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L’America che uccide i propri figli

America! America! / di Delmore Schwartz ; traduzione italiana di Angelo Guida ; Introduzione di Alessandra Calanchi. - Senigallia : Ventura Edizioni, 2022. - 261 p. : br. - (Palestra di poesia). - ISBN 979-12-8051-754-8.

di Paolo Prezzavento - domenica 17 dicembre 2023 - 2361 letture

La civiltà americana è la civiltà dello spreco. Non esiste sul nostro pianeta una società in grado di dissipare materiali, risorse energetiche, di produrre rifiuti, pari a quella americana. Lo stesso vale per il genio e il talento. Non esiste un’altra società sulla Terra in cui ci sia un tale spreco di talento, e di energie intellettuali, come quella americana. Ne abbiamo innumerevoli esempi nel mondo del cinema, nei sogni infranti di tante stelle di Hollywood, nello spietato meccanismo del Music business, che ha stritolato grandi artisti come Kurt Cobain, e anche in Letteratura. Il caso di Delmore Schwartz è emblematico: riuscì ad affermarsi giovanissimo con un racconto splendido, In Dreams Begin Responsibilities, pubblicato nel 1937, ma nei successivi tre decenni non riuscì più ad eguagliare il successo di quel suo primo exploit così promettente. Eppure Delmore Schwartz è uno dei più grandi scrittori e poeti americani del Novecento, e lo dimostra anche questa nuova raccolta, America! America!, che propone le sue poesie nella attenta traduzione di Angelo Guida, con una esauriente Introduzione di Alessandra Calanchi, che offre per la prima volta una panoramica completa di questo poeta che rientra a pieno titolo tra quelli che John Ashbery ha definito i “neglected poets”, i grandi poeti misconosciuti o dimenticati che non hanno mantenuto le promesse, sono rimasti per lo più sconosciuti e trascurati, che hanno fallito, non sono stati all’altezza delle aspettative che in loro venivano riposte.

Lo scrisse e lo declamò Allen Ginsberg nel suo Urlo (1956): “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche…” Delmore Schwartz – cui venne anche diagnosticata una forma acuta di schizofrenia paranoide e venne ricoverato al famoso Bellevue Hospital e poi alla altrettanto famosa Clinica Payne Whitney - è la tipica figura di scrittore americano che si è trovato al centro della tradizione letteraria, eppure per gran parte della sua vita ha vissuto ai margini, non solo della cricca dei letterati ma della stessa società, ricoverato in varie strutture psichiatriche. Ciò nonostante, quando Schwartz ha avuto la possibilità di trasmettere il suo vastissimo sapere e di insegnare Letteratura – ad Harvard e alla Syracuse University - è stato letteralmente adorato da una ristretta cerchia di discepoli che pendevano dalle sue labbra. Eppure questo genio devastato dall’alcool e dagli psicofarmaci di cui abusava, in preda a immotivate manie di persecuzione, non è più riuscito, nei quasi 30 anni successivi al suo esordio, ad eguagliare il successo del suo primo racconto.

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Copertina di America! America!, di Delmore Schwartz

Ebreo di origini rumene, esiliato e resiliente come tutti gli ebrei di origine ashkenazita - tipico prodotto della cultura europea, un vero e proprio “European Son” come recita il titolo di una canzone dei Velvet Underground a lui dedicata - all’inizio della sua carriera Schwartz si rifà a quella tradizione di outsiders di successo che vede in James Joyce il suo massimo rappresentante, uno scrittore che è riuscito a scrivere e a completare la sua opera proprio perché ha vissuto in esilio e ai margini della tradizione letteraria, ed è riuscito ad imporre la sua opera come centrale, come una delle grandi opere del Novecento. Molti dei suoi allievi più celebri, compresi Saul Bellow e Lewis Allan Reed, in arte Lou Reed, ricordano la passione con cui Delmore Schwartz amava declamare ad alta voce il testo del Finnegans Wake di Joyce, come se la lettura ad alta voce fosse l’unico modo per recuperare la molteplice stratificazione dei significati del testo Joyciano. In attesa di una edizione critica e di una ristampa anastatica del Finnegans Wake di Joyce annotato da Delmore Schwartz (un’impresa epica, solo Enrico Terrinoni potrebbe farlo), le poesie di America! America! costituiscono una magnifica introduzione alla produzione poetica di uno di quei poeti che ha preso alla lettera il motto di Samuel Beckett, un altro grande scrittore che ha collezionato tutta una serie di fallimenti : “Se non fallisci la prima volta, prova di nuovo, fallisci di nuovo, fallisci meglio”. Questa poetica del fallimento, gli strascichi della dipendenza dagli psicofarmaci o dall’alcool, la ritroviamo in tanti scrittori americani: basti pensare al “crollo” di Fitzgerald, a Raymond Carver, a Richard Yates, a John Fante, a Charles Bukowsky (“Sono Bukowsky, detto ‘zampa d’elefante’, il fallito”) …. tutti falliti di successo.

Delmore Schwartz in un suo famoso saggio ( “The Vocation of the Poet in the Modern World”) sottolinea la somiglianza fra il destino dell’ebreo e quello del poeta. “La risposta alla domanda sull’identificazione di Joyce con gli ebrei, è che l’ebreo è al tempo stesso alienato e resiliente, è in esilio del proprio paese e da se stesso, eppure sopravvive alla furia distruttiva della Storia. Nell’incerto e inimmaginabile futuro che si prospetta per la civiltà, anche il poeta deve essere alienato e resiliente. Deve dedicarsi alla poesia, anche se è poco probabile che ci sia qualcuno disposto a leggere ciò che scrive; e deve essere resiliente fino alla fine della sua esistenza. Nel mondo moderno, la poesia è del tutto ignorata; ma continuerà ad esistere finché dura la fede e l’amore di ogni poeta per la sua vocazione.”

Nel famoso Episodio IX dell’Ulisse, Scilla e Cariddi, Joyce, per bocca del suo personaggio, Stephen Dedalus, propone l’originale interpretazione di Hamlet e di suo padre ucciso come rispecchiamento del rapporto tra lo stesso Shakespeare e suo figlio Hamnet. Un passo ulteriore è quello di vedere Shakespeare come un ebreo, dato che quella ebraica è stata per millenni una cultura ossessionata dalla paternità. Harold Bloom, nel corso della sua lunga carriera di critico letterario, non si è mai stancato di ripetere che Shakespeare è il più grande di tutti, è lo scrittore che ha inventato la personalità umana. Il nostro concetto di personalità così come lo concepiamo ancora oggi, deriva da Shakespeare. Siamo tutti figli di Shakespeare. Cosa potrebbe offuscare questa grandezza? Se proprio vogliamo trovare un difetto in tutta questa perfezione, in questo genio assoluto… Bloom esprime soltanto il rammarico che Shakespeare non fosse ebreo, anzi a volte sembra perpetuare alcuni stereotipi antisemiti come ne Il Mercante di Venezia. Lo stesso “difetto” lo ritroviamo in Joyce, anche se Joyce si preoccupa di mettere a protagonista del suo romanzo proprio un ebreo irlandese….

Delmore Schwartz è il poeta della migrazione atlantica che fece l’America. La cultura europea è la vera essenza dell’America, e la migrazione dall’Europa è un tema centrale per la definizione della mentalità americana. Eppure l’ebreo Schwartz resta un outsider, resta in esilio pur dominando per un breve periodo la scena letteraria americana. Schwartz è anche, prima ancora di Lou Reed, il poeta di New York: per lui stare lontano da New York era come essere in esilio. Lo stesso sentimento che porterà alla nascita di uno dei più bei dischi di tutti i tempi: New York (1989), di Lou Reed, in cui non a caso il discepolo di Schwartz rielabora alcuni dei più consolidati miti americani, il mito della Balena Bianca, il mito del Grande Romanzo Americano. La recente biografia di Lou Reed scritta da Will Hermes incorona finalmente il cantante di Long Island come Il Re di New York (trad. it. a cura di Chiara Veltri e Paola De Angelis, pp. 771, Minimum Fax, Euro 28.00 stampa). Il libro si conclude con il Re morente in vestaglia nella sua villa negli East Hamptons, una delle zone più esclusive di Long Island, che chiede alla sua compagna Laurie Anderson: “Portami alla luce”, e poi muore sereno, confortato dall’affetto dei suoi cari. Era una domenica mattina. Sunday Morning, appunto...

Saul Bellow pubblicò nel 1975 un romanzo, Il dono di Humboldt, che racconta le vite parallele di due scrittori, Von Humboldt Fleisher (nome dietro il quale si nasconde Delmore Schwartz, morto dieci anni prima) e Charlie Citrine (lo stesso Bellow), e la loro relazione ambivalente e complicata, in cui il poeta più dotato fallisce mentre colui che ha assorbito i suoi insegnamenti diventa uno scrittore di successo. Questo romanzo viene pubblicato quasi dieci anni dopo la morte dello stesso Schwartz, solo e abbandonato in un Hotel di New York. L’anno dopo, nel 1976, Saul Bellow vinse il Nobel per la Letteratura. I poeti e gli scrittori sono brutte persone...

Delmore Schwarz morì solo come un cane l’11 Luglio del 1966 al Columbia Hotel, dopo una notte intera durante la quale aveva letteralmente fatto a pezzi qualsiasi cosa si trovasse nella stanza d’albergo. Uscì la mattina molto presto per portare fuori il sacchetto della spazzatura. Risalì al quarto piano, ma non fece in tempo neanche a rientrare in camera. Era un lunedì mattina… Morì mentre l’ambulanza lo trasportava al Roosevelt Hospital. Il corpo di uno dei più grandi poeti americani rimase abbandonato per due giorni all’obitorio senza che nessuno lo riconoscesse… L’America che uccide i propri figli. Kill Your Sons


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