I dogmatici dell’embrione lo trattano come «muffa» / di Giuliano Amato

L’ex premier Giuliano Amato interviene nel dibattito sulla fecondazione. L’embrione che sta per perire e che non sarà utilizzato a fini riproduttivi può almeno essere utilizzato per migliorare, con la donazione delle cellule, la vita altrui

di Redazione - sabato 28 maggio 2005 - 5030 letture

Quanto più si addensa in opinioni sempre più di frequente contrapposte e ribattute nel ping pong dei confronti giornalistici e televisivi, tanto meno il dibattito sulla fecondazione assistita è in grado di aiutare chi vuole capirne di più. Devo dire, con rammarico, che sono soprattutto i difensori della legge n. 40 a chiudersi a riccio, da un lato in petizioni di principio tenacemente sottratte a ogni riscontro scientifico e fattuale, dall’altro nella prospettazione di scenari apocalittici per il caso che quella legge venisse soltanto scalfita e comunque modificata. Così facendo, non aiutano a capire i termini della questione e concorrono essi stessi a rendere possibile ciò che paventano, e che anch’io pavento. Possono cioè indurre una reazione di irrigidimento nel fronte referendario che, in caso di vittoria, finirebbe magari per dire: e ora fermi tutti, in nome del popolo sovrano, che ha deciso per l’abrogazione, e non per la modifica, delle norme oggetto dei quesiti. Questo, certo, potrebbe aprire la strada a conseguenze non auspicabili.

Ma conseguenze non auspicabili ha anche la legge com’è, e le ha proprio dal punto di vista della tutela dell’embrione e della sua dignità umana, che tanto sta a cuore ai difensori della legge e che io stesso condivido. Per questo essi sbagliano due volte: sbagliano nel sovrapporre quello che è ormai un dogma a ciò che ci dice la scienza sul nostro iniziale processo di vita e sulla formazione nel corso di esso dell’embrione; e sbagliano nel difendere norme, che, volute per azzerare l’esistenza di embrioni soprannumerari, si limitano a ridurne la produzione, in modi che vanno a scapito della salute della donna, senza peraltro impedire che altri se ne formino e rimangano; con l’effetto di voltare la testa dall’altra parte davanti a quelli che appunto rimangono, e accada loro quello che accade. Il libro che sta per uscire di Giorgio Tonini offre gli argomenti semplici e pacati, che sono essenziali per aiutare gli altri a capire, giacché di questo soprattutto c’è bisogno. E se si capiscono i termini della questione, si capisce anche quanto questa sarebbe meglio affrontabile non sparandosi da fronti contrapposti, bensì chiedendo a ciascun fronte di prendere atto delle buone ragioni dell’altro (perché ci sono buone ragioni da entrambe le parti) e di lavorare su equilibrate soluzioni comuni (perché si può arrivare a equilibrate soluzioni comuni, che, di fronte alle storture della legge n. 40, sono per chi si preoccupa dell’embrione, non compromessi deteriori, ma miglioramenti importanti). Un primo punto sul quale il libro fa luce riguarda le fasi che portano alla formazione dell’embrione.

C’è una documentazione americana che più volte è stata citata dai difensori della legge n. 40 come attestazione scientificamente ormai indiscussa dell’esistenza dell’embrione fin dalla iniziale fecondazione dell’ovocita.

Il libro di Tonini non si limita a citarla, ma ce la fa leggere per esteso e ci fa scoprire che in essa non si dice affatto che l’embrione esiste fin da quel momento. Si dice piuttosto che la fecondazione dell’ovocita è un processo in più stadi e che solo a uno di tali stadi, ammesso che ci si arrivi, compare l’embrione. E’ una diversità nell’uso delle fonti che non commento, la lascio alle valutazioni di chi legge. Sottolineo soltanto che a questo riguardo non occorre neppure imbarcarsi nella discussione che di solito si fa quando si discute di interruzione della gravidanza e quindi del valore da dare alle fasi che seguono la formazione dell’embrione: quella cioè di annidamento nell’utero materno e quella, più avanzata, di cerebralizzazione, con la quale inizia la relazione con la madre. Ci si chiede a tale riguardo se l’individualità dell’embrione possa considerarsi tale prima dell’annidamento (che è essenziale alla sua vita) o addirittura prima dell’ inizio della vita di relazione (che pure è per i cattolici un connotato essenziale del nostro essere persona). No, il punto qui non è il destino dell’embrione, è invece l’esserci o non esserci di quell’entità cellulare individuale, munita dei cromosomi sia maschili che femminili, in assenza della quale è assolutamente impossibile parlare della sua stessa esistenza. Ebbene quell’entità non c’è all’atto della fecondazione dell’ovocita, né c’è nelle ore successive, quelle che portano alla formazione dell’ootide, in cui ancora i cromosomi paterni e materni non si sono congiunti.

Ciò che io trovo inaccettabile è che questo venga negato davanti all’evidenza scientifica che è invece così. Davvero sembra che si torni a prima di Galileo e a prescindere da ogni altra valutazione io me ne sento offeso e umiliato. Così come trovo volgare e non meno offensivo che si tratti da ciarlatano chi parla degli ootidi e ne sottolinea le differenze dall’ embrione. Non è questa, tuttavia, l’unica posizione. E c’è chi, senza negare ciò che la scienza dice, si rifiuta di distinguere fra tutela del processo di vita comunque iniziato con la fecondazione e tutela del’individuo- embrione che ne scaturirà più tardi, in nome di un rigoroso tuziorismo etico.Ma il tuziorismo, e cioè il principio di precauzione, non è un principio assoluto e la sua applicazione è giusta quando previene danni peggiori di quelli che fa. E’ questo il caso? Io penso che agire sul processo di vita pre-embrione con l’effetto di limitare la produzione artificiale di embrioni abbia senso; e che una fecondazione assistita che inizia con l’espianto in una volta sola di tanti ovociti quanti potranno servire a più impianti,ma prosegua con lo sviluppo dei soli embrioni destinati all’impianto immediato e con la crioconservazione allo stadio di ootidi degli ovociti fecondati residui, offra benefici che superano l’indubbio ma minore costo morale dell’eventuale perdita più tardi di quegli ootidi conservati. E di questo si dovrebbe pacatamente discutere a fronte degli effetti che possono uscire dalla legge n. 40.

Mi limito qui a un unico punto di confronto: in base alla legge, si espiantano dalla donna tre ovociti alla volta (sottoponendola a traumi pericolosi, ove l’espianto dovesse essere poi ripetuto più volte) e li si fa subito sviluppare allo stato di embrioni. Nel caso che il medico ritenga che due siano più che sufficienti, che ne è del terzo embrione? Finisce in un lavandino o viene anch’esso impiantato per essere ucciso poco dopo attraverso un’iniezione letale? Equi passo a un secondo punto cruciale. Pur sapendo che altri embrioni oltre a quelli felicemente impiantati esistono e continueranno a esistere, è moralmente ammissibile che nulla si dica di loro e che si volti quindi la faccia dall’altra parte, quasi che il principio che nega la legittimità della loro produzione artificiale possa anche negare la loro esistenza? Anche questo è un ritorno a prima di Galileo. Ed è in nome di questo che si rifiuta la soluzione proposta dal disegno di legge che io ho firmato con Tonini e altri, secondo cui, con il consenso dei genitori, l’embrione che sta per perire e che non sarà utilizzato a fini riproduttivi, può almeno essere utilizzato per migliorare, con la donazione delle sue cellule, la vita di altri. E non mi si risponda, davanti a questa soluzione, che l’embrione non è un mucchio di cellule o una muffa.

Lo so, lo sappiamo e per questo lo trattiamo come il figlio pre-morto. Come muffa lo tratta chi lo lascia morire per nulla. Si rivela qui, nel modo più palese, il limite degli argomenti con cui viene difesa la legge n. 40. Esso risiede nella loro derivazione da un principio di fondamentale e intransigente contrarietà alla fecondazione assistita e alle connesse tecnologie, quasi che, regolando il tutto così come si fa con quella legge, si potesse arrivare a un mondo ideale, o fingere di essere in un mondo ideale, nel quale non ci sono e non ci saranno più embrioni residui. Il risultato è che la finzione non cambia la realtà e la realtà rimane, per gli embrioni residui, quella che è: si continua a produrne, anche se meno, e li si elimina di nascosto o li si lascia a morire nei frigoriferi. Sarebbe meglio allora porre in discussione questo stesso principio di contrarietà alla fecondazione assistita, mettere a nudo la ragione a cui risale (perché, ancora, l’intransigenza con cui viene affermato non esclude affatto che una ragione vi sia) e costruire su tale ragione i confini entro cui ammetterla e regolarla. La ragione sta, com’è noto, nel legame, che si vuole inscindibile, fra la procreazione e l’amore coniugale. Ebbene, il libro di Tonini sottolinea l’artificiosità di quel legame, quando si pretende di coglierlo solo e soltanto nell’atto sessuale (nel quale spesso è invece clamorosamente negato), e il senso che esso dimostra invece di avere se lo si cerca non in quell’atto, ma nella relazione coniugale o di coppia.

E’ qui che va cercato l’amore, è qui che lo si trova ed è qui che si esprime nel desiderio di un figlio. Se di questo si prende atto, non ne scaturiscono contestualmente, da un lato le ragioni che legittimano la fecondazione assistita, dall’altro i limiti in cui queste stesse ragioni possono indurre ad ammetterla (e cioè per le sole coppie e solo in caso di comprovata sterilità)? Lo so, lo so che metterla in questo modo può significare, per la dottrina cattolica, rinunciare al freno più consolidato nei confronti della lussuria, un peccato capitale identificato con l’abbandono ai godimenti carnali insiti nei rapporti sessuali non finalizzati alla procreazione. Il fatto si è che il freno ha totalmente cessato di operare, che il confine della lussuria è sicuramente altrove e che, mantenere il freno dov’è, frena l’amore e non la lussuria. Sono fra gli ultimi a ritenere che la realtà vada accettata com’è.Mada essa dobbiamo partire se la vogliamo davvero cambiare e orientare verso i valori in cui crediamo. Solo così riusciremo nell’esercizio a cui quanto meno la politica è chiamata quando la sua opera incontra coscienze, e quindi valori, che non collimano: evitare che quei valori diventino dogmi, renderne possibile l’incontro e far scaturire da ciò il rinsaldamento di un tessuto etico comune di cui abbiamo un assoluto bisogno.


L’articolo di Giuliano Amato, 66 anni, Senatore iscritto al gruppo Misto, è stato pubblicato sul Corriere della Sera l’11 aprile 2005


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