Caratteri dell’intelligencija russa, di S. Bulgakov

di Redazione Antenati - giovedì 14 aprile 2005 - 3621 letture

Anzitutto manca il concetto del peccato e il senso del peccato, tanto che la parola peccato suona all’orecchio dell’intellettualoide quasi ugualmente barbara e strana come la parola umiltà. Tutta la forza del peccato, il suo peso tormentoso, la complessità e profondità del suo influsso su tutta la vita umana, in una parola tutta la tragedia della peccaminosità dell’uomo, alla quale nell’eterno piano Divino poteva dare una soluzione solo il Golgota, tutto ciò rimane estraneo alla coscienza dell’intelligencija, che si trova come in un’infanzia religiosa, non al di sopra del peccato ma al di sotto della coscienza di esso. Essa ha creduto, assieme a Rousseau e a tutto l’illuminismo, che l’uomo naturale è buono per natura e che la dottrina sul peccato originale e sulla radicale corruzione della natura umana è un mito superstizioso che non trova nessuna corrispondenza nell’esperienza morale. Perciò non vi deve né vi può essere alcuna cura speciale nel coltivare a personalità (il tanto disprezzato autoperfezionamento), mentre tutta l’energia deve essere interamente spesa nella lotta per migliorare l’ambiente. Dichiarando che la personalità è interamente prodotto di quest’ultimo, a questa stessa personalità affidano il compito di migliorare l’ambiente, similmente al barone di Münchhausen che si tirò fuori dallo stagno afferrandosi per i capelli.

[...]

L’intelligencija russa, specialmente delle generazioni precedenti, possiede anche il sentimento di colpevolezza di fronte al popolo, questo "pentimento sociale" sui generis, evidentemente non davanti a Dio ma davanti al "popolo", al "proletariato". Sebbene questi sentimenti del "nobile pentito" o dell’"intellettuale che sta fuori delle classi" per la loro origine storica abbiano anch’essi un certo sapore sociale signorile, imprimono sul volto dell’intelligencija il segno d’una speciale profondità e sofferenza. A ciò bisogna aggiungere la sua capacità di sacrificarsi, questa costante prontezza dei suoi migliori rappresentanti a tutti i sacrifici e persino a cercarli. Quale sia la psicologia di questa prontezza al sacrificio, essa rafforza la disposizione disinteressata dell’intelligencija di fronte a questo mondo, il che fa che il suo sembiante sia cosí diverso da quello piccolo-borghese, conferendogli le caratteristiche di una religiosità particolare.

Nonostante tutto ciò, è risaputo che non v’è intelligencija piú ateistica di quella russa. L’ateismo è una fede comune, nella quale vengono battezzati tutti coloro che entrano nel seno della chiesuola umanistico-intellettuale, non solo dalla classe colta ma anche dal popolo. E questo fin dal principio, già dal tempo di Belinskij padre spirituale dell’intelligencija russa. Come ogni ambiente sociale elabora le proprie particolari credenze, anche l’intelligencija russa ha fatto del tradizionale ateismo una sua peculiarità indiscutibile di cui nemmeno si parla, quasi un segno di distinzione sociale. Una certa istruzione e cultura è, agli occhi della nostra intelligencija, sinonimo d’indifferentismo e di negazione religiosa. Di questo non si discute fra le varie frazioni, partiti, "tendenze"; ciò anzi li unisce. Di questo è impregnata a fondo la modesta cultura dell’intelligencija coi suoi giornali, riviste, indirizzi, programmi, costumi, pregiudizi, simile alla respirazione che ossigena il sangue il quale poi si diffonde per tutto l’organismo. Non v’è fatto piú importante di questo nella storia dell’illuminismo russo. Ed insieme bisogna riconoscere che l’ateismo russo non è affatto una negazione cosciente, frutto di un complicato, tormentoso e prolungato lavoro della mente, del cuore e della volontà, un risultato della vita personale. No, esso viene abbracciato il piú delle volte come una fede e conserva i caratteri di una ingenua fede religiosa rovesciata, e questo ateismo non cambia per il fatto che prende forme militanti, dommatiche e pseudoscientifiche. Questa fede prende a fondamento una serie di affermazioni e critiche, inverificate e, nella loro forma dommatica, evidentemente incorrette, come quella secondo cui la scienza sarebbe competente a risolvere definitivamente anche le questioni della religione e inoltre le risolverebbe in senso negativo; a ciò si aggiunge anche un atteggiamento sospetto verso la filosofia, specialmente la metafisica, anch’essa anticipatamente rigettata e condannata.

[...]

Col massimalismo dei fini è connesso il massimalismo dei mezzi, cosí tristemente manifestatosi negli ultimi anni. In questa scarsa scrupolosità nella scelta dei mezzi, in questo eroico "tutto è permesso" (predetto da Dostoevskij in "Delitto e castigo" e nei "Demoni") si manifesta nel grado piú alto la natura umano-divina dell’eroismo intellettualoide, la sua insita autodivinizzazione, il suo porsi al posto di Dio, al posto della Provvidenza, non solo negli scopi e nei piani ma anche nelle vie e nei mezzi di realizzazione. Io realizzo la mia idea e per essa mi libero dai legami della morale usuale, io mi permetto d’esercitare il mio diritto non solo sulla proprietà ma anche sulla vita e la morte degli altri, se ciò è necessario per la mia idea. In ogni massimalista si nasconde un piccolo Napoleone, socialista o anarchico. L’amoralismo, o secondo l’antica espressione il nihilismo, è la necessaria conseguenza dell’autodivinizzazione; qui sta in agguato il pericolo dell’autodistruzione, lo attende il fallimento inevitabile. Le amare delusioni da molti provate durante la rivoluzione, le scene indimenticabili di arbitrio, le espropriazioni, il terrore in massa, non s’è manifestato a caso, ma è stato invece uno scoprirsi delle potenze spirituali che necessariamente si calano nella psicologia dell’autodivinizzazione.

S. Bulgakov, L’eroe laico e l’asceta - in: AA. VV., La svolta. Vechi, L’intelligencija russa tra il 1905 e il 17, Jaka Book, Milano, 1970.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -