apprensioni per la padrona di casa, spesso richiamata da grida d’allarme come questo: «Presto, uno straccio! Si è rotto il tubo del presepio! Uno straccio e un catino!».

Non c’è pericolo che l’artefice porti al presepio la minima variazione: in cima a quel cocuzzolo, sullo sfondo, si vedrà sempre uno zampognaro con una gamba di meno; l’asinello sarà sempre a sinistra e non a destra del Gesù Bambino. Eppure il padrone di casa ogni anno si convince di essersi superato e ne mena vanto; è opportuno dare spontaneamente in grida di meraviglia, se ci si tiene alla sua amicizia. Da notare che il domestico Giacomo è incaricato, man mano che si approssima l’Epifania, di avvicinare lentamente i Re Magi alla capanna della Natività, facendo loro percorrere una stradicciola tenuta apposta sgombra da pastori e armenti, affinché per il mattino della Befana essi si trovino automaticamente inginocchiati proprio dinanzi alla sacra culla. Ma nonostante tutte queste cure è un presepio gelido e manierato.

Preferiamo i presepi di fortuna, improvvisati da gente modesta. Molti padri, cui tocca cimentarsi per la prima volta con tale impresa, hanno l’impressione di dover sostenere, con un ritardo di vent’anni, un esame di storia sacra. Uno di essi, ce ne vergogniamo per lui, ha poi confessato che non si ricordava più nulla: difatti dimenticò in pieno il bue e la stella cometa. Non c’è però da impressionarsi. La fedeltà al paesaggio autentico e alla storia, salvo che per il motivo fondamentale, non ha alcuna importanza. Si può esser certi che gli Eschimesi, se si costruiscono il presepio, fanno nascere Gesù Bambino in una capanna di neve, minacciata da crollanti picchi di ghiaccio, in una landa polare; e può essere un bellissimo presepio lo stesso. Se un bimbo vedesse la “vera” Betlemme si rifiuterebbe di credere che la Natività sia avvenuta in un paese così brutto e squallido. Meglio pensare che Betlemme sorgesse tra fantastici dirupi e che bestie di ogni genere pascolassero in quelle campagne, e passassero uomini vestiti nelle più strane fogge, magari anche con trombe, fisarmoniche e violini.

In un vecchio manualetto, a proposito del presepio, abbiamo trovato questo ammonimento: «Non vi lasciate tentare dall’amore per le stravaganze, che troppe, in fede nostra, hanno fatto di recente pompa di sé, pure in case onorate. Ogni ritegno, per verità, si è perso nell’adornar la santa scena con simulacri di animali svariatissimi. E ciò è male perché non va mancato rispetto alla dignità degli storici testi. Si rammemori quindi che nel presepe si possono scorgere solo asini, buoi, pecore, capre, cani, gallinacei e qualche cavallo: al seguito dei Re Magi è lecito altresì disporre dromedari e cammelli». Perché tutto questo? Perché mortificare la poesia del rito gentile con l’intransigenza di norme inderogabili? La presenza di qualche elefante, ad esempio, crediamo si addica perfettamente alla fantasiosa scenografia della santa notte. Un ottimo vedere possono fare inoltre cigni di celluloide naviganti su piccoli laghi, raffigurati per mezzo di specchi. Possiamo attestare di aver visto persino un presepio con leoni e giraffe; e non stavano niente male. Il risultato dipende da elementi imponderabili. Spesso da mezzi scarsi e miseri nasce un piccolo capolavoro.

Nella angusta portineria della vecchia casa in cui abitiamo, per esempio, compare ogni anno un presepio di proporzioni meschine, senza lumini, né cielo trapunto di stelle, né ruscelletti, né pozzi; le statuine sono stinte e logore; all’asinello manca un orecchio. Eppure tutti i bambini, chissà perché, si fermano dinanzi incantati. Evidentemente in quel presepio da due soldi c’è un tocco ispirato e felice. Si, abbiamo la vaga impressione che le pecorelle che si avviavano nella grande notte verso la stalla miracolosa assomigliassero di più alle bestiole deformi e assurde del nostro vecchio portinaio che non alle pecore con vello di lana autentica ed emissione intermittente di «beh! beeh!» le quali figurano nel presepio delle grandi botteghe del centro. Ad ogni modo non insistete, se il lavoro non riesce come avreste voluto. La colpa è vostra e non ha rimedio: avete perso la semplicità di un tempo. E poi, vi raccomandiamo, non fate troppo tardi. Fin che voi vi affaccenderete attorno al presepio, i vostri bimbi non dormiranno. Sgusciati dal letto, essi vi staranno ad osservare dal buco della serratura. E sorrideranno, ammiccando tra loro; come genitori che scoprano i figli intenti a qualche innocente scherzo.


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