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Sono siciliano ma poteva andarmi peggio

Recensione dell’ultimo libro di Augusto Cavadi

di Annamaria Pensato - mercoledì 26 ottobre 2022 - 1647 letture

La voglia di raccontare la sicilianità in Augusto Cavadi sembra inesauribile. Insieme a testi più impegnativi, egli continua a pubblicare volumetti divulgativi rivolti a un pubblico vasto (non solo italiano). Così dopo La mafia spiegata ai turisti (Di Girolamo, 2008) e I siciliani spiegati ai turisti (Di Girolamo, 2010), entrambi tradotti in varie lingue, è uscito in questi giorni Sono siciliano ma poteva andarmi peggio (Di Girolamo, Trapani 2022, pp. 92, euro 9,90), in cui l’autore raccoglie, per sezioni tematiche, alcune puntate della sua rubrica sul bimestrale Il Gattopardo.

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Sono siciliano ma poteva andarmi peggio

Nel testo sembra perseguito il tentativo - quasi impossibile, come riconosce lo stesso Cavadi - di potersi orientare nella varietà dei tipi umani presenti in Sicilia raggruppandoli in categorie. Gira e rigira, comunque, la differenza fondamentale è segnata dal senso della legalità sostanziale: un filo rosso unisce e rende abbastanza individuabili  coloro che sono rispettosi delle leggi  e quindi del prossimo rispetto a quanti, invece, sono (per usare espressioni gentili) votati alle trasgressioni piccole e grandi.

Non si può evitare di confessare di essere colti – alla lettura di alcuni brani - da tanta amarezza perché le analisi, pur proposte con ironia, corrispondono alla realtà effettiva che noi siciliani ben conosciamo. A tale amarezza si può reagire sognando, un po’, ingenuamente, a occhi aperti e immaginando che cosa potrebbe succedere se alla stessa tipologia di persone, sprezzanti delle regole di pacifica convivenza, accadesse di nascere in contesti diversi da cui proviene la maggior parte di loro: quindi non in periferie abbandonate al degrado, da genitori presenti e non in carcere o nullafacenti in osteria, con la possibilità di acquisire un livello decente di istruzione e una cultura della cooperazione e solidarietà sociale...Insomma: se queste persone avessero la possibilità di operare con consapevolezza le scelte fondamentali della vita.

Sappiamo che alla mafia appartengono, nei ruoli apicali, anche soggetti nati in contesti socio- economici e culturali non certo disagiati e che dunque nessuna riforma può agire, da un giorno all'altro, come bacchetta magica. Ma i vertici della criminalità organizzata, pur vivendo nel lusso, attingono la manovalanza dai bacini sociali insani ed è da lì che bisognerebbe iniziare a lavorare. Lo fanno già molte piccole realtà di volontari, ma lo Stato è spesso assente. Non intendo, ovviamente, giustificare né assolvere chi si rende responsabile di crimini quotidiani, ma solo confortare me e quanti tentano di piantare qualche seme di bellezza salvifica.

Il messaggio del libretto di Augusto Cavadi è anche questo, a mio avviso: in Sicilia ci sono molte risorse da coltivare e molti mali da combattere individuandone le cause e approntando i rimedi opportuni. Nella convinzione che, dunque, poteva andarci peggio...


L’autore

Augusto Cavadi vive e opera a Palermo dove è nato nel 1950 e dove svolge sia attività professionale (docente di filosofia, storia ed educazione civica nei licei; pubblicista per “Repubblica- Palermo”; filosofo consulente per singoli e gruppi) sia attività di volontariato culturale.Tale attività la realizza, principalmente, tramite la Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’ da lui fondata nel 1992 per offrire -ai cittadini interessati ad impegnarsi contro la mafia e per la partecipazione democratica- delle occasioni di maturazione intellettuale e morale.



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