Partirà la campagna contro l’aborto, siatene certi.
Con virulenza pari o maggiore di quella attualmente in corso. E poi partirà anche quella contro il divorzio.
SUA Santità Benedetto XVI, nel primo incontro con la Conferenza episcopale
italiana dell’altro ieri, è intervenuto sul referendum della procreazione
assistita. È intervenuto, come si direbbe in gergo calcistico, a gamba tesa,
quando l’arbitro fischia il fallo per gioco pericoloso. Qui da noi l’arbitro
non esiste da tempo, anzi non è mai esistito da quando l’Italia si dette una
Costituzione repubblicana e costituzionalizzò (all’articolo 7) i Patti
lateranensi e il Concordato tra lo Stato e la Chiesa.
Il Concordato, stipulato nel 1929 da Mussolini e da Pio XI, immesso nella
nostra Costituzione del 1947 e aggiornato (in peggio) nel 1984, era
considerato fino a qualche tempo fa un testo normativo finalizzato
principalmente a garantire la Chiesa da possibili inframmettenze dello
Stato.
Non a caso, negli anni seguiti alla presa di Roma e alla fine del potere
temporale del Papa, lo Stato italiano aveva unilateralmente emanato la
cosiddetta legge delle Guarantigie, che mitigava il regime rigidamente
separatista e cavouriano della libera Chiesa in libero Stato.
La Santa Sede aveva incassato i benefici di quella legge senza tuttavia
dismettere la sua profonda ostilità nei confronti del regio inquilino del
Quirinale e dei suoi governi massonico-liberali. I portoni dell’aristocrazia
papalina erano rimasti sprangati, il non expedit era ancora operante
impedendo ai cattolici ogni partecipazione alla vita politica del paese.
Passarono gli anni e i decenni. Cadde l’impedimento politico, nacque -
subito dopo la guerra del 1915 - il Partito popolare di Sturzo. Poi, con
l’avvento del fascismo, maturò il clima concordatario che la Santa Sede
aveva preparato pagando il prezzo dello scioglimento del Partito popolare e
dell’esilio di Sturzo. Con la nascita della Repubblica e dei governi
democristiani il Concordato diventò un labile confine, in tutto simile alle
parole scritte sulla sabbia; per il pochissimo che esse potevano ancora
valere non servirono più a garantire l’autonomia della Chiesa dallo Stato
ma, semmai, qualche brandello di autonomia dello Stato rispetto al potere
dilagante della Chiesa.
L’Italia fu in quegli anni la sede temporale del potere ecclesiastico,
penetrato per delega nei governi, negli enti pubblici, nelle leggi, nella
Costituzione materiale.
Senza che ci fosse neppur bisogno d’una indicazione esplicita d’oltre
Tevere.
Se di tanto in tanto ci fu qualche marginale resistenza in nome
dell’autonomia dei cattolici politicamente impegnati, essa venne da alcuni
di loro, De Gasperi e Moro; ma fu una resistenza marginale, dovuta a persone
di eccezionale carattere e pagata a caro prezzo. Non tale comunque da
modificare lo status sostanziale di uno Stato che era, anche nell’animo dei
suoi governanti, una provincia vaticana.
Per mantenere indenne quella provincia e il potere temporale che ne derivava
alla Chiesa, il Sacro soglio e le sue propaggini diocesane non misero mai
sotto la ferula della morale cristiana (anzi cattolica) le malversazioni e
la pubblica corruttela che avveniva sotto gli occhi di tutti fino ad esser
diventata sistema di governo e di sottogoverno. Il settimo comandamento
mosaico (non rubare) fu come cassato dalla tavola dei cosiddetti valori,
ridotto a mera scelta opzionale da parte sia dei privati che dei
rappresentanti delle pubbliche istituzioni. Non è mistero per nessuno ed
anzi è ormai storicamente accertato che l’episcopato italiano fu cieco e
sordo di fronte al sistema della pubblica corruttela del quale era
perfettamente consapevole e spesso direttamente beneficiario come accadde,
tanto per ricordare un macroscopico esempio, in occasione del vero e proprio
"sacco di Roma" che durò dagli anni Cinquanta a tutti i Settanta, nel corso
dei quali appalti, piani regolatori, aree verdi o di destinazione estensiva,
furono manipolati per favorire ordini religiosi, grandi famiglie papaline,
dignitari della Santa Sede, società immobiliari e palazzinare, dentro una
rete di compiacenze di marca vaticana che spolparono la città come si
spolpano le ossa d’un pollo.
Capisco che si tratta di questioni diverse, unificate però da un relativismo
di valori da far invidia al più relativista dei laici e da un esplodere di
"tutte le voglie dell’io" di fronte alle quali bisognerebbe almeno
arrestarsi a riflettere sul gioco a palla tra i concetti del Bene e del
Male.
* * *
Dicevo che Benedetto XVI è entrato a gamba tesa nella questione della
procreazione medicalmente assistita. Più ancora di quanto non avesse già
fatto il suo predecessore il quale più e più volte aveva parlato della
necessità di preservare la vita, dell’embrione come persone, dell’aborto
come infanticidio, auspicando buone leggi che incorporassero questi valori;
ma non era mai entrato nella loro casistica attuativa lasciando questa
bisogna alle autonome scelte dei cattolici politicamente impegnati.
Lo stesso cardinal Ruini, presidente dell’episcopato italiano, le parole
"referendum" e "astensione" non le aveva mai pronunciate. Allusioni, sì, e
sempre più chiare col passar delle settimane, restando però sul generico e
sull’implicito. L’esplicito l’aveva lasciato ai vari comitati per la vita
(quasi che i fautori del "sì" fossero portatori di morte come i cavalieri
dell’Apocalisse) e al giornale della Cei, al laicato cattolico più
integralista e alla nuova categoria dei "laici devoti": i più vocianti e più
fondamentalisti in questa come in altre consimili occasioni.
Interrogato poco prima della sua ascesa al pontificato il cardinale
Ratzinger, custode della fede, a proposito dei "laici devoti" aveva preso le
distanze; così pure le aveva prese da quei "cristiani rinati" di ceppo
vetero-presbiteriano che negli Stati Uniti sono stati e sono il nerbo delle
truppe scelte sostenitrici della presidenza Bush.
Proprio sulla base di queste caute prese di posizione molti esegeti
vaticanisti avevano preconizzato un Papa diverso sia dal cardinale che era
stato fino alla vigilia sia del suo predecessore. Né era stato sottovalutato
l’apporto arrivato in conclave fin dalla seconda votazione da parte dei
cosiddetti "martiniani", al quale Benedetto XVI ha infatti già promesso
maggiore collegialità e più frequenti ricorsi ai sinodi e al Sinodo.
Forse si è perso di vista il fatto che, una volta caduta in conclave
l’ipotesi di un Papa extraeuropeo, tra i papabili in campo era rimasto,
oltre che Ratzinger, lo stesso Ruini, con non poche chance di vittoria per
l’ampiezza delle amicizie con episcopati e cardinali poveri quanto remoti
verso i quali la Cei era stata generosamente vicina valendosi dei cospicui
fondi dell’8 per mille.
Sta di fatto che Ruini non affrontò la lotta col suo collega Ratzinger. Ma
ora gioca le sue carte come leader ecclesiale della "provincia" italiana. E
infatti le sta giocando. I vescovi sono passati, in tema referendario,
dall’implicito all’esplicito; Ruini ha compiuto lo stesso salto di qualità.
Infine il Papa ha varcato anche lui il Rubicone concordatario dicendo ai
vescovi: "Prego per voi e vi ringrazio per quanto state facendo per
illuminare le coscienze con riferimento alla prossima consultazione
referendaria".
Volete dunque un Papa muto? domandano perentoriamente i giornali neocon.
No, rispondiamo. Vorremmo un Papa che preghi, predichi il messaggio
evangelico e lo diffonda con tutti i mezzi e la morale che ne deriva ma
lasci agli uomini e alle donne, religiosi o non religiosi, il diritto di
decidere in autonomia il loro personale "che fare".
Si obietta: la Chiesa suggerisce ma non impone. Certo.
In un tempo nemmeno lontanissimo la Chiesa suggeriva e anche imponeva. Poi
Wojtyla ha chiesto pubblicamente perdono per quel passato. In tempo non
lontanissimo la Chiesa assumeva come verità di dottrina argomenti che poi si
svelarono insostenibili. Galileo lo visse sulla propria pelle. Giordano
Bruno e Campanella la pelle ce la lasciarono. Poi Wojtyla ha chiesto
perdono, almeno per Galileo.
C’è dunque molto relativismo nelle verità dottrinali predicate dalla Chiesa
e ciò che sembrò vero ieri e l’altro ieri viene considerato oggi
colpevolmente sbagliato. Esiste dunque la possibilità che su fratello
embrione la Chiesa cambi opinione tra cinquanta o cent’anni. Ma chi
ripagherà coloro che oggi, costretti dall’obbedienza cattolica, anteporranno
il suo magistero al proprio libero convincimento? E soprattutto chi
ripagherà coloro che, a causa di quelle scelte, vedranno calpestati diritti
inviolabili? I massacrati della notte di San Bartolomeo, le streghe bruciati
dagli Inquisitori del Sant’Uffizio e tutte le altre migliaia e migliaia di
vittime d’una fede armata e persecutoria, sono morti da un pezzo. La
richiesta di perdono formulata dopo anni e secoli non può avere risposta
perché le vittime ormai sono cenere. Chi le indennizzerà e chi indennizzerà
le possibili vittime del futuro?
* * *
È fin troppo ovvio che il prossimo obiettivo dell’episcopato italiano e
delle forze politiche arruolate al suo fianco sarà la legge sull’aborto.
Sulla base di essa infatti le donne possono decidere e ottenere l’aborto
terapeutico non appena si accorgano che il feto che portano nel ventre è
affetto da grave malattia o difetto genetico.
Per quanto riguarda la procreazione assistita, di quell’eventuale difetto ci
si potrebbe accorgere attraverso l’esame preventivo dell’embrione, che però
è vietato dalla legge 40. Il referendum chiede che quello sciagurato
articolo sia abolito. Ma se non lo sarà per mancanza di validità del
referendum, si dovrà abolire anche l’aborto terapeutico per l’evidente
contraddizione tra i due testi.
Se il fratello embrione merita rispetto, non si capirebbe infatti perché il
feto, suo fratello maggiore, possa esser trattato come immondizia.
Partirà dunque la campagna contro l’aborto, siatene certi.
Con virulenza pari o maggiore di quella attualmente in corso. E poi partirà
anche quella contro il divorzio.
Adesso smentiscono queste intenzioni. Per ovvie ragioni.
Concentrano la pressione su fratello embrione.
Debbo dire: Marco Pannella, che in molte questioni sostiene tesi da me non
condivise, ha dimostrato una stoffa di grande attore nel recente dibattito
con Giuliano Ferrara.
Gli ha detto: "Se l’embrione è nostro fratello, avrà pure un padre. Il padre
dell’embrione è senza ombra di dubbio lo spermatozoo. Chi si masturba fa
strage dei padri dell’embrione. Non si deve dunque vietare e dichiarare
punibile chi uccide per suo piacere i padri dell’embrione?".
Si tratta di una battuta, ma serve per capire dove si può arrivare quando i
concetti vengono usati come clave.
* * *
La posizione di quanti sostengono il "sì" nel referendum è molto chiara. Si
riassume così: l’embrione è un progetto di persona e non una persona; ha
diritto a un suo status; la legge deve servire a delineare quello status e i
diritti che ne conseguono. Se quei diritti entrano in conflitto con i
diritti di persone già esistenti, cedono il passo a questi, specie se si
tratta dei diritti della donna che col suo corpo consente all’embrione da
lei prodotto insieme all’uomo che le è compagno, di vivere e di svilupparsi.
Quanto al partito della vita e a quello della morte, questa divisione di
campo tra black and white è vergognosamente falsa. Chi vota "sì" al
referendum vota per accrescere il numero dei nascituri sani e liberamente
voluti e anche per consentire più ampia e fruttifera ricerca in favore dei
malati di oggi e di domani.
Se questo è un partito di morte lo giudichino i lettori e tutte le persone
di retto sentire, non disposte a portare i cervelli all’ammasso.
(1 giugno 2005, repubblica.it)