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Dizionario Ragionato sulla civiltà araba e islamica. Capire per capire e farsi capire...

E’ un fenomeno strano quello che sta avvenendo in relazione al mondo arabo e islamico. E’ un mondo molto vicino a noi... Appena oltre Capo Passero, ma lo conosciamo? Parliamo con tale confidenza di questa realtà che spesso rasentiamo l’arroganza ideologica e un certo razzismo "benevolo"... Quindi, meglio iniziare dall’ABC, cioé da una guida rapida che ci aiuti a guardare meglio verso questa fondamentale parte del Mondo contemporaneo.
di Emanuele G. - lunedì 9 aprile 2007 - 37292 letture

Nel corso degli ultimi mesi ho riflettuto su cosa potessi fare per aiutare gli utenti del nostro sito a comprendere meglio la complessa realtà del mondo arabo.

E’ chiaro che questa propensione alla comprensione nei loro confronti debba partire da un presupposto essenziale: un reciproco rispetto, forte e condiviso, in entrambi le direzioni.

Ecco, allora, balenarmi l’idea di redigere una guida ragionata, sulla falsariga di un dizionario, riguardante il mondo arabo e islamico che possa permettere ai nostri utenti di capire quanto sta succedendo in giro. Capirsi sulle parole, sui termini non rappresenta il primo e più semplice passo per trovare una soluzione ai problemi? Capire come terapia per opporsi al tanto declamato “scontro di civiltà”‘ Molti, a mio parere, hanno interesse a soffiare sul fuoco, e da entrambi le parti.

TERMINI DI RIFERIMENTO

Arabi: Termine utilizzato per la prima volta nel IX secolo aC, ma la sua etimologia non è chiara. Sembrerebbe che “‘arab” fosse nelle lingue semitiche un sinonimo di nomadi. Ciò sarebbe attestato dalla radice “‘-r-b” che identificherebbe qualcosa o qualcuno che si muove. Tale radice sarebbe, anche, all’origine del etnonimo Ebrei.

Maomettano: Termine particolarmente in voga in pieno periodo coloniale che stava a significare una “reductio” della civiltà araba e islamica a semplice derivazione di natura giudaico-cristiana. In breve, maomettano come cristiano. Questo termine cercava di sminuire le peculiarità proprie del mondo arabo e a giustificare la sua inferiorità rispetto all’Occidente civilizzato. Ci fu persino il tentativo di imporre la festività del Natale di Maometto!

Musulmano: Il termine deriva dall’arabo “Muslim” che in turco diventa “Musulman” e in persiano “Muslim”. Il musulmano è colui che è devoto all’Islam. Tale termine può essere sia sostantivo che aggettivo, mentre il termine islamico può avere un valore solo aggettivale. Solo di recente quest’ultimo ha assunto, anche, una valenza sostantivale.

Beduini: Dall’arabo “Bawd”, ossia “abitanti della “badiya” (steppa in lingua araba). Quindi, nomadi dediti alla transumanza nella zone centrali e settentrionali della Penisola Araba. Sempre considerati credenti tiepidi dell’Islam in quanto troppo legati alle “Adab” (tradizioni) preislamiche. Per i beduini era segno di virilità possedere l’“al-asuadan” (cioè acqua e datteri). La loro divinità principale in periodo preislamico era la Luna, che sarebbe poi diventata il simbolo dell’Islam stesso.

Saraceni: Appellativo medievale con cui si chiamavano i musulmani. L’origine del termine è ignota anche se qualcuno considera il fatto che indicasse un clan arabo sinaitico oppure si riferisse a “Sharqiyyùn” (cioè orientali). Alcune tesi propenderebbe, inoltre, a definirli “Agareni” in quanto discendenti da Agar/Hagar, schiava araba di Ismaele progenitore biblico e coranico degli Arabi.

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penisola araba

LA RELIGIONE ISLAMICA

Islam: Religione monoteista che significa “Sottomissione a Dio” originatasi durante il secolo VII dC nella Penisola Araba ad opera di Muhàmmad, l’ultimo e definitivo profeta inviato al genere umano da Dio (“Allah”). L’Islam si basa sui c.d. “arkan al-Islam”, ossia i Pilastri dell’Islam che regolano la vita della “Umma” (comunità): “Shahada” (professione di Fede), “Zakat” (l’elemosina), “Salat” (preghiera canonica), “Saun” (digiuno durante il mese del “Ramadan”) e “Hajj” (pellegrinaggio canonico da effettuarsi durante il mese di “Dhu l-Hijja”). A questi obblighi se ne aggiunge un altro: il “Jihad” (ossia sforzo per migliorare la propria condizione di musulmano). I testi base della religione islamica sono il Corano e la “Sunna” (consuetudine) che raccoglie episodi di vita di Muhàmmad ed anche le sue parole e i suoi atti. Tuttavia, c’è differenza fra i termini Islam e Islamico. Infatti, il primo indica il complesso sistema dei valori religiosi, mentre il secondo tutto quello che riguarda la civiltà originatasi dalla religione definita “Islam”. Vi è anche una suddivisione geografica che si riassume in quattro tipologie di territori: “Dar al-Salam” (La Casa dell’Islam), “Dar al-Hudna” (Casa della Tregua) dove vivono i popoli non sottomessi con i quali è stata sottoscritta una tregua temporanea, “Dar al-harb” (La Casa della Guerra) dove abitano i popoli non sottomessi ed, infine, “Dar al-Da’wa” (Terra del Richiamo) ossia l’Occidente dove vivono milioni di arabi da riconvertire.

Allah: Termine che indica Dio nell’Islam, ma che è usato anche dai cristiani di lingua araba. Allah deriva dalla radice arabo-semitica “’-l-h” che indica Divinità. Esiste anche un altro termine che indica Dio, ossia “al-Rahman” cioè Il Misericordioso. Allah esisteva già come divinità nelle popolazioni arabe pre-islamiche, e più precisamente nell’area della Mecca ove dominavano incontrastati i Banu Quraysh. Questa divinità aveva tre figlie (Allat, al-Uzza e Manat) ed era così terribile che lo si adorava mediante l’adorazione delle sue tre figlie. Invece, per gli Arabi Allah è sempre benevolo Creatore dei cieli e della Terra (“Khaliq al-samawat wa l-ard”) ed è oggetto di definizione mediante una sfilza di Bei Nomi (“al-asma’ al-husnà”).

Corano: Dall’arabo “Qur’an” (La Lettura o La Recitazione). E’ il testo sacro delle religione islamica. Rappresenta il messaggio rivelato da Allah agli uomini ed è diviso in 114 capitoli detti “Sure” a loro volta divise in 6236 “ayyat” (versetti). Le “Sure” si dividono in meccane e medinesi a secondo dove furono rivelate. L’ordine è disposto non secondo parametri cronologici, ma di lunghezza rendendo ardua una sua comprensione in quanto disposte nell’ordine in cui furono insegnate a Maometto dall’Arcangelo Gabriele. In seguito, Maometto le avrebbe rivelate ai fedeli durante il mese del “Ramadan”, da qui il motivo per cui gli islamici digiunano proprio in questo mese.

Jihad: Parola araba che deriva dalla radice “J-h-d” che significa Esercitare il Massimo Sforzo o Combattere. La base teologica del “Jihad” risiede negli “Hadith” di Imam Bayhaqi e al-Khatib al-Baghdadi che ne individuano due tipologie: “Jihad” minore (esteriore) che significa sforzo militare o guerra normale; e “Jihad” maggiore (interiore) che sta a significare uno sforzo per l’automiglioramento personale contro i desideri basilari egocentrici. Altro discorso, le tematiche legate al “Jihad” difensivo e a quello offensivo. Per i Musulmani in realtà esisterebbe solo il “Jihad” difensivo in quanto il Corano richiede la difesa militare della comunità islamica assediata.

SUNNISMO

Sunnismo: Orientamento nettamente maggioritario dell’Islam - circa il 90% dell’intero mondo islamico - che prende il suo nome dal termine arabo "Sunna" (consuetudine), riferita al profeta dell’Islam Muhammad e ai suoi “Sahaba” (Compagni). Nato ultimo nella discussione teologica islamica, il Sunnismo si differenzia essenzialmente dallo Sciismo (organizzatosi come dottrina prima del Sunnismo) per il suo netto rifiuto di riconoscere la pretesa degli Sciiti che la guida della Comunità islamica (cioè la “Umma”) dovesse essere riservata alla discendenza del profeta Muhammad attraverso sua figlia Fatima bt Muhammad e suo cugino Ali ibn Abi Talib. Secondo il Sunnismo, invece, alla guida politica e spirituale (non strettamente religiosa però) della Comunità poteva accedere qualunque musulmano probo, di buona moralità, di sufficiente dottrina e sano di corpo e di mente. Mentre, i primi a riflettere sulla questione del peccato e della qualifica di musulmano (“Muslim”), di empio (“Fasiq”), di miscredente (“Kafir”) e di ipocrita (“Munafiq”) — chi si atteggia cioè per convenienza a musulmano non condividendone, però, nel profondo il portato — furono i kharigiti, allontanatisi dal resto dei musulmani nel corso della battaglia di Siffin che contrappose il quarto califfo Ali ibn Abi Talib al governatore di Siria Mu’awiya ibn Abi SufyaNestorianesimo È in questo contesto dottrinario e politico che la maggioranza dei musulmani non kharigiti, sciiti o mutaziliti volle darsi un’identità religiosa precisa abbracciando il pensiero del giurista e teologo Ahmad ibn Hanbal al quale si deve il conio dell’espressione "Ahl al-sunna wa l-jama’a" (gente che segue la tradizione [del profeta Muhammad] e che vuole restare unita, evitando le scissioni dal corpo unico della Umma). Nel sunnismo (che progredì grazie agli scritti, tra gli altri, di al-Ash’ari, dell’Imam al-Haramayn al-Juwayni e di al-Baqillani) si riconoscono le quattro scuole giuridiche (“Madhhab”, pl. “Madhahib”) del Hanafismo, Malikismo, Sciafeismo e Hanbalismo.

Alcuni approfondimenti sul Sunnismo:

Wahhabiti: Fenomeno politico-religioso complesso di cui vale la pena ripercorrere le tappe. Sorse nel ‘700 dalla congiunzione tra la predicazione di un agitatore religioso, Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab e l’azione politico-militare di un capo di tribù guerriere, Muhammad ibn Sa‘ud, l’eponimo dell’attuale dinastia saudita regnante in Arabia. Quest’ultima riuscì ad unificare la gran parte della penisola arabica dando o ine al primo regno saudita (1744-1818). Dopo alterne vicende, e la fondazione di un secondo regno (dal 1818 alla Grande Guerra), questa famiglia, nel 1932 riunifica ancora una volta la penisola dando vita al terzo regno saudita perdurante sino a oggi. I sauditi regnanti si autoproclamarono, tra le proteste degli altri stati musulmani, gli unici custodi dei luoghi sacri e protettori dei pellegrini; poco dopo, nel 1933 stringevano un fondamentale accordo con la Standard Oil of California, ponendo così le basi della futura potenza finanziaria dell’Arabia Saudita. Questi due elementi - custodia dei luoghi sacri e potenza finanziaria costruita sul petrolio - diventano i due punti di forza della dinastia, la quale inoltre rinnovò sin dagli inizi la sua antica alleanza con il rigorismo wahhabita elevato in pratica a religione di stato. L’etica wahhabita è ispirata a rigorismo estremo e alla piena applicazione del codice coranico (compresi il taglio della mano al ladro e la lapidazione degli adulteri), nonché ad un marcato puritanesimo nei costumi: non solo veniva proibito il vino, ma si giungeva a vietare persino il caffè e il tabacco e, in tempi più recenti, si cercò accanitamente di tenere al bando le diavolerie corruttrici della tecnica moderna come la televisione. Questo movimento di risveglio religioso certamente trae le sue origini da un moto di reazione al frustrante sentimento di decadenza dell’Islam, diffusosi a partire dal XVIII secolo sull’onda inarrestabile del vittorioso colonialismo europeo. Nel primo ‘900, la propaganda wahhabita darà origine per gemmazione a movimenti similari in Egitto (Fratelli musulmani) e più tardi in Pakistan (Società islamica). Sostenuta finanziariamente dai sauditi, questa galassia fondamentalista si trasforma in seguito in qualcosa di più che un movimento di risveglio e di acritico ritorno alle origini come panacea ai mali del tempo presente. Il fatto chiave della sua prima mutazione è la Rivoluzione d’Ottobre e il dilagare dell’ideologia marxista fra larghi strati di élites intellettuali arabe negli anni tra le due guerre mondiali. Si arriverà poi negli anni ’50 al trionfo del socialismo arabo di Nasser, di Boumedienne e del Ba’ath siriano e irakeno.

Mahdiya: E’ un movimento fondato in Sudan, verso la fine del XIX secolo, da Muhammad Ahmad Ibn Abdallah (morto nel 1825). Costui si proclamò Mahdi di allah e califfo del Profeta, chiamato a ricostituire l’unità dell’Islam. Egli incitava alla guerra santa (“Jihad”) tutti coloro che intendevano ribellarsi ai regimi corrotti. Il Mahdi importò in Sudan un Islam epurato e puritano che ricorda, per certi versi, il wahhabismo. La tribù degli Ansari, nel Sudan, è l’erede dei Mahdisti.

Sanusi: Anche Senussi (in arabo “sn´s”), organizzazione politico-religiosa operante in Libia e Sudan fondata nel 1837 nella città della Mecca da Muhammad bin Ali al-Sanusi (1791–1859), conosciuto come il Grande Sanusi. I Sanusi appuntano la loro azione sulla decadenza e l’impoverimento etico del mondo arabo. Il suo appello ad un impegno politico deriva dall’esperienza wahhabita in Arabia Saudita. A tale insegnamento ne aggiunge un altro, ossia quello di certi predicatori sufisti. I Sanasi combatterono senza successo l’espansionismo francese nel deserto del Sahara (1902-1913) e quella italiana in Libia. Nel corso della Prima Guerra Mondiale attaccarono gli inglesi in Egitto. Un nipote del Grande Sanasi divenne Re con il nome di Idris I in Libia nel 1951. Nel 1969 il Re Idris I fu costretto all’esilio grazie al colpo di stato del Colonnello Muammar al-Qaddafi. Un terzo della popolazione della Libia e una percentuale inferiore di quella del Sudan è ancora influenzata dall’organizzazione Sanusi.

Salafita: Molti sono ormai i gruppi della gigantesca e variegata galassia dell’internazionale islamica che, almeno nominalmente, si richiamano alla “Salafiyya”, il ritorno alla purezza delle origini dell’Islam. Il termine salafita (o salafista) deriva dalla parola araba “Salaf”, letteralmente antenato. Il primo a propugnare la “Salafiyya” fu il riformatore religioso egiziano Muhammad Abduh (1849-1905), seguito poi dal discepolo e collaboratore siriano Rashid Rida (1865-1935). Abduh e Rida sostenevano, in sostanza, che occorreva eliminare dalla tradizione musulmana tutti quegli elementi estranei che con il tempo ne avevano alterato la purezza originaria, per ridarle nuovo impulso e credibilità di fronte alle sfide del mondo moderno. In particolare, Abduh nelle sue opere (la più nota, il ’Trattato sull’Unità divina’) si fece sostenitore di un nuovo sforzo interpretativo fondato sul contatto diretto con le fonti originali dell’Islam - Corano, libro sacro ai musulmani, e “Sunna”, gli insegnamenti tratti dal ’comportamento’, tacito o esplicito, del Profeta Maometto. Col passare del tempo, tuttavia, il salafismo è andato sempre più inquadrandosi in quel confronto tra Islam e Occidente che sia dal punto di vista politico sia da quello culturale ha assunto toni sempre più aspri. Da corrente riformista, il salafismo si è così trasformato in materia di ispirazione e parola d’ordine di gruppi estremisti, talvolta votati al terrorismo, come in Marocco e Algeria.

Ahmadiyya: E’ un movimento organizzato religioso, nato in ambito islamico. È diffuso a livello internazionale e ha sedi in 178 paesi (sede centrale Londra). È uno dei 73 gruppi originatisi in alveo islamico, di estrazione sunnita, anche se è giudicato eretico dal momento in cui il suo fondatore affermò che con lui si riapriva il ciclo profetico che invece, per l’Islam sunnita e sciita, si sarebbe (per dogma) esaurito con la figura di Muhammad. Allo stato attuale ci sono intorno ai 20 milioni di membri e questo numero è in costante crescita, soprattutto in Asia e Africa. Il movimento della “Ahmadiyya” è stato fondato nel 1889 da “Hadhrat” (che significa Eccellenza) Mirza Ghulam Ahmad (1835-1908) nel remoto villaggio indiano di Qadian (Punjab). Egli proclamò di essere il riformatore tanto atteso da varie comunità religiose nei Giorni Ultimi che precedono il Giudizio Universale. Il movimento che egli fondò riprende il messaggio dell’Islam - pace, fratellanza universale e sottomissione alla volontà di Dio - e per gli aderenti rappresenta forse il pensiero più dinamico dell’Islam nella storia moderna. Crede saldamente nell’insegnamento del Corano quando afferma: "Non c’è costrizione nella religione" (2:257). Rifiuta desisamente la violenza e il terrorismo in qualsiasi forma e per qualsiasi motivo. Il suo motto inglese è “Love for All, hatred for None”, ossia “Amore per tutti, odio per nessuno”. Il movimento della “Ahmadiyya” è considerato dagli adepti creato sotto guida divina, con l’obiettivo di fare rinascere i valori morali e spirituali dell’Islam. Incoraggia il dialogo interreligioso ed è impegnato nell’opera di correzione dei vari malintesi che si nutrono sull’Islam in Occidente. Il movimento offre una presentazione chiara della saggezza, filosofia, moralità e spiritualità dell’Islam come derivato dal Corano e dalla pratica del profeta dell’Islam, e tra l’altro suggerisce un’interpretazione della resurrezione di Gesù, chiaramente ispirata dal docetismo, secondo la quale Yuz Asaf (nome con cui è chiamato Gesù) sarebbe stato crocifisso e sarebbe sopravvissuto 4 ore sulla croce, quindi si sarebbe ripreso dal suo svenimento all’interno della tomba in cui era stato deposto. Sarebbe più tardi morto in Kashmir in tarda età mentre era alla ricerca delle tribù perdute di Israele. Egli avrebbe annunciato la venuta di Maomettodopo di lui: cosa che i cristiani avrebbero male interpretato.

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la mecca

Muhammadiyah: Si tratta di una derivazione delle dottrine Sunnite che si basa sul rafforzamento del senso della morale e di responsabilità del popolo. Tutto parte, insomma, dal rispetto della “Sunnah” come base di una vera religione islamica. Per certi versi questo movimento si oppone allo strapotere della “Shariah” e delle scuole coraniche. Inoltre, non è d’accordo sul sincretismo, ad esempio, in Indonesia fra religione islamica e le pratiche/religioni autoctone. Infine, non riconosce alcun potere agli sceicchi in quanto adoratori della propria persona con il pericolo di indebolire l’autorità dello stesso Allah.

Hashemiti: Sono i discendenti diretti del Profeta Maometto e i guardiani dei luoghi santi. L’attuale re di Giordania Abdallah II è il quarantaduesimo erede di Maometto. Gli hashemiti sono stati scacciati dall’Arabia dai wahhabiti, sostenuti dagli inglesi. Secondo alcuni il re hashemita avrebbe pieno titolo a rivendicare il titolo di guardiano della Mecca. A distanza di quattro secoli il confronto continua. Tale rivendicazione è avanzata anche dai re del Marocco.

SCIISMO

Sciiti: I musulmani sciiti devono il loro nome all’espressione "shi’at ‘Ali" (fazione di ‘Ali), sovente abbreviata semplicemente in "Shi’a". Si sono divisi dai Sunniti in seguito all’assassinio perpetrato dalle forze califfali omayyadi ai danni di al-Husayn b. ‘Ali, figlio di ‘Ali b. Abi Talib, avvenuto nel 680 a Karbala, in Iraq, diventata per questo la seconda città santa sciita dopo Najaf in cui fu sepolto suo padre, primo Imam sciita e quarto califfo dell’Islam. Gli Sciiti si differenziano dai Sunniti sulla questione della guida (imamato) della comunità islamica (“Umma”), dal momento che considerano unica legittimata a regnare la Famiglia del profeta Muhammad (“Ahl al-Bayt”), mentre per i Sunniti qualsiasi fedele di media capacità religiosa, non necessariamente discendente del Profeta, può guidare a pieno titolo un governo islamico. Col tempo gli Sciiti si sono differenziati dai Sunniti anche su alcuni istituti giuridici (ammettono, ad esempio, la legittimità del matrimonio a tempo prefissato (“mut’a”) e considerano che dal Corano raccolto all’epoca del califfo ‘Uthman b. ‘Affan siano stati espunti alcuni passaggi e una “sura” intera che indicavano la successione di ‘Ali a Muhammad), ma il fatto che non si siano differenziati dai Sunniti negli aspetti dogmatici non consente che si parli per essi di eresia, ma solo di una variante dell’Islam. Lo Sciismo, minoritario in termini assoluti (10% massimo dei fedeli musulmani di tutto il mondo), è maggioritario in Iraq, in Libano e in alcune aree del Golfo Persico e del tutto prevalente in Iran, dove lo sciismo fu forzatamente imposto dalla dinastia dei Safavidi (1501-1722). Etimologicamente, il termine sciismo viene da “shi’a-tu-’Ali”, il partito di ‘Ali. La parola “shi’a” è altresì riportata diverse volte nel Corano per indicare l’affiliazione alla scuola di pensiero di personaggi, sia positivi che negativi, dei Libri Sacri, come i profeti Abramo e Mosè da una parte e Faraone dall’altra. Alla morte di Muhammad, nel 632, la questione della sua successione fu all’origine della più grande divisione all’interno dell’Islam. I discepoli di ‘Ali, indicati anche dal Profeta con il termine di sciiti, ritenevano che gli unici legittimati ad esercitare il potere fossero gli “Ahl-ul-Bayt”, la Famiglia del Profeta, e che dunque ‘Ali, il loro caposcuola, sulla base delle indicazioni fornite dal Profeta (vedi Ghadir Khum), fosse l’unico successore legittimo. Essi sostenevano che il ruolo di “Imam” (guida religiosa) e Califfo (autorità politica) dovessero cumularsi in un’unica persona, ma dovettero riconoscere come primo Califfo Abu Bakr, eletto dal resto della comunità. La disputa sembrò ricomporsi con l’accesso di ‘Ali al Califfato dopo la morte violenta del 3° Califfo ‘Uthman (fu dunque quarto Califfo per i Sunniti e primo Imam per gli Sciiti). Ma il suo potere fu contestato da Mu’awiya Bin Abi Sufyan, governatore Omayyade della Siria, che gli si ribellò apertamente. ‘Ali fu assassinato nella moschea di Kufa da un seguace del kharijismo. Lo sciismo è basato su cinque fondamenti dottrinali: il Monoteismo (“Tawhid”); la Profezia (“Nubuwwa”); l’Imamato (“Imama”); la Resurrezione (“Ma’ad”); la Giustizia di Dio (“‘Adl”). I Cinque Pilastri (Professione di Fede, Preghiera, Elemosina, Digiuno e Pellegrinaggio) sono ugualmente riconosciuti – il primo coincide d’altronde con il Monoteismo – ma considerati e definiti come Obblighi di Fede.

Alcuni approfondimenti sullo Sciismo:

Balikiti: Sono i seguaci di Balik Abdallah al Firuz, un “mullah” Sciita fanatico proveniente dalle terre a nord ovest di al Haz che predica che la magia è un abominio proibito da Dio. Egli sostiene che tutti i maghi sono uomini malvagi e devono essere uccisi in nome di allah. Balik ha dichiarato una Guerra Santa contro coloro che praticano la magia, ovunque si trovino. I Mussulmani che rimangono uccisi nel tentativo di assassinare un mago sono martiri, che si guadagnano l’ingresso immediato in Paradiso. Questa fede incrollabile fa dei balikiti degli assassini temerari. Per tutti i territori a nord e a ovest di al Haz gli stregoni sono caduti preda di bande di Balikiti. Lo stesso Balik è stato condannato, anche se a malincuore, dai mullah Sciiti. Il Sultano è comunque furioso, in quanto uno dei suoi più fedeli consiglieri è stato rapito dal suo letto e fustigato a morte, soltanto perché esistevano delle voci riguardo al fatto che fosse un mago. Il sultano ha offerto un’enorme quantità di oro a chiunque gli porti la testa di Balik. I Balikiti sono stati colpiti anche ad al Wazif dove, se catturati, sono pubblicamente torturati a morte. I maghi nei paesi islamici hanno iniziato a pagare guardie del corpo, sospettando che i balikiti si nascondano nell’ombra.

Alawiti: Gli Alauiti (o Alawiti) sono un gruppo religioso mediorientale diffuso principalmente in Siria. Bashar al-Asad, l’attuale presidente siriano (2004), è un alauita, come suo padre Hafiz al-Asad prima di lui. Gli alauiti si fanno chiamare Alawi. Il termine Alawi venne riconosciuto dai francesi quando occuparono la regione nel 1920. Storicamente venivano chiamati Nusairi, Namiriya, o Ansariyya. Nusairi è diventato un termine denigratorio ed essi preferiscono essere chiamati Alawi per mostrare la loro reverenza ad Ali, il cugino-cognato del profeta Maometto. L’origine degli alauiti è oggetto di discussione. Secondo alcune fonti essi erano in origine dei Nusayri, una setta che spezzò i legami con gli Sciiti duodecimani nel IX secolo. Gli alauiti fanno risalire le loro origini all’undicesimo Imam sciita, Hasan al-Askari (m. 873), e al suo pupillo Ibn Nusayr (m. 868). Nusayr si proclamò "bab" (rappresentante) dell’11° Imam. La setta sembra sia stata organizzata da un seguace di Ibn Nusayr noto come al-Khasibi, che morì ad Aleppo attorno al 969. Il nipote di al-Khasibi, al-Tabarani, si trasferì a Latakia sulla costa siriana dove elaborò il credo nusayri e, con i suoi discepoli, convertì gran parte della popolazione locale. Oggi gli alauiti pur essendo una minoranza, sono, in Siria, una setta potente dal punto di vista politico e religioso. Gli alauiti vennero fondati nel X secolo, durante la dinastia hamdanide di Aleppo, ma vennero scacciati quando la dinastia cadde, nel 1004. Nel 1097 i Crociati inizialmente li attaccarono, ma in seguito si allearono con loro contro gli ismailiti. Nel 1120 gli alauiti vennero sconfitti dagli ismailiti e dai Curdi, ma tre anni dopo combatterono con successo questi ultimi. Nel 1297 ismailiti e Alauiti cercarono di negoziare una fusione, senza però giungere a niente. Teologicamente, gli alauiti odierni sostengono di essere sciiti duodecimani, ma tradizionalmente sono stati indicati come "estremisti" (“ghulat”) e al di fuori dell’Islam dalla corrente principale dei musulmani, a causa della loro deificazione di ’Ali ibn Abi Tàlib. Solo uno dei libri sacri degli alauiti, il “Kitab al-Majmu’”, è stato tradotto in francese e stampato. Questo avvenne a metà del XIX secolo, a Beirut da un alauita convertito al Cristianesimo che venne in seguito ucciso da un seguace alauita per il suo tradimento. La religione alauita ha molte similitudini con l’Ismailismo. Come gli sciiti ismailiti, gli alauiti credono in un sistema di incarnazione divina, così come ad una lettura esoterica del Corano. Contrariamente agli ismailiti, gli alauiti considerano ’Ali come incarnazione della divinità della triade divina. Come tale, ’Ali è il Significato; Muhammad, che ’Ali creò con la sua luce, è il Nome; e Salman al-Farisi il Cancello. Il catechismo alauita è espresso nella formula: "Mi rivolgo al Cancello; mi inchino al Nome; adoro il Significato". Un alauita prega in una maniera che ricalca la “shahada”: "testimonio che non c’è Dio al di fuori di ’Ali." Ma egli deve anche dichiarare che è un musulmano. Gli alauiti credono di essere i veri e migliori musulmani. La religione alauita è segreta e gli alauiti non accettano convertiti, né la pubblicazione dei loro testi sacri. La gran parte degli alauiti conosce ben poco dei contenuti dei suoi testi sacri o della sua teologia, che è custodita gelosamente da una ristretta cerchia di iniziati maschi. All’età di 15 o 16 anni tutti gli uomini alauiti ricevono poche ore di corso di iniziazione ma da quel momento sta a loro decidere se vogliono diventare studenti di religione, associarsi ad uno “Shaykh” e cominciare li lungo processo di iniziazione e il corso di studi della religione. La religione alauita sembra basarsi sullo gnosticismo e sul neoplatonismo. Secondo la fede alauita, tutte le persone erano in origine delle stelle nel mondo della luce, ma caddero dal firmamento a causa della disobbedienza. Il mondo materiale è un luogo pieno di pericoli, nemici e impurità. Il male essenziale di questa esistenza presente può essere evitato con l’aiuto del divino creatore. Anche se gli alauiti riconoscono i cinque pilastri dell’Islam, essi li considerano doveri simbolici e pochi li seguono, motivo questo perché la massima parte dei musulmani (sunniti e sciiti) considerino eretici gli alauiti. Gli sforzi di Hafiz al-Asad nel portare il suo popolo nella corrente principale dell’Islam compresero la costruzione di moschee nelle principali città alauite. Dei clerici riformatori hanno incoraggiato i seguaci alauiti a pregare regolarmente e a seguire i principi base dell’Islam. Baššar ha seguito il padre nello spingere la sua comunità a disfarsi della teologia e dei rituali idiosincratici. Gli shaykh alauiti sono incoraggiati a negare la divinità di ’Ali e a proclamarsi duodecimani.

Drusi: Il termine Drusi serve a indicare i seguaci di una setta religiosa, originariamente musulmana, fondata nell’XI secolo in Egitto. L’etimologia della parola deriva dal nome dell’egiziano al-Darazi, che sosteneva l’identificazione dell’Imam fatimide al-Hakim (996-1021) con Dio. I Drusi furono oggetto in Egitto delle persecuzioni dei sunniti e questo li portò a cercare e trovare rifugio in Libano e nella Siria meridionale, dove risiedono tuttora, come pure in Israele, in Palestina e in Giordania. Ad oggi si contano circa 700.000 adepti della setta. La dottrina drusa è piuttosto complessa perché accoglie elementi dell’Islamismo, del Giudaismo, dell’Induismo e del Cristianesimo, sostenendo la fede in un principio divino, l’”’aql al-fa‘‘al” (intelletto attivo). L’”aql” può manifestarsi in forma umana e secondo la comunità drusa l’ultima di queste manifestazioni si è avuta appunto nell’Imam-califfo al-Hakim, nell’XI secolo. È una religione che corre seri rischi di sopravvivenza perché dal 1043 è stata dichiarata chiusa la porta dell´adesione, il che significa che solo chi è figlio di Drusi puó essere considerato parte della setta. Complice il fatto che essi praticano monogamia e che sono stati continuamente perseguitati in buona parte della loro storia, il loro numero sta diminuendo di anno in anno. I Drusi credono nella trasmigrazione delle anime dopo la morte e alla metempsicosi ma tutto il loro credo è circondato da un alone di mistero perché la parte più caratterizzante delle loro concezioni dottrinarie è caratterizzata da un accentuato esoterismo ed è quindi rivelata con grande circospezione solo a chi sia ritenuto pronto e degno d’accoglierla da un maestro di grado superiore. Non è più accreditata invece l’ipotesi che metteva in dubbio l’origine islamica ismailita del movimento adducendo l’argomentazione che i Drusi, per il fatto di costituire un’eterodossia piccola e senza particolare forza politica o economica, si sarebbero spacciati come seguaci di un movimento con una base islamica, sia pur ampiamente modificata, per sfuggire alle repressioni islamiche. La scarsa capacità infatti dell’Islam tradizionale di accettare eterodossie al suo interno (qualificate come pure e semplici apostasie e, quindi, legittimamente perseguibili col massimo di durezza consentita dalla giurisprudenza islamica) ha fatto cadere una simile ipotesi tra gli studiosi internazionalmente più accreditati.

Duodecimani: Col termine Duodecimani (dei 12 Imam) viene chiamata la maggioranza sciita che crede nella legittima successione di dodici Imam, a partire da ‘Ali ibn Abi Talib, quarto califfo musulmano fino all’ultimo, Muhammad al-Mahdi. Un termine parimenti usato è quello di Imamiti o, sotto il profilo giurisprudenziale, di Giafariti mentre in arabo il termine spesso impiegato è “ithna ‘ashariyya”, visto che il numero "dodici" viene reso dalla parola “ithna ‘ashar”.

Ismailiti: L’Ismailismo è una corrente dell’Islam sciita. I suoi membri sono chiamati ismailiti (arabo “al-isma’iliyyun”) e, talvolta, settimani (“sab’iyya”) per il fatto di riconoscere una serie legittima di soli 7 Imam. L’origine dell’Ismailismo risale alla morte, nel 765, del sesto Imam sciita e alle contese che seguirono circa la sua successione. Ja’far ibn Muhammad, detto “al-Sadiq” (l’Amico), aveva designato a succedergli il proprio figlio maggiore, Isma’il, che però morì alcuni anni prima di lui. Una parte della comunità sciita scelse come settimo Imam l’altro figlio designato da Ja’far, Musà ibn Ja’far, detto “al-Kazim” (il Silenzioso). Un’altra parte respinse questa decisione e scelse come nuovo Imam il figlio di Isma’il, Muhammad ibn Isma’il. Altri ancora, i futuri ismailiti, che non riconoscevano la morte di Isma’il ibn Ja’far, diffusero la credenza che egli si fosse occultato al mondo e che sarebbe tornato a manifestarsi come il “Mahdi” (termine arabo che significa il ben guidato da Allah). Benché perseguitati, gli ismailiti continuarono a venerare segretamente il loro “Imam”, svolgendo un proselitismo assai attivo, prima in Vicino e Medio Oriente, poi in tutto il mondo musulmano. Si stabilirono infine nel Maghreb, tra i Berberi, da dove si lanciarono alla conquista dapprima dell’”Ifriqiya” (l’antica Provincia Africa romana) e poi dell’Egitto, allora sotto la dinastia ikhshidide, fondandovi la dinastia fatimide. Altri ismailiti, i Carmati, rimasero fedeli al credo iniziale e rifiutarono di sottomettersi ai califfi-imam fatimidi ritenendo che l’Imam fosse rimasto nascosto per manifestarsi solo alla fine dei tempi e crearono un loro Stato nel BahreiNestorianesimo Durante il califfato fatimida, alla morte del califfo al-Mustansir nel 1094, il gruppo fatimide si scisse di nuovo in due gruppi rivali: i Nizariti (“Nizari”) e i Mustaliani (“Musta’li”). Alcuni ismailiti professano dottrine assi complesse, influenzate da temi neoplatonici, gnostici e manichei, e anche provenienti da altre confessioni. Per essi l’Islam si basa su due principi complementari, l’uno interiore (“batin”), personificato dall’Imam e fondato su un’interpretazione mistica della Legge islamica (“Shari’a”), l’altro esteriore (“zahir”) ma dipendente dal primo - rappresentato dal Profeta e dalla Shari’a. Gli ismailiti sono quindi convinti della necessità di un’interpretazione allegorica dei testi sacri, opportuna disvelata per successivi gradi d’iniziazione, che deve condurre i credenti alla conoscenza della Verità Suprema (“al-Haqq” ).

Zayditi: Partigiani di Zayn Ibn Li (ali Za’n U’L’A Bidin), morto nel 740, bisnipote di ali e nipote di Hussein, sono i soli a riconoscerlo come quinto Imam. Per gli altri Sciiti è suo fratello, Mohammad al Baqir (morto nel 731), ad essere il quinto Imam. Contrariamente alle altre sette sciite, lo zaydismo (o “Shi’a” moderata in quanto l’”Imam” è colui che è rettamente guidato) riconosce la legittimità dei due primi califfi. In teoria, essa lascia la designazione dell’”Imam” alla libera scelta della comunità, nella pratica ha sostenuto il diritto alla successione dei discendenti di Ali, della sua sposa Fatima (figlia del Profeta) e dei loro figli, Hasan ed HusseiNestorianesimo Per gli Zayditi, l’Imam è il depositario del sapere e deve far valere i propri diritti, impadronendosi del potere con le armi. La particolarità che distingue questa setta dalle altre fazioni sciite è il rifiuto della "Taqiya", ossia dell’obbligo di dissimulare le proprie credenze, in caso di pericolo per se stesso o per la comunità. Lo zaydismo conta almeno 6 milioni di aderenti ed è la religione ufficiale dello Yemen del Nord.

Khojas: I “Khojas” (etnonimo di orgine urdu e derivante dalla corruzione della parola “Khawaja”, cioè signore o maestro) sono una comunità massimamente musulmana che è concentrate nell’Asia del sud e che ha consistenti comunità presenti in tutto il mondo. Sembra che tutto sia nato allorquando sei secoli fa arrivò in India un persiano di nome Pir SadruddiNestorianesimo Ci sono parecchie leggende sull’origine di questa particolare derivazione della religione islamica che ha come capo l’Aga KhaNestorianesimo Infatti, una tesi probabile li indica come diretta espressione dei Nizari facenti parte della setta degli Ismailiti. E’ una forma religiosa parecchio strana in quanto presenta elementi derivanti da più di una religione (Induismo, religione musulmana e antiche forme di religione persiana).

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allah

Nizariti: I Nizariti, o Assassini (“al-Hašišiyyun”) furono una setta militante musulmana (sciita ismailita) attiva tra l’VIII e il XIV secolo. Furono attivi per tutto il Medioevo, ma soprattutto in Persia e in Siria a partire dall’XI secolo, in seguito ad una importante scissione della corrente ismailita avvenuta nel 1094 sotto la guida di Hasan ibn al-Sabbah, detto il Vecchio della Montagna, la cui roccaforte fu Alamut, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio. Alla fine del Medioevo praticamente scomparvero, sommersi dal successo del ramo principale dell’ismailismo. All’inizio, i futuri Nizariti non erano che gli adepti dell’ismailismo in Iran, cioè una setta sciita minoritaria in un paese allora sunnita. Sotto la guida del loro capo carismatico Hasan ibn al-Sabbah, nel 1090 gli ismailiti presero il controllo del forte di Alamut ed estesero la propria influenza all’Iran e alla Siria. Gli adepti venivano inquadrati nei vari gradi della setta, da novizio a gran maestro, secondo il loro livello d’istruzione, di affidabilità e di coraggio, seguendo un piano intensivo di indottrinamento e di addestramento fisico. Hasan terrorizzava i nemici attraverso gli assassini individuali: membri dela setta venivano inviati, singolarmente o a piccoli gruppi, con la missione di uccidere una persona importante. Le esecuzioni, per impressionare di più, erano condotte in pubblico, nelle moschee, preferibilmente il venerdì, giorno sacro dell’Islam. Di solito gli assassini (“fedai”) erano uccisi sul fatto. La serenità con cui si lasciavano massacrare fece pensare ai contemporanei che fossero drogati con hashish, donde l’appellativo di “haschischiyoun” o “haschaschin” (mangiatori d’erba), che produrrà il termine Assassini. Nel 1094, alla morte del califfo fatimida del Cairo Al-Mustansir bi-llah, si aprì una guerra tra i due figli Nizar e Mustali per la successione. Hasan si schierò con Nizar, ma i partigiani di quest’ultimo furono sconfitti in Egitto: fu la rottura tra gli ismailiti di Alamut e tutti gli altri (da qui il termine Nizariti). Sotto il severo governo di Hasan comunque i Nizariti prosperarono.

Fatimidi: I Fatimidi costituirono la dinastia sciita ismailita più importante di tutta la storia dell’Islam. Devono il loro nome alla discendenza da Fatima bt. Muhammad, figlia del profeta Muhammad. che dal suo matrimonio con ‘Ali b. Abi Talib garantì una discendenza al Profeta. La prima base del movimento — parte del più vasto movimento carmata — fu nel IX secolo in Siria nella città di Salamiyya, tra Hama e Homs (ar. “Hims”). Il fatimide ‘Abd Allah si propose però agli inizi del X secolo come l’Imam al-Qa’im (l’Imam permanente) che l’Ismailismo credeva si sarebbe manifestato alla fine dei tempi per ricondurre l’Islam alla sua originaria purezza e questo provocò una frattura mai più ricompostasi col resto del movimento carmata. Sfuggito alle truppe abbasidi e agli stessi avversari carmati che lo consideravano un impostore e un traditore, ‘Abd Allah riparò in Egitto e da lì, grazie ad accordi sottoscritti con esponenti della tribù berbera dei Kutama, nell’Ifriqiya aghlabide. In un primo periodo di 4 anni ‘Abd Allah (che talora è chiamato anche “Sa‘id” o “‘Ali”) non rivelò le sue intenzioni e la sua identità e si spostò nelle aree sottoposte al controllo dei kharigiti Midraridi per dare ancor meno nell’occhio ma qui fu sottoposto a misure di residenza sorvegliata per 5 anni. In suo favore agì il responsabile della “da‘wa” (macchina propagandistica retta da “da‘i”, ovvero missionari), Abu ‘Abd Allah al-Shi‘i, che con un esercito di devoti berberi convertiti sbaragliò le forze aghlabidi a al-Urbus il 19 marzo del 909. Giunto a Sijilmasa (Sigilmassa), dove si trovava recluso il suo signore, Abu ‘Abd Allah al-Shi‘i obbligò il 26 agosto 909 l’emiro rustemide a rilasciare senza indugio il suo prigioniero che, portato a Raqqada (l’antica capitale aghlabide), si presentò col nome di ‘Ubayd Allah, assumendo il 6 giugno 910 il “laqab” di “al-Mahdi” (il Ben Guidato da Dio).

Quarmati: I Quarmati son oil risultato di uno scisma in seno al movimento ismailita. Infatti, in quasi tutto continuano ad osservare le regole dell’Ismailismo. Tuttavia, ci sono delle differenziazioni in quanto credono che la “shari’ah” possa essere sostituita e che gli insegnamenti di Mosé, Gesù e Maometto possano essere considerati invalidi. Credono nella reincarnazione e rifiutano di riconoscere l’autorità dei califfi fatimidi. Infine, riconoscono come vero e ultimo “Iman” Muhammad ibn Isma’il. I Quarmati si svilupparono nel Bahrein ed attaccarono i pellegrini che si recavano alla Mecca nel 930 arrivando a rimuovere perfino la pietra nera della “ka’bah”. In seguito il movimento andò lentamente ad estinguersi. Cosa che accade nel quattordicesimo secolo.

KHARIGISMO

Kharigismo: Il Kharigismo è un ramo dell’Islam, distaccatosi dagli altri all’epoca del quarto califfo ‘Ali ibn Abi Talib, in stretta correlazione con l’insurrezione del governatore di Siria Mu’awiya ibn Abi Sufyan che reclamava giustizia per la morte di ‘Othman ibn ‘Affan, suo stretto parente e che si opponeva verosimilmente alla deposizione disposta ai suoi danni da ‘Ali. Lo scontro armato scoppiato a Siffinfu arrestato da un gruppo di seguaci del califfo che vollero si rispondesse positivamente alla richiesta dei sostenitori del governatore, che pare stesse soccombendo, che invocavano una risoluzione pacifica del dissidio mediante un arbitrato fra le parti, che evitasse una guerra civile e lo spargimento di sangue di credenti. Nel corso della notte, però, costoro ci ripensarono perché arrivarono alla conclusione che solo la battaglia avrebbe permesso di decidere, in quanto vero e proprio giudizio di Dio, il cui esito avrebbe provato chi Dio intendeva premiare con il suo favore. Il loro slogan era “La hikma illa li-llah” (a Dio solo spetta il giudizio). Da qui anche l’altro loro nome di "Muhàkkima" (Quelli del giudizio di Dio). Il califfo tuttavia non volle accedere a questa nuova richiesta, avendo perso l’iniziativa e vedendo i suoi soldati demotivati cosicché quel gruppo di suoi iniziali sostenitori - scandalizzato dalla rinuncia di ’Ali al suo dovere di guidare al bene i musulmani e contrastare il male - decise di abbandonare le file dell’esercito califfale e si recò nella cittadina di Harura (da cui il nome di Haruriti preso dagli scissionisti) per discutere sul da farsi. Era nata la prima riflessione teologica dopo la morte del profeta Muhammad perché il quesito di fondo era quello della qualifica di musulmano e se un musulmano che si mettesse dalla parte dell’errore (come un ribelle alla legittima autorità califfale) fosse un peccatore ancora parte della “Umma” islamica o un apostata. La loro risposta fu che il peccatore decadesse dalla qualità di musulmano e, come “murtadd” (apostata) ne fosse lecito versare il sangue, cioè ucciderlo. Si orientava in tal modo il movimento a un radicalismo ideologico e politico che, malgrado un corposo afflato sociale in grado di affascinare chi si sentiva a qualsiasi titolo discriminato dalle autorità islamiche, condannerà il movimento a esser minoritario.

Alcuni approfondimenti sullo Kharigismo:

Ibaditi: Gli Ibaditi costituiscono l’unico ramo oggi esistente dei kharigiti, quella corrente religiosa islamica che costituisce una "terza via" tra sunniti e sciiti, le cui origini risalgono ai primi tempi dell’Islam. Mentre in passato il Kharigismo ibadita ha conosciuto momenti di grande espansione (all’epoca del regno rustumide di Tahert, che tra il 761 e il 909 giunse a comprendere gran parte del Nordafrica), attualmente esso è la confessione maggioritaria in un unico minuscolo paese: il sultanato dell’Oman, mentre altrove sussiste solo in piccole comunità, a Zanzibar e in alcune regioni dell’Algeria (Mzab), della Tunisia (isola di Djerba) e della Libia (Gebel Nefusa). Come gli altri kharigiti (da cui si distinguono per una particolare moderazione e per il ripudio della violenza), anche gli ibaditi ritengono che il comando della comunità non spetti necessariamente ad un discendente del Profeta, ma solo al più degno dal punto di vista religioso, indipendentemente dalla sua parentela, dalla sua appartenenza etnica e addirittura dal colore della sua pelle. La teologia ibadita ha molti punti di contatto con quella mu’tazilita per quel che riguarda il concetto di “tawhid” (unità e unicità di Dio). Essi rigettano ogni descrizione antropomorfica di Dio, arrivando a negare che i beati, nell’Aldilà, possano goderne la vista. Rifiutano anche di riconoscere a Dio degli attributi che siano distinti dalla Sua essenza (come per esempio, un Corano increato e distinto da Dio). Un aspetto dottrinale che ha concrete conseguenze nella vita quotidiana degli Ibaditi è il fatto che per essi la salvezza non viene solo dal credere in Dio e nel Profeta, ma anche dalle opere. Per questo, gli Ibaditi sentono come forte dovere morale quello di impegnarsi seriamente nelle proprie attività lavorative (per lo più artigianato e commercio). Una sorta di etica del lavoro che li distingue spesso da musulmani di diversi orientamenti. Un aspetto interessante della dottrina ibadita è la sua concezione del Corano. Per essa, infatti, il Corano non è increato ed eterno, come ritiene la maggioranza dei musulmani, tanto sunniti quanto sciiti. Eterno infatti è solo Dio e se anche il Corano fosse eterno, ciò equivarrebbe ad associare altri a Dio, minandone il dogma dell’unicità. Gli Ibaditi hanno un proprio sistema legale (“madhhab”), basato in gran parte su proprie raccolte di hadith. Gli Ibaditi accettano molti, ma non tutti, i hadith sunniti, e inoltre accettano alcuni hadith non accolti dai Sunniti. La giurisprudenza ibadita è basata solo sui hadith ammessi dall’Ibadismo, che sono molto meno numerosi di quelli ammessi dai sunniti. Molte personalità dei primi tempi dell’Ibadismo - in particolare Jabir ibn Zayd - furono note per le loro ricerche nell’ambito dei “hadith”, e Jabir ibn Zayd è considerato un narratore affidabile anche da molti dotti sunniti. La principale raccolta di “hadith” ammessa dagli Ibaditi è “al-Jami’ al-Sahih”, detta anche “Musnad al-Rabi‘ ibn Habib”, nella rielaborazione fatta da Abu Ya’qub Yusuf b. Ibrahim al-Warijlani. Una gran percentuale delle narrazioni è stata trasmessa da Jabir ibn Zayd o da Abu Ya‘qub; la maggior parte è riportata anche dai sunniti, ma molti no. Il numero complessivo di “hadith” in esso contenuti è di 1005, e una tradizione ibadita riportata da al-Rabi‘ sostiene che vi sono solo 4000 “hadith” del Profeta autentici. Le norme per determinare l’affidabilità di un “hadith” sono state fornite da Abu Ya’qub al-Warijlani, e sono in gran parte simili a quelle adottate dai sunniti; in particolare, essi criticano alcuni dei Compagni del Profeta (“Sahaba”), ritenendo che alcuni di loro fossero corrotti dopo il regno dei primi due califfi. I giuristi ibaditi accettano i “hadith” che riportano le parole dei Compagni del Profeta come terza fonte di diritto, dopo il Corano e i “hadith” che riportano le parole di Muhammad.

Mutaziliti: Seguaci di un indirizzo o sistema di teologia musulmana. L’ origine del movimento va ricercata nelle lotte politiche dell’ inizio dell’ VIII sec. d. C., quando un gruppo di uomini pii assunse un atteggiamento di neutralità (questo è il significato della denominazione) tra i ribelli Kharigiti che giudicavano infedele il peccatore musulmano, e la maggioranza che gli attribuiva ancora la qualità di credente: i Mutaziliti affermavano che la posizione del peccatore era intermedia fra quei due opposti. Col declinare delle lotte civili, il partito Mutazilita perdette il suo originario contenuto politico, e si trasformò in scuola teologica. I principali dogmi furono: affermazione del libero arbitrio, eternità delle pene infernali per i peccatori rei gravi peccatori, anche se musulmani; negazione di Dio anche nella vita futura. Dopo aver trovato adesioni tra alcuni califfi Abbasidi nel IX sec, il Mutazilismo decadde nel XIII sec, dopo aver trasmesso parte del proprio dogma nella religione degli Sciiti e degli Ibaditi.

BAHA’I

Shaikismo, Babismo e Baha’i: Lo shaikhismo è un movimento fondato da Ahmal al Asa (morto nel 1826), il quale afferma che, in assenza dell’Imam, l’esistenza di un intermediario tra quest’ultimo ed i fedeli è indispensabile. Quest’intermediario, lo sciita perfetto, è il portavoce autorizzato (“Bab”) dell’”Imam” atteso. Il babismo venne fondato nella prima metà del XIX secolo da Sayyed alI Muhammad al Shirazi (giustiziato nel 1850), che si proclamò Bab nel 1844, incitando a prepararsi ad accogliere colui che Dio manifesterà. Il baha’ismo, nato dal babismo, è un movimento che venne fondato da Mirza Husain ’all Nuri, soprannominato Baha Allah (morto nel 1892), che dichiarò, nel 1863, di essere colui di cui il Bab aveva annunciato la venuta. Il baha’ismo si sviluppò ad opera del figlio di Baha Allah, Abbas Effendi (soprannominato “Abd al Baha” e morto nel 1921) e di suo nipote Shoghi Effendi, morto nel 1957. La loro dottrina pacifista ha per scopo l’unificazione politico-religiosa e la fusione delle razze. I Baha’i credono nella fraternità universale e nell’educazione permanente, tesa a realizzare l’avvento di un governo mondiale. Il primitivo messaggio messianico di impronta sciita si è trasformato, nel corso del tempo, e soprattutto a seguito del contatto con l’Occidente, in una dottrina spirituale di tipo umanista-liberale. Riconosciuta come organizzazione non governativa dalle Nazioni Unite, la Comunità Baha’i è attivamente impegnata nella lotta contro le discriminazioni di sesso e razziali ed in quella contro gli armamenti. Abbandonate le suggestioni esoteriche, i Baha’i propagandano la compatibilità della scienza con la fede, l’idea del progresso continuo, rifiutando gli elementi soprannaturali e miracolistici della religione. L’organizzazione è centralizzata e fa capo alla Casa Universale di Giustizia, che ha assunto la guida della fede Baha’i alla morte di Shoghi Effendi. Essa è costituita da nove membri, eletti ogni cinque anni dalle Assemblee Spirituali Nazionali del mondo intero ed ha potere legislativo. Il Centro Mondiale è situato ad Haifa (Israele), dove si trova anche il "tempio d’oro". Insediatisi originariamente in località della Palestina e dell’Iran, ove sono stati duramente perseguitati dal regime khomeinista, i Baha’i (3-5 milioni di seguaci) sono attualmente dispersi in varie parti del mondo, specie nell’area terzomondista. La diffusione della fede è affidata alle Assemblee Spirituali Locali nonché, stante il fervore pionieristico di molti seguaci, all’iniziativa individuale.

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il corano

ALI ILAHI

Ali Ilahi: L’”Ahl-e Haqq” derivato dall’espressione persiana che significa Gente della Verità - detti anche Uomini di Dio o “Yarsan” o “Yaresan” - è un movimento religioso-mistico derivato dall’Islam, attualmente presente essenzialmente nell’Iran occidentale e vicino alla religione dei Yazidi. Secondo alcuni studiosi, Ahl-e Haqq, Yazidi e Alevi partecipano a una sorta di Culto degli Angeli, una forma di religiosità d’origine islamica sviluppatasi in ambiente curdo. Gli aderenti dell’”Ahl-e Haqq” sono comunemente etichettati come musulmani perché adottano numerose sue superficiali forme di religiosità, inclusa la venerazione per ‘Ali ibn Abi Talib, il quarto califfo e primo Imam sciita, e perché praticano la “taqiyya” (dissimulazione) sciita. I critici della loro fede si riferiscono ai devoti definendoli “Ali-Ilahi” o “Aliullahi” ma, secondo vari studiosi, il nome “Aliullahi” è stato dato dai loro vicini che non si rendono ben conto che la figura di ‘Ali non è centrale o comunque dominante nel culto dell’”Ahl-e Haqq”. I loro fedeli attualmente vivono nelle province occidentali dell’ Iran, molti nella provincia di Kermanshah, adiacente ai confini con l’Iraq. Vi sono anche altri gruppi dislocati intorno a Kirkuk in Iraq. Molti fedeli sono di etnia curda, sebbene vi siano anche gruppi di Curdi Lak dell’Iran, del Lorestan, Azeri e Persiani. Vi sono pure devoti arabofoni nelle città irachene di Mandali, Ba‘quba e KhanaqiNestorianesimo Si suppone che l’Ordine sia stato fondato da Sultan Sohak, una figura ampiamente mitica dei primi del XVI secolo d.C. nell’Iran occidentale, ma dal momento che si tratta di un Ordine mistico, non si conoscono molti fatti verificabili sulla sua persona. L’Ordine dell’”Ahl-e-Haqq” è un ambiente rigidamente chiuso. Parte della sua letteratura è scritta in lingua farsi. L’”Ahl-e Haqq” crede che Dio manifesti un avatar principale e 5 avatar secondari che formano con Dio stesso un’eptade (i Sette Santi) e che manifesti di nuovo questi avatar in ognuna di sette epoche. Mentre gli avatar della Prima Epoca - equivalente alla fase della “shari‘a”, equivalente qui a Legge religiosa esoterica - può combaciare strettamente col nome degli arcangeli delle religioni semitiche, gli avatar della Seconda Epoca - che equivale all’epoca della tariqa e che comincia con ‘Ali come primo avatar - sono tutti figure dell’Islam, eccezion fatta per Nusayr. Si può accostare forse la figura di Nusayr al Nazareno, cioè a Gesù Cristo, o a Narsch, l’avatar minore che più tardi sarà noto come Theophobus. La Terza Epoca equivale a quella della “ma‘rifa” (conoscenza esoterica), mentre nella Quarta Epoca - in cui si realizzerà la “haqiqa” (Verità) - il primo avatar a manifestarsi è stato Sultan Sohak. Si dice che egli sia stato generato da Mama Jelale, una vergine Curda e, come nel caso di Maria, madre di Gesù, egli sarebbe stato concepito virginalmente. Una volta, mentre dormiva sotto un melograno, un chicco del frutto cadde nella sua bocca, poiché un uccello aveva becchettato il frutto direttamente sopra di lei. Esistono somiglianze fra “Ahl-e-Haqq” e Alevi turco-curdi, sebbene quanto tali strette somiglianze si rifacciano a un’origine comune rimanga oggetto di disputa. Altri scorgono una somiglianza con la religione dei Yazidi, malgrado gran parte di questo dibattito sia costretto a rimanere pura speculazione, dal momento che tutti questi gruppi hanno reso noti pochissimi loro scritti religiosi e favoriscano pratiche religiose segrete da acquisire mediante iniziazione. Come gli Yazidi, i seguaci dell’”Ahl-e Haqq” credono nella reincarnazione. Essi hanno un famoso detto riguardante la morte: Uomini! Non temete la punizione della morte! La morte dell’uomo è come il tuffo che fanno le papere. Gli esseri umani percorrono un ciclo di 1.001 incarnazioni. Durante questo processo, essi si purificano delle loro azioni terrene. La scena dell’Ultimo Giudizio si svolgerà nella pianura di Shahrazur (Kirkuk). Il libro sacro dell’”Ahl-e Haqq” è chiamato “Serencam” ed è una collezione delle loro leggende, consistenti nell’ Età di Khawandagar, Età of ‘Ali, Età di Khoshin e nell’ Età di Sohak. Esse sono differenti manifestazioni della Divinità. L’Età di Khoshin ha luogo nella regione del Luristan e l’Età di Sohak è posta nella terra dei Goran (Hawraman) nei pressi del fiume SirwaNestorianesimo I detti attribuiti a Sultan Sohak sono stati scritti in lingua curda Gorani, la lingua liturgica dell’”Ahl-i Haqq”.

Alcuni approfondimenti su Ali Ilai:

Yazidi: Gli Yazidi o Yezidi (curdo “Êzidî”) sono curdi praticanti una religione mediorientale, nota come yazidismo, avente origini molto antiche. Gli yazidi (circa 500.000 persone secondo alcune stime) vivono soprattutto nei dintorni della città di Mosul, in Iraq. Vi sono poi piccole comunità sparse per Siria, Turchia, Iran, Georgia e Armenia, a cui si aggiungono alcuni rifugiati in Europa. Nella regione corrispondente all’attuale Iraq, gli yazidi, che pur possono vantare una storia di 4.000 anni, furono perseguitati per secoli dai musulmani, che li accusavano di adorare il demonio. Durante il regime di Saddam Hussein, gli yazidi vennero classificati come arabi, in modo tale da falsare gli equilibri etnici nella regione. Con la caduta di Saddam nel 2003, i curdi richiedono che gli yazidi siano riconosciuti come facenti parte del popolo curdo a tutti gli effetti. Le stime sul numero di yazidi nel mondo variano tra i 100.000 e gli 800.000, quest’ultima stima è riportata sul sito ufficiale website; stando alla stessa fonte, i rifugiati in Germania sarebbero 30.000. Feleknas Uca, membro tedesco del Parlamento Europeo è stato l’unico parlamentare di origine yazidi sino al 2005 (anno in cui si sono tenute le prime elezioni libere in Iraq). Gli yazidi adorano il dio Malak Ta’us, un angelo dalle sembianze di un pavone caduto in disgrazia. Il culto di Malak Ta’us sembra contenere elementi propri di mitraismo, mazdeismo, manicheismo, Islam, cristianesimo e giudaismo. Con tutta probabilità, esso deriverebbe dall’antico culto pre-islamico proprio del popolo curdo. Intorno al 1162, Shaik Adii Ibn Mustafa riformò la religione (ciò fa pensare dunque che il culto originario fosse in qualche misura diverso dal’attuale). I vari clan possono inoltre presentare alcune differenze nell’interpretazione dei testi sacri. Gli yazidi chiamano loro stessi DasiNestorianesimo Secondo un’errata etimologia popolare, il termine "yazidi" deriverebbe dal nome del califfo umayyadde Yazid I (680-683); più probabilmente, esso proviene dal medio-persiano (lingua pahlavi) yazd, cioè angelo, forse in riferimento a Malak Ta’us. Gli yazidi credono in un Dio primordiale, la cui azione fu però limitata alla creazione dell’universo. Entità divine attive sono invece Malak Ta’us e Shaik Adii. Malak Ta’us sarebbe un angelo dalle sembianze di un pavone che, dopo essere decaduto, si pentì e decise di ricreare il mondo che era stato distrutto. Riempì perciò alcune giare con le sue lacrime e se ne servì per estinguere il fuoco dell’Inferno. Alcuni clan venerano come un santo Shaik Adii, considerato una sorta di servo di Malak Ta’us. Altre 6 divinità minori sono talvolta onorate. Le sacre scritture dello yazidismo sono il Libro della Rivelazione e il Libro Nero. Quest’ultimo contiene alcuni precetti quali il divieto di mangiare lattuga o fagioli bianchi e il divieto di vestirsi di blu scuro. Gli yazidi sono piuttosto diffidenti verso le persone di altro credo: per esempio, la preghiera (da effettuare due volte al giorno sempre in direzione del sole) non può essere recitata in presenza di persone estranee al culto di Malak Ta’us. Il mercoledì è il giorno sacro, sebbene sia il sabato ad essere considerato giorno di riposo. A dicembre vi è poi una festività di tre giorni. Il rituale principale è il pellegrinaggio annuale, della durata di sei giorni, verso la tomba di Shaik Adii a Lalish (a nord di Mosul). Durante la celebrazione, i fedeli si immergono nelle acque di un fiume, lavano le statue raffiguranti Malak Ta’us e accendono centinaia di lampade sulle tombe di Shaik Adii e degli altri santi. Nel corso della cerimonia viene anche sacrificato un bue, ragione per cui lo yazidismo è talvolta associato al mitraismo. La società yazidi presenta una struttura gerarchica che vede ai vertici un capo secolare, detto emiro, e un capo religioso, detto sceicco. Gli yazidi sono per lo più monogami, anche se, in alcuni rari casi, ai capi è concesso avere più di una moglie. I bambini vengono battezzati alla nascita; la circoncisione è una pratica diffusa ma non obbligatoria. Subito dopo la morte i defunti sono deposti con le mani giunte in tombe di forma conica. Gli yazidi, ritenendosi gli unici veri discendenti di Adamo, non accettano né i matrimoni interreligiosi (neppure con i curdi di religione musulmana) né le conversioni. La pena più grave per un fedele è l’espulsione dalla comunità, poiché l’espulso va incontro alla perdita dell’anima. Quale figura di demiurgo, Malak Ta’us è spesso ritenuto dai musulmani uno shaytan, cioè un demone che devìa i veri credenti. Nell’Islam, infatti, si ritiene che lo shaytan corrompa l’uomo portandolo ad affiancare altre divinità ad Allah, unico vero Dio della religione musulmana. Proprio a causa di tale interpretazione, gli yazidi sono stati spesso perseguitati con l’accusa di adorare il demonio.

SUFISMO

Sufismo: Il Sufismo o “Tasàwwuf” è la forma di ricerca mistica tipica della cultura islamica. Il termine arabo "tasawwuf" deriverebbe dalla lana (in arabo “suf”) con cui erano intessuti gli umili panni dei primi mistici musulmani che per questo vennero chiamati "sufi", ma un’altra etimologia si rifà al vocabolo “suffa”, portico antistante la casa-moschea di Muhamamd a Medina, sotto il quale si raccoglievano alcuni pii musulmani, ospitati volentieri dal Profeta per la loro povertà che s’accompagnava a un atteggiamento assai pio. Il “tasawwuf” - che ha in sé, forte, il concetto dell’esoterismo (da cui andranno però espunti i cascami ideologici che spesso al termine s’accompagnano) - è fenomeno trasversale e diffusissimo nell’Islam, per quanto poco avvertibile all’occhio laico a causa della grande riservatezza osservata dai praticanti. Il suo grande successo, come nell’Ebraismo, deriva in modo tutt’altro che secondario dalla particolare struttura fideistica delle due religioni semitiche, entrambe convinte della letterale Rivelazione ai Suoi profeti da parte di Dio della Sua precisa volontà. Il sufismo tuttavia è particolarmente coinvolto nella speculazione dottrinali e gli aspetti di puro ascetismo non sono tanto predominanti come ci si aspetterebbe. Fuorviante dunque sarebbe accostare il “tasawwuf” al misticismo cristiano, in cui l’ascetismo è pratica tutt’altro che rara grazie all’assetto assai meno cogente del ritualismo, dal momento che i Vangeli riportano l’essenza etico-religiosa del Messaggio di Cristo, che si può mettere in pratica senza troppi passaggi rituali rigidamente formalizzati. Il tasawwuf è particolarmente diffuso nel sunnismo e assai meno nello sciismo, in cui sono attive infatti solo due confraternite islamiche, la Ni‘matullahiyya e la Dhahabiyya, a fronte delle diecine di confraternite sunnite tuttora operanti. Ciò dipende essenzialmente dal fatto che, per conoscere Allah e la Sua volontà, lo sciismo può stabilmente contare sull’attiva opera dei suoi dotti che, se non costituiscono un formale sacerdozio, come il resto dell’Islam, hanno acquistato però un incontestabile profilo di tipo clericale per il fatto che i loro ulema di maggior dottrina, e in particolar modo i marja’ al-taqlid, sono ispirati in modo ineffabile dall’"Imam” nascosto. Nell’Islam sunnita la totale mancanza di sacerdozio e di una classe di tipo clericale che possa assolvere alla funzione intermediatrice fra Dio e le Sue creature comporta una ricerca di Dio e della Sua volontà assai più faticosa e rischiosa. È dunque perfettamente normale, legittimo e doveroso per il sufismo che il musulmano ricerchi personalmente quale sia la volontà di Dio, obbedire alla quale permette di scansare il peccato che, nell’Islam, altro non è se non la disubbidienza alle Sue disposizioni (tant’è vero che “muslim”, musulmano, significa proprio chi si assoggetta alla Volontà di Dio). Un metodo che si può validamente affiancare al recepimento di quanto suggerito dagli ‘ulama’ è perciò quello dell’indagine personale, da conseguire tramite una lunga disciplina spirituale e mentale che - senza far trascurare lo studio della dottrina essoterica ufficiale - possa aprire la Via esoterica verso Dio (il termine tariqa ha questo significato), per imboccare e percorrere la quale sarà necessaria l’opera educativa di un Maestro che funga da guida. Da una prima fase in cui l’esperienza sufi restò caratterizzata da un forte individualismo (Rabi’a al-’Adawiyya, Ma’ruf al-Kharkhi, al-Harith al-Muhasibi, Dhu l-Nun al-Misri, Sahl al-Tustari, al-Junayd ibn Muhammad), si passò verso il XII secolo alla creazione di “turuq”, con un numero più o meno ampio di discepoli (“murìd”, pl. “muridùn”) radunati attorno a un Maestro (“shaykh” in arabo, “pir” in persiano, “dede” in turco). Di esse si ricordano in particolare la Qadiriyya, fondata nel XII secolo da ’Abd al-Qadir al-Jilani; la Suhrawardiyya, fondata nel medesimo secolo da Shihab al-Din al-Suhrawardi; la Rifa’iyya, fondata da Ahmad al-Rifa’i ancora nel XII secolo come la Kubrawiyya, fondata da Najm al-Din Kubrà, la Shadhiliyya, fondata da Abu l-Hasan al-Shadhili nel XIII secolo, la Mawlawiyya, fondata nel XIII secolo da Jalal al-Din Rumì di Konya, nota per i suoi dervisci roteanti; la Cishtiyya fondata da Mu’in al-Din Cishti e, forse la più vivace negli ultimi tempi, la Naqshbandiyya, fondata da Bahà al-Din Naqshbandi, entrambe queste ultime attive dal XIII secolo. Altri rami si sono innestati su quelli principali, è il caso della "Jerrahyya" sull’ordine "Khalwatiyyah" fondata da Pir Nurettin al-Jerrahi (1678-1721). La Storia del sufismo è narrata dall’omonimo libro di Gabriele Mandel, “khalyfa” per l’Italia dell’ordine sufi Jerrahi-Halveti. La grande diffusione del sufismo non è tuttavia sempre vista di buon occhio dai musulmani essoterici che ne sospettano talora una deriva antinomistica che porterebbe a trascurare il dispositivo formale della Legge religiosa in modo considerato arbitrario e peccaminoso. Da qui l’ostilità di alcuni ambienti teologico-giuridici islamici ufficiali. Innanzi tutto di alcune propaggini del neo-hanbalismo che sottovalutano come Ahmad ibn Hanbal (m. 855), il fondatore della scuola giuridico-teologica che da lui prende il nome, fosse tutt’altro che ostile all’ambiente sufi, o che il hanbalita Ibn Taymiyya - vissuto in età mamelucca e considerato oggi come il massimo ispiratore dei movimenti "fondamentalistici" islamici - fosse anch’egli non sfavorevole a un’equilibrata pratica sufi, e che alcune sue dure prese di posizione contro il sufismo riguardavano essenzialmente chi maggiormente indulgeva a esagerazioni comportamentali (“shatahat”) che scandalizzavano e scandalizzano ancor oggi il mondo sunnita ufficiale.

Alcuni approfondimenti sul Sufismo:

Hurufi: L’Hurufismo, da “Hurufiyya” (aggettivo di “Hurufi”), è una setta di derivazione sufi. Attiva in Persia, Turchia e Azerbaijan fra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo. La parola araba “Huruf” significa lettere dell’alfabeto. Il creatore di questo movimento è Fadlullah Astrabadi chiamato anche Naimi (1339 – 1394). Secondo il fondatore di questa setta il Corano può essere intepretato da un punto di vista della cabala giudaica. L’universo è eternamente in movimento e in rotazione. Il volto di Dio è imperituro e si manifesta nell’uomo che è la migliore delle forme, “zuhur kibriya”. Dio si incarna in ogni atomo. Per gli hurufi Fadlullah è la manifestazione della forza di Dio dopo Adamo, Mosè e Maometto. Dio lo si può scorgere anche nell’alfabeto in quanto l’alfabeto è una creazione di Dio. Il sette è il numero sacro in quanto rappresenta le nobili parti della faccia. I dettami di questa setta ebbero grande successo sull’insieme della galassia islamica. Le sette dei “Bektashi” in Turchia e degli “Ahl-e Haqq” devono molto all’hurufismo. Infine, da sottolineare la presenza di questa setta in Albania dove è forte e ben radicata.

CARICHE “ISTITUZIONALI” NELLA RELIGIONE ISLAMICA

Akhoond: “Akhoond” o “akhund” oppure “akond” è una parola persiana utilizzata nello scacchiere orientale del mondo islamico per indicare un uomo che professa la fede. Questa parola è utilizzata anche in Cina dal popolo Hui che professa la religione musulmana. Gli “Akhoond” sono delle persone che dirigono i fedeli nelle moschee, svolgono sermoni e dirigono cerimonie, come battesimi e funerali. Essi insegnano nelle scuole islamiche conosciute come “madrasse” dove appuntano il loro interesse su soggetti islamici e non come la “Sharì’a”, la “fiq” (ossia la giurisprudenza islamica), il Corano e le basi della matematica. Indossano dei vestiti ben definiti. In Iran vengono chiamati anche “Mullah” o “Maulvi”, ma anche sceicchi e “Maulana”. In certi peasi hanno svolto anche ruoli politici e di amministrazione della giustizia (soprattutto in Pakistan).

Ayatollah: “Ayatollah” è un titolo di grado elevato che viene concesso agli esponenti più importanti del clero sciita. Il termine significa segno di Dio e coloro che hanno questo titolo sono esperti in studi islamici come la giurisprudenza, l’etica, la filosofia ed il misticismo. Solitamente essi insegnano in scuole islamiche (“hawza”). Al di sotto del grado di “ayatollah” vi è il grado di “Hojjatoleslam” (Prova o Autorità dell’Islam). Non vi è un modo gerarchicamente preciso con cui si possa raggiungere il titolo di “ayatollah”: solitamente esso viene concesso ad uno esperto di studi religiosi che abbia ottenuto la stima, il rispetto e l’ammirazione dei suoi superiori e dei suoi pari grazie alla propria conoscenza del canone islamico ed alla sua condotta, dopo il completamento dei suoi studi nella “Hawza”. Il più delle volte ciò viene attestato da una sorta di diploma rilasciato dai suoi insegnanti. Una volta ottenuto il titolo, un “ayatollah” può render pubbliche le proprie interpretazioni autentiche delle leggi religiose (Corano, “Sunna”, “Ijma’” e “’Aql”), insegnando in una “Hawza” secondo le proprie competenze e fungendo da punto di riferimento e giudice in materia religiosa. Solo pochi dei più importanti “ayatollah” vengono riconosciuti come Grandi “ayatollah” (“Ayatollah al-`uzma”, grande segno di Dio), o “Marja al-taqlid” (fonte di emulazione). Solitamente ciò avviene quando i seguaci di un “ayatollah” fanno riferimento a lui in moltissimi casi e quindi gli chiedono di pubblicare un testo giuridico-religioso che possa fungere da codice di comportamento per i casi più comuni della vita di un musulmano. Questo testo è detto “Risala ’Ilmiyya” e solitamente è una riscrittura della “al-Urwa al-Wuthqa” in cui l’“ayatollah” fornisce la propria interpretazione delle più autentiche fonti religiose islamiche alla luce delle condizioni presenti. In Iraq c’è solitamente un Grande “ayatollah” che è a capo delle “Hawza” di Najaf (attualmente il Grande “ayatollah” è Ali al-Sistani) e pochi altri che collaborano con lui (in questo momento Mohammad Sa’id al-Hakim, Mohammad Ishaq al-Fayyad e Mohammad Taqi al-Modarresi). Più numerosi sono i Grandi “ayatollah” che vivono in Iran (specie nella città santa di Qom) e nel resto del mondo sciita, tanto che in totale vi sono più di 20 Grandi “ayatollah”. Fra i più noti vi sono Ali Khamenei (che in Iran riveste il potente ruolo di Guida Suprema della Rivoluzione Islamica), Ali Montazeri, Jawad Tabrizi, Kazem al-Ha’eri, Muhammad Fazel Lankarani, Mohammad Hoseyn Fadlullah e Sadiq Hoseyni Shirazi. Tuttavia, l’“ayatollah” più noto in Occidente è sicuramente Ruhollah Khomeini, che fu il principale leader della Rivoluzione Iraniana del 1979 e che ispirò la Repubblica Islamica che ne uscì, diventandone la Guida Suprema fino alla sua morte (1989).

Imam: “Imàm” è un termine arabo che fa riferimento a una radice lessicale che indica lo stare davanti e, quindi, significa guida. Può quindi indicare una semplice guida morale o spirituale (ed è questo l’uso che per lo più se ne fa in ambiente politico) o anche identificare un musulmano particolarmente esperto nei movimenti rituali obbligatori della preghiera canonica “salat”. Costui si pone davanti agli oranti dando modo a chi prega di correggere un eventuale erroneo movimento che comporterebbe l’invalidità della “salat”. Da un punto di vista religioso il termine “Imàm” indica infine il capo della Comunità islamica (“Umma”) ed è per questo sinonimo di califfo ma, ancor più, il capo della Comunità islamica sciita. Per la maggioranza dello sciismo - detta imamita, duodecimana o, in arabo, “Ithna‘ashariyya” - il numero degli “Imàm” che legittimamente hanno guidato i fedeli musulmani (o sarebbero stati legittimamente destinati a farlo se poi, storicamente, non ne fossero stati impediti dai califfi omayyadi e abbasidi) è di dodici mentre per la minoranza ismailita (o settimana, in arabo “Sab‘iyya”) il numero si limita a sette.

Maulana: “Maulana” (oppure “mawlana”) è una parola araba che significa nostro Signore o nostro maestro. E’ un termine che si usa per accompagnare il nome di rispettati membri della comunità islamica. Con questo termine si indicano precisamente chi insegna nelle istituzioni scolastiche e gli scolari che si siano distinti. E’ un titolo usato in tutto il mondo islamico ed è stato preso in prestito dalla lingua Swahili dove ha lo stesso significato che nellas lingua araba. Sinergico al termine “maulana” è il termine sceicco. “Maulana” è anche una parola che determina certe associazioni filantropiche del Pakistan e circoli di attivismo afro-americano.

Maulvi: “Maulvi” (ma anche “Moulvi”, “Mawlawi” e “Mawlvi”) è un titolo onorifico islamico che ha un significato similare a quello di “Maulana”, “Mullah” or “Shaykh”. Tuttavia indica più precisamente chiunque insegni teologia islamica nelle “madrasse”. E’ usato in tutto il mondo islamico, anche se è più utilizzato nello scacchiere orientale (dalla Persia all’Indonesia). “Maulvi” è di origine persiana e deriva dall’arabo “mawla” che significa maestro oppure Signore.

Muezzin: Muezzin (in lingua araba "Mu‘adhdhin") è, nella liturgia islamica, l’incaricato di salmodiare cinque volte al giorno (composto di notte e dì) dal minareto il richiamo (“adhàn”) che serve a ricordare l’obbligo di effettuare validamente la preghiera islamica della “Salat”. La formula dell’”adhàn” è nel Sunnismo:

Allahu Akbar (Iddio è Sommo) (4 volte, 2 per il Malikismo) Ašhadu an la ilah illa Allah (Attesto che non v’è dio se non Iddio) (2 volte) Ašhadu anna Muhammadan Rasul Allah (Attesto che Muhammad è l’Inviato di Dio) (2 volte) Hayya ‘ala al-salat (Orsù alla preghiera) (2 volte) Hayya ‘ala l-falah (Orsù alla salvezza) (2 volte) Allahu Akbar (Iddio è Sommo) (2 volte) La ilah illa Allah (Non v’è dio se non Iddio) (1 volta).

L’”adhan” per lo Sciismo è invece differente, perché aggiunge - tra i punti 5 e 6 - anche la formula hayya ‘ala khayr al-‘amal (Orsù all’opera migliore) e perché pronunciano 2 volte il punto 7 della formula precedentemente esposta. Il primo muezzin della storia islamica fu Bilal, un liberto abissino dalla voce potente che fu affrancato da Abu Bakr che lo strappò alle torture del suo padrone indispettito per la conversione del suo schiavo.

Mufti: Il mufti è uno studioso che interpreta o espone la legge islamica. Può indossare abiti civili ed ha il potere di redigere la “fatwa”. In certi paesi dove l’Islam è alla base delle leggi costituzionali egli può imporre la pena capitale. Un esempio dell’immenso potere che hanno può essere indicato allorquando il presidente della Tunisia Habib Bourghiba si espresse contro il mese del “Ramadan” in quanto riduceva la produttività del paese. Il Grande Mufti di Tunisi andò in televisione e redarguì pesantemente il Presidente che dovette fare marcia indietro circa le sue opinioni!

Mullah: I mullah sono degli islamici che hanno studiato il Corano, le tradizioni islamiche e Il diritto islamico. Il loro livello di preparazione varia di molto ed hanno svariati incarichi: dirigere le funzioni, salmodiare ed occuparsi di tutti gli eventi sacri della comunità. Spesso sono indicati come il corrispettivo dei rabbini e dei preti. Il termine è più in uso in quei paesi a predominanza scita, ma ci sono mullah anche in paesi come la Russia. Qui sta una differenza marcata con il sunnismo in quanto quest’ultimo reputa inutile il fatto che ci possano essere delle figure che sovrintendono alla giusta applicazione della legge coranica.

Ulema: Ulema (in lingua araba “Ulama”, singolare “Alim”) sono i dotti musulmani di scienze religiose (“‘ulùm al-diniyya”). In area iranofona il termine maggiormente usato è quello di mullah o “molla” che tuttavia deriva dal termine "mawla". Letteralmente il termine significa sapienti, dotti, saggi, ma la loro scienza non è quella delle cosiddette scienze esatte bensì quella, ritenuta dall’Islam più significante della conoscenza della Volontà di Dio, il più delle volte difficile da penetrare. Di conseguenza al termine non può riferirsi il filosofo che ama certamente la conoscenza nel convincimento che la ragione umana possa giungere a comprendere in tutto o in parte il Mistero divino: concezione contro la quale si esprime tuttavia la stragrande maggioranza dei musulmani che considera questo iter gnoseologico (conoscitivo) assai improbabile, se non addirittura impossibile. Esso può e deve invece avvenire (secondo i dotti) solo percorrendo e applicando alla lettera la Rivelazione, senza mai discostarsene in modo marcato, sia pure a livello d’interpretazione. Studi del Corano e della “Sunna” (che insieme formano, sotto un profilo giuridico, la “Sharì’a”) sono quelli che formano la conoscenza della Via che Dio impone all’uomo di percorrere. Quanti si rifanno al misticismo - che meglio sarebbe definire per la realtà del pensiero islamico, esoterismo sufi - o, appunto, alla filosofia non sarebbe quindi tecnicamente lecito definirli “ulamà”.

TITOLI NOBILIARI NEL MONDO ISLAMICO

Califfo: Califfo (in arabo “khalifa”) è il termine impiegato per indicare il Vicario o Successore di Maometto (“Muhammad”) alla guida politica e spirituale della Comunità islamica (“Umma”). La massima magistratura islamica non è prevista nel Corano e neppure nella “Sunna” relativa al profeta Maometto e fu quindi realizzata in modo del tutto originale da alcuni fra i primissimi compagni di Maometto nella stessa giornata della sua morte, l’8 giugno 632 (corrispondente al 13 “rabi’ I” dell’11 dell’egira). Per evitare probabilmente che i musulmani di Medina scegliessero come successore politico di Maometto uno dei loro, un gruppo di musulmani meccani (i cosiddetti Emigranti che erano giunti con l’egira), fra cui Abu Bakr, ’Omar ibn al-Khattàb e Abu ’Ubayda ibn al-Jarrah, riuscirono a far sì che il prescelto fosse per l’appunto Abu Bakr che, per essere stato il miglior amico di Maometto (di cui era coetaneo) e il primo uomo forse a convertirsi all’Islam, era assai apprezzato da tutti e che garantiva una linea di comportamento non dissimile da quella messa in atto dal Profeta. L’espressione usata per indicarlo fu quindi "khalifat rasul Allah" (vicario, o successore, dell’Inviato di Dio).

Emiro: Emiro (arabo “amir”), significa letteralmente comandante, persona cioè che detiene l’autorità per emettere un ordine (“amr”) e per vederlo eseguito. Il termine, che di per sé non avrebbe alcuna valenza spirituale, acquista un significato del tutto particolare quando si faccia riferimento all’espressione araba “Amir al-mu’minin”, cioè Comandante dei credenti che, dall’epoca del secondo Califfo, ‘Umar ibn al-Khattab, divenne il perfetto sinonimo di Califfo. Naturale che, in età successiva, il termine abbia acquisito un significato del tutto figurato ed essere quindi impiegato per tutti coloro che, in qualsiasi campo dell’attività umana, siano considerati in possesso dell’autorità morale per costituire un punto di riferimento e di magistero.

Sayyid: “Sayyid” (plurale “Saadah”) è un titolo onorifico che si riferisce ai discedenti di Maometto attraverso i suoi nipoti Hassan e Husayn. Questi erano i figli di sua figlia Fatima Zahra e del suo figlio naturale Ali ibn Abi Talib. Alcuni musulmani utilizzano questo termine per indicare i discendenti di Abu Talib, zio di Maometto, attraverso la sua discendenza filiale formata da Jafar, Aqeel e Talib. Questo termine non va confuso con “Sa’id” o “Saeed” che significa felice in arabo e persiano. Altra confusione è originata dal termine “Sha’hid” (martire). “Sayyid” corrisponde al termine inglese Lord o Sir. Qualche volta in arabo si usa utilizzare questo termine per significare Signor (o Mister in inglese). In Turchia il termine si usa come prefisso per nominare i santi. Normalmente il termine “Sayyid” si usa per indicare i discendenti di al-Husain, mentre per quelli di al-Hassan si usa “Sharif”.

Sceicco: “Shaikh”, ma anche “Shaykh”, è una parola che nel linguaggio arabo significa signore, reverendo, uomo anziano o l’erudito islamico. Il termine significa letteralmente un uomo di vecchia età e successivamente ha assunto il significato di guida, soprattutto nelle tribu beduine della penisola arabica. Nell’antica Roma corrispondeva al titolo di senatore e in Inghilterra a quello di Lord. In certi casi può anche assumere le funzioni di notaio. In epoca recente ha assunto il valore di puro titolo di cortesia nei confronti di una persona importante in seno ad un gruppo sociale.

Sheriffo: “Sharif” (pl. “ashraf”, ma spesso, dialettalmente, anche “shorfa”) è un termine arabo che significa letteralmente illustre, nobile, anche se tale nobiltà non potrà che essere morale, vista l’insussistenza nel mondo islamico di un feudalesimo d’impronta europea. Un sinonimo del termine è “sayyid” (pl. “sadat”). Da vari secoli il termine indica però, più propriamente, i discendenti del profeta dell’Islam Muhammad attraverso la figlia Fatima bt. Muhammad e il cugino ‘Ali b. Abi Talib. Essi godono di grande prestigio morale (anche se non sempre materiale) in tutto il mondo islamico e usano talora segnalare questa loro condizione indossando un copricapo di color verde che, lungi dall’essere il colore dell’Islam tutto, è il colore tipico degli alidi. Nei primi tempi dell’Islam il termine fu usato per indicare tutta la “Ahl al-Bayt” (lett. Gente del Casato di Muhammad), intendendo sia il ramo hasanide che quello husaynide. In seguito, a seconda delle tradizioni locali, l’appellativo indicò alternativamento l’uno o l’altro dei ceppi della famiglia. A partire dal IX secolo è usato in senso più largo per indicare in generale la discendenza hashemita del Profeta (dal nome del nonno del Profeta: Hashim ibn ’Abd Manaf) o come onorifico generico.

Sultano: Sultano (arabo “sultan”, dal vocabolo “sulta”, ossia forza, autorità) è il titolo sovrano impiegato da numerose dinastie non arabe che ressero territori più o meno ampi del Vicino e Medio Oriente islamico. Si discute molto su chi abbia per la prima volta usato questo vocabolo, preferendolo ai termini arabi “Malik” (re), “Amir” (comandante) o “Qa’id” (capo). Di certo furono chiamati sultani gli Ayyubidi di Siria, Egitto, Arabia e Yemen, di etnia curda, quindi iranici e linguisticamente indoeuropei. Sultani furono anche i loro successori Mamelucchi (Turchi e Circassi), i Turchi selgiuchidi e, più noti forse fra tutti nell’Europa cristiana, gli Ottomani. Il titolo è, a tutto il XXI secolo, preferito da una sequela abbastanza ampia di governanti minori musulmani che mostrano di seguitare a preferire questa titolatura di carattere puramente temporale, che non implica quindi alcuna valenza spirituale o religiosa.

ALCUNE NOTIZIE SULL’ISLAM POLITICO

Al-Qaida: Al-Qaida (in arabo “al-Qa’ida”), spesso citata come al-Qaeda, el-Qaida o addirittura al-Quaida (per incomprensione del valore traslitterativo della "qaf" araba, segnalata con una lettera q che non ha bisogno di una u seguente), è il nome di un movimento paramilitare, fautore di ideali riconducibili al fondamentalismo islamico. È guidato dal miliardario saudita Osama bin Laden che si avvale però della determinante guida ideologica di Ayman al-Zawahiri (ex medico del Cairo, appartenente a una nota famiglia di dotti religiosi e di magistrati), entrambi riconducibili all’attivismo ideologico-politico dello “shaykh” ‘Abd Allah Yusuf ‘Azzam. Il mullah afgano ‘Omar ‘Abd al-Rahman (guida spirituale dei Talebani) è molto spesso erroneamente confuso per un affiliato ad al-Qa’ida per aver offerto protezione a tale organizzazione ed è solo per questo motivo, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, che l’Afghanistan è stato il primo paese a subire la reazione militare degli Stati Uniti, proseguita poi contro l’Iraq di Saddam HusayNestorianesimo Il gruppo di al-Qa’ida (che significa La Base) predica e organizza da tempo, in nome del “jihad” islamico, un attacco terroristico specialmente nei confronti di paesi occidentali, anche se il suo obiettivo strategico principale rimane quello di abbattere i governi musulmani che, a suo dire, sarebbero complici dell’Occidente: (Arabia Saudita, Pakistan, Egitto o la stessa Autorità Nazionale Palestinese, almeno fino alla vittoria di Hamas, stando almeno ad alcuni documenti diffusi in arabo su Internet). Secondo un’affermazione rilasciata l’8 luglio 2005 al quotidiano britannico “The Guardian" dell’ex Ministro degli Esteri britannico Robin Cook (laburista) - che si dimise per protesta contro l’aggressione all’Iraq di Tony Blair - , al-Qa’ida, sarebbe la traduzione in arabo di "data-base": «Per quanto ne so io, al-Qa’ida era originariamente il nome di un data-base del governo USA, con i nomi di migliaia di mujahidin arruolati dalla CIA per combattere contro i Sovietici in Afghanistan». Secondo un’altra ipotesi però il nome potrebbe essere stato scelto rifacendosi a un’idea di ‘Abd Allah Yusuf ‘Azzam che aveva in animo di creare un’organizzazione, da chiamare “al-Qa’ida al-’ulba” (La Solida Base), che avrebbe poi dovuto realizzare la nuova struttura di governo islamico del mondo.

Baath: Il Partito “Ba’th” Arabo Socialista, o semplicemente “Ba‘th” (Resurrezione) o, più comunemente “Baath”, si vuole sia stato costituito nel secondo dopoguerra dal siriano Michel ‘Aflaq e dal suo conterraneo Salah al-Din Bitar. Un’importante azione di quello che a lungo è rimasto l’unico partito politico arabo di massa fu però svolta anche da Zaki al-Arsuzi di Alessandretta: un alawita siriano che espose un programma irredentistico per la sua città (che, in base agli Accordi di pace nel primo dopoguerra, era stata attribuita alla neo-costituita Repubblica di Turchia), in nome di un ideale panarabo che poi si travaserà nel programma del partito Ba‘th. La dimensione non confessionale del partito è sottolineata proprio dalla disomogeneità religiosa dei tre fondatori: alawita Arsuzi, cristiano ortodosso ‘Aflaq e musulmano sunnita Bitar così come Akram el-Hurani che più tardi raggiungerà il gruppo e sarà il responsabile dell’aggiunta dell’aggettivo “socialista”. Nel 1939 Arsuzi divise il suo movimento in due branche: una definita "Partito Nazionalista Arabo" e l’altra, con impronta eminentemente culturale, chiamata appunto “Ba‘th”. Interessante è ricordare come le letture preferite di ‘Aflaq e Bitar fossero state a Parigi, dove entrambi si trovarono a studiare dal 1929 nella Sorbonne, tanto Nietzsche quanto il nostro Giuseppe Mazzini, Karl Marx, Friederich Engels, Lenin, André Gide e Romain Rolland. In patria, una volta tornati in Siria e avviata la loro professione di professori di scuola media superiore, è meritevole di menzione il loro avvicinamento ai dibattiti stimolati del Partito Comunista Siriano. Questo feeling cessò però dopo la costituzione del Fronte Popolare in Francia (1936), con la mancata restaurazione dei conculcati diritti del popolo siriano e con la subordinazione di fatto dei comunisti siriani ai loro “fratelli” francesi, senza dimenticare le responsabilità della stessa Unione Sovietica che abbandonava in quegli anni gli ideali della “solidarietà” internazionale per una maggior attenzione nei confronti delle dinamiche del nazionalismo.

Fratelli Musulmani: I Fratelli musulmani (in arabo: “jami’at al-Ikhwan al-muslimin”, letteralmente Società dei fratelli musulmani) costituiscono una delle più importanti organizzazioni islamiche con un approccio di tipo politico all’Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Hasan al-Banna in Egitto dopo il collasso dell’Impero Ottomano. I Fratelli musulmani si oppongono alle storiche tendenze alla secolarizzazione delle nazioni islamiche, in favore di un’osservanza da essi ritenuta più ligia ai precetti del Corano. Rifiutano l’influenza occidentale e inoltre il Sufismo più estremo. Loro campi d’azione sono i settori della politica tradizionale, dell’insegnamento, della sanità e delle attività sociali in genere, oltre l’organizzazione di incontri di preghiera e di spiritualità. Il motto dell’organizzazione è: "Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il Jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza". I Fratelli Musulmani costituiscono in Egitto una formazione politica che si richiama al dovere di fedeltà ai valori islamici tradizionali e uno dei temi maggiormente dibattuto al suo interno è quello del jihad. Il loro impegno si esprime talvolta con iniziative di legge parlamentare e in altre occasioni tramite "fatawa" (pl. di “fatwa”) emesse da alcuni suoi appartenenti, come quella con cui, nel 2004, lo “shaykh” Yusuf al-Qaradawi indicava come un obbligo religioso rapire e uccidere i cittadini degli Stati Uniti presenti in Iraq. Il movimento fu fondato nel marzo del 1928 da al-Hasan al-Banna’, un insegnante egiziano operante a Isma‘iliyya, sulle rive del Canale di Suez. La nascita dei Fratelli musulmani si collocava nel quadro di un risveglio culturale e religioso che, nei primi decenni del XX secolo, reagiva all’occidentalizzazione della società islamica. L’intento del fondatore era di promuovere la dignità e il riscatto dei lavoratori arabi egiziani, nella zona del Canale di Suez; il seguire l’etica e concezione civica proposta dall’Islam; il tutto ottenuto con l’educazione delle persone agli insegnamenti islamici della solidarietà e dell’altruismo nella vita quotidiana. L’organizzazione crebbe velocemente fino a diventare un soggetto politico dal largo seguito, che sposò la causa delle classi in difficoltà e giocò un ruolo preminente nel movimento nazionalista egiziano. Essa promuoveva inoltre una concezione dell’Islam che coniugasse tradizione e modernità. La diffusione del movimento si accompagnò con le istanze di islamizzazione delle società, seguendo due vie principali: la diffusione dall’alto attraverso la presenza all’interno del potere politico; una via neo-tradizionalista con uno sviluppo dal basso a partire da nuclei dalla forte islamizzazione, coagulati solitamente intorno alle moschee. Gamal ‘Abd al-Naser, Presidente (“ra‘is”) egiziano, fece sciogliere l’associazione e fece arrestare, torturare e giustiziare un numero imprecisato di militanti (secondo i Fratelli Musulmani alcune decine di migliaia) a causa della loro implacabile ostilità al progetto nasseriano di cambiamento della società egiziana. Una seconda ondata di repressione, dopo un fallito attentato alla vita del “ra’is” egiziano li colpì verso la metà degli anni sessanta, quando molti dirigenti del movimento, fra cui Sayyid Qutb, furono impiccati. Dopo la morte di Nasser il movimento poté peraltro riorganizzarsi e partecipare al dibattito politico come movimento organizzato e legalmente riconsciuto.

Hezbollah: La bandiera dell’Hezbollah libanese. Sopra la sagoma di un mitragliatore AK-47 è scritto “fa-inna Hizb Allah hum al-ghalibun”, cioè "Il partito di Dio sarà fra i vincitori". Sotto è invece scritto “al-Muqawama al-Islamiyya fi Lubnan”, ovvero: "Resistenza Islamica in Libano". Hezbollah o “‘izb Allah” (in arabo, ossia Partito di Dio) è un partito politico sciita del Libano fondato nel giugno 1982, dotato di un’ala militare, creata - con l’appoggio di Siria ed Iran - per opporre una resistenza armata all’invasione israeliana del Libano. L’emblema a bandiera di Hezbollah è caratterizzato da un drappo giallo al cui centro campeggia parte di un versetto del Corano «È il partito di Dio che avrà la vittoria». Il testo è tratto dall Sura V, 56, che recita: «E colui che sceglie per alleati Allah e il Suo Messaggero e i credenti, in verità è il partito di Allah che avrà la vittoria.». Una parte del versetto è graficamente resa nella parte superiore come una mano che stringe un fucile AK-47 ed è affiancata da una rappresentazione schematica del globo terrestre. In Libano Hezbollah è impegnato come partito politico; i suoi candidati partecipano alle elezioni legislative ed alcuni suoi rappresentanti siedono come ministri nella compagine governativa attualmente (2006) guidata dal primo ministro Fu’ad Siniora. L`ala politica di Hezbollah è, inoltre, molto attiva in campo sociale, gestendo una serie di attività ed istituzioni che forniscono istruzione, assistenza sanitaria e sostegno economico alle famiglie meno abbienti, oltre ad aver giocato un ruolo chiave nella ricostruzione delle abitazioni e delle infrastrutture del Libano del Sud, a seguito delle gravi distruzioni inflitte al Paese dei Cedri, invaso a più riprese da Israele durante un trentennio. In quasi tutti i Paesi del mondo, arabi e non arabi, Hezbollah è visto principalmente come un movimento politico che esercita una legittima resistenza nazionale contro l’occupazione militare israeliana in Libano. Hezbollah, tuttavia, ha continuato ad effettuare sporadici lanci di razzi contro il nord di Israele anche dopo il ritiro delle truppe dell’IDF dal sud del Libano, nel 2000. Gli Hezbollah hanno giustificato tali bombardamenti sostenendo che Israele occupa ancora la zona detta delle fattorie di Shebaa, che apparterebbe al Libano. Tale attribuzione è controversa, in quanto la zona, limitrofa alle alture del Golan, sarebbe rivendicabile dalla Siria, e non dal Libano. Inoltre, sugli organi stampa degli Hezbollah è stato spesso affermato a chiare lettere che il movimento non smetterà di combattere fino alla distruzione dell"entita’ sionista", cioè Israele. L’Unione Europea non considera né Hezbollah, né alcun gruppo al suo interno, in quanto tale, come "terrorista". Tuttavia, il Parlamento europeo ha adottato il 10 marzo 2005 una risoluzione, non vincolante, che di fatto accusa Hezbollah di aver condotto "attività terroriste". Il Consiglio d’Europa ha inoltre qualificato Imad Mugniyah come un alto responsabile dell`intelligence del movimento libanese, accusandolo di essere un terrorista. L’ONU ed i principali Paesi dell’Unione Europea, compresi la Francia, l’Italia, la Germania e la Spagna, pur esprimendo riserve e critiche nei confronti di Hezbollah, non lo considerano una "organizzazione terrorista" e, a più riprese, nell’estate del 2006, ministri ed alti funzionari delle Nazioni Unite, di questi Paesi e dell’Unione Europea hanno riconosciuto Hezbollah come un interlocutore politicamente legittimo ed un membro della coalizione che sostiene il governo libanese, incontrandone i ministri al pari di quelli affiliati ad altre forze politiche. Per contro, Israele, gli Stati Uniti, i Paesi Bassi e il Canada includono Hezbollah nella lista dei gruppi terroristici, mentre la Gran Bretagna e l’Australia applicano tale definizione solamente all’ala militare del movimento, considerandola, di fatto, distinta da quella politica. Alcuni governi accusano la Siria e l’Iran di sostenere militarmente, logisticamente ed economicamente Hezbollah. Di fatto si tratta in sostanza degli stessi che lo considerano un gruppo terrorista, con la possibile aggiunta della Francia, che ha reputato in tempi recenti che i propri interessi peculiari in Libano, in qualità di ex potenza coloniale, siano minacciati dal movimento Sciita.

Talebani: I talebani (in Pashtun significa "studenti" di scuole coraniche, traslitterato in “Taliban” o “Taleban”), sono diventati noti per essere diventati in gran parte seguaci di un movimento islamico che ha governato su gran parte dell’Afghanistan dal 1996 al 2001, nonostante avesse ricevuto un riconoscimento diplomatico solo da parte di tre nazioni (Emirati Arabi Uniti, Pakistan, e Arabia Saudita). I membri più influenti, tra cui il Mullah Mohammed Omar, capo religioso del movimento, erano semplici “ulema” (studiosi religiosi islamici), la cui educazione era estremamente limitata e rifiutava un adeguato adattamento alle realtà più moderne del pianeta, respingendo ogni tentativo di interpretazione che esorbitasse dalla più conservatrice tradizione spirituale e culturale del pensiero islamico.

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LE PRINCIPALI CONFESSIONI CRISTIANE IN SENO AL MONDO ISLAMICO

La Chiesa Apostolica di Armenia: La Chiesa Apostolica Armena a volte indicata come Chiesa Ortodossa Armena o Chiesa Gregoriana, è la prima chiesa nazionale della storia e una delle più antiche comunità cristiane. La prima testimonianza dell’introduzione della religione cristiana in Armenia risale al I secolo d.C., quando venne predicata da due dei dodici apostoli, san Bartolomeo e san Taddeo. L’Armenia fu la prima nazione ad adottare il Cristianesimo come religione di stato nel 301 quando San Gregorio Illuminatore convertì e battezzò il sovrano arsacide Tiridate III e la sua corte. Il Cristianesimo in Armenia si rafforzò ulteriormente grazie alla traduzione in lingua armena della Bibbia dal parte del teologo e monaco San Mesrope Mashtots. Storicamente la chiesa armena è stata etichettata come monofisita poiché (proprio come la Chiesa Copta) non ha aderito alle decisioni prese durante il Concilio di Calcedonia, che condannò il monofisismo ed al quale non partecipò nessun rappresentante della chiesa armena. Essa si separò definitivamente dalla Chiesa Cattolica nel 554 a seguito del secondo Concilio di Dvin nel quale si rigettarono le tesi duofisite del Concilio di Calcedonia. Tuttavia la Chiesa Apostolica Armena afferma di non concordare con questa etichetta poiché essa considera il monofisismo, così come professato da Eutiche e condannato a Calcedonia, come un’eresia ma è in disaccordo con la formula stabilita nel concilio. La Chiesa Armena aderisce invece alla dottrina di Cirillo di Alessandria, che considerò la natura di Cristo come unica, frutto dell’unione di quella umana e divina. Per distinguere questa forma da quella di Eutiche essa viene denominata miafisismo. La Chiesa Apostolica Armena è guidata da un “Catholicos” (plurale “Catholicoi”). Attualmente il “Catholicos” di tutti gli Armeni è sua santità Karekin II (pronuncia Garegin), che risiede nella sede centrale della Chiesa Apostolica Armena, ovvero la città di Echmiadzin, a ovest di Yerevan. Un secondo Catholicos, sua santità Aram I Catholicos di Cilicia, risiede ad Antilyas in Libano, e guida le chiese che appartengono al Sacro Seggio di Cilicia. La divisione in questi due dicasteri venne causata dal frequente spostamento della sede della Chiesa Apostolica Armena sotto l’Impero Ottomano. Tuttavia il Catholicos di tutti gli Armeni ha sovranità sul Catholicos di Cilicia. Oggi esistono molte congregazioni in diversi paesi del mondo: Stati Uniti, Francia, Russia, Libano, Siria, Canada, ed altri. Di particolare rilievo è la Chiesa Apostolica Armena in Iran dove gli Armeni rappresentano la maggior parte della minoranza etnica cristiana della regione.

La Chiesa Copta: La Chiesa Copta è una chiesa cristiana monofisita. In passato una parte di essa si è portata in comunione con il papa di Roma con il nome di Chiesa cattolica copta. La Chiesa Copta fu fondata in Egitto nel I secolo d.C.. Il nome deriva dalla parola greca “aigyptios” (egizio), trasformata dapprima in “gipt” e poi in “qibt”. La Chiesa Copta ha origine dalle prediche di san Marco, discepolo, che scrisse il suo Vangelo nel primo secolo d.C. e portò il cristianesimo in Egitto, al tempo dell’imperatore Nerone. È una delle chiese d’oriente. La liturgia è simile a quella ortodossa, ma le due liturgie si sono evolute differentemente anche perché quella ortodossa è stata influenzata dal ruolo del patriarcato di Costantinopoli, mentre quella copta dal ruolo del patriarcato di Alessandria. La Chiesa Copta vanta, infatti, di aver mantenuto le credenze e la dottrina del cristianesimo più antico, tramandandole di generazione in generazione, senza cambiamenti radicali e rimanendo conforme alla dottrina e ai riti apostolici. I primi monaci copti vissero in Egitto durante il IV secolo, molti di loro morirono come martiri. Durante il IV e V secolo si ebbe lo scisma della Chiesa Copta dalla Chiesa ortodossa. All’epoca, cioè prima dello Scisma d’Oriente del 1054, per Chiesa ortodossa si intendeva le attuali Chiese cattolica ed ortodossa insieme. Il IV ed il V secolo furono caratterizzati dalle c.d. “eresie cristologiche”. I cristiani, cioè, si divisero circa la natura di Cristo. I monofisiti, come la Chiesa copta e quella armena, pur non negando che Gesù fosse sia Dio che uomo, non potevano accettare che un Dio soffrisse in croce, e accentuavano, quindi, la natura "divina" di Cristo. Gli ariani accentuavano la natura "umana", i nestoriani, consideravano Cristo sia uomo che Dio, ma la non contemporaneità di tali nature. La Chiesa riunita nel Concilio di Calcedonia affermò che Cristo era, al tempo stesso, completamente Dio e completamente uomo. Ciò provocò lo scisma dei monofisiti e nestoriani, che si separano dal resto della Chiesa. Va, comunque, precisato che nel caso di nestoriani e monofisiti le differenze nascevano, oltre che da motivazioni teologiche, comunque esistenti, da questioni politiche e sociali. La Chiesa copta è stata una delle Chiese a soffrire di più dell’avanzata araba nel Nord Africa. Nonostante la legislazione islamica permettesse alle "religioni del Libro", cioè cristiani, ebrei e zoroastriani, di professare la propria fede, in qualità di dhimmi, impediva le conversioni dall’Islam al cristianesimo, o il matrimonio di donne musulmane con cristiani. I musulmani arrivarono, sotto il califfato degli Ommiadi (661-750), ad imporre la marchiatura a fuoco delle mani dei copti oppure, dinastia Abbasside (750-868), l’obbligo di portare croci pesanti (2 kg.) intorno al collo. Solamente con la dinastia Fatimide (969-1171) i copti poterono liberamente esercitare la loro fede, ma in seguito, la situazione peggiorò per le persecuzioni sotto i Mamelucchi e i Turchi. Risultato di queste persecuzioni è stato il calo del numero dei vescovi, dai 168 del VI secolo ai 17 del XVII secolo. Il periodo buio finì con l’avvento al potere di Mehemet Ali nel 1804 e con i protettorati inglese e francese.

I Giacobiti: Fu in Antiochia che i discepoli di Gesù furono chiamati per la prima volta cristiani. In questa città risiedettero gli apostoli Pietro e Paolo. Da qui partirono i primi missionari che evangelizzarono Asia e Europa. Nella cosmopolita Antiochia i discepoli di Gesù trovarono l’ambiente ideale per la loro espansione. A metà del quarto secolo la città contava 100 mila fedeli (S. Giovanni Crisostomo, “In S. Ignatium” PG 50,591). La Siria fu anche il campo di battaglia delle controversie cristologiche, origine della divisione religiosa in Oriente. Infatti nel 451 il concilio ecumenico di Calcedonia condannò il monofisismo (il Cristo avrebbe una sola natura) e proclamò la dottrina ufficiale e l’umana, in una sola persona. La maggior parte della popolazione siriana non accettò le decisioni conciliari, più per fraintendimento di parole che per divergenze teologiche, e si separò dalla Chiesa cattolica. Senza dubbio la formazione di una Chiesa separata non fu istantanea. Si consumò dopo il fallimento del secondo concilio di Costantinopoli, nel 553, con il quale il potere imperiale bizantino fece pressione contro i ribelli monofisiti. Fu allora che si fece avanti la figura carismatica del monaco siriano Giacomo Baradai, sventolando la bandiera nazional-religiosa. Consacrato segretamente vescovo dal patriarca di Alessandria in esilio, Giacomo si lanciò nell’organizzazione della Chiesa monofisita, chiamata anche, in suo onore, Giacobita. Certo, non tutta la Siria aderì alla nuova Chiesa. La società più colta e ellenizzata accettò senza difficoltà le decisioni di Calcedonia, ed è per questo che ricevette il nome di melchita (“melek” = re), cioè partigiana dell’imperatore bizantino. La conquista musulmana del 636 non fece altro che consacrare questa divisione. Non sembra che la conquista fu accolta come una liberazione del giogo bizantino, come ordinariamente si dice. Il patriarca siro-ortodosso, Michele il Siro, scriveva al riguardo: "Essi [i musulmani] uccisero molta gente. Tutto quello che si può dire dei mali che la Siria ebbe a soffrire non si può enumerare, poiché i “tayayes” (gli arabi) erano la grande sferza della collera divina" (Chronique, ed. Chabot, t.I, Paris 1901, 421). A partire da questa data la Chiesa siriaca andò ripiegandosi sempre più su se stessa per conservare la propria identità. Si strinse intorno ai propri vescovi, ai quali il regime islamico affidò mansioni giuridiche e civili. Al tempo stesso si affievoliva lo slancio missionario della Chiesa e diminuiva il numero dei suoi fedeli. I cattolici di rito siriano sono dei giacobiti passati all’unione con Roma a partire dal secolo XVII. Hanno conservato la loro lingua il loro rito e la loro legislazione ecclesiastica. Costituiscono una Chiesa a parte, con gerarchia propria sotto l’autorità di un patriarca. E’ noto che nei secoli passati ci furono vari tentativi di unione, soprattutto durante le Crociate. Nei sec. XIII-XIV i Papi inviarono missionari domenicani e francescani al fine di firmare l’unione delle due Chiese. I risultati furono parziali. Ricordiamo il tentativo di unione proposto al concilio di Lione nel 1245 e la effimera unione del 1444 promossa dal concilio di Firenze (1439). Fu nel sec. XVII che la volontà unionista si concretò nella formazione della Chiesa siro-cattolica. Di fatto gli inviati di questo secolo, missionari cappuccini e gesuiti, riuscirono a portare all’unione con Roma la maggioranza dei giacobiti di Aleppo, in maniera che nel 1656 fu consacrato il primo vescovo siro-cattolico della città, Andrea Akhijan, che più tardi, nel 1662, sarà riconosciuto dalla Sublime Porta turca come Patriarca cattolico di Antiochia. I siro-ortodossi, per arrestare il flusso delle conversioni, ricorsero al braccio secolare turco, perseguitando duramente i siro-cattolici durante tutto il sec. XVII. Le violenze contro di loro furono così tante che la piccola Chiesa siro-cattolica fu sul punto di sparire: rimase senza patriarca dal 1706 fino al 1782. In quest’ultimo anno Michele Jarwe, arcivescovo siro-ortodosso di Aleppo, si fece cattolico e due anni dopo, nel 1784, fu nominato, sorprendente!, patriarca della Chiesa siro-ortodossa. Il primo passo del nuovo patriarca fu di andare alla sede patriarcale di Deir Zaafaràn per prendere possesso del suo nuovo incarico, senza rinunciare la primo. A Deir Zaafaràn persuase un arcivescovo e due vescovi a passare al Cattolicesimo. Dopo si fece riconoscere come patriarca di tutti i siri e ne ebbe la conferma da Roma. Quando giunse questa conferma i giacobiti reagirono ed elessero un nuovo patriarca per la propria parte, che ricevette immediata conferma dalla Sublime Porta. Davanti a tale inatteso cambiamento il patriarca Jarwe fuggì precipitosamente a Bagdad e da lì alle montagne libanesi: si stabilì nel monastero di Sharfe, al nord di Beirut, celebre per la sua biblioteca che conserva 3000 manoscritti siriaci e arabi (1801). Nel 1830 il governo turco approvò la separazione civile e religiosa fra le due Chiese sorelle; nel 1843 il patriarca siro-cattolico fu riconosciuto come capo civile della sua comunità dal sultano turco. Il patriarca Pietro Jarwe trasferì nel 1831 la sua residenza da Sharfe ad Aleppo e poi, a causa di una insurrezione dei musulmani contro i cristiani, nel 1851 andò a Mardìn dove c’era un’importante comunità giacobita. All’inizio di questo secolo la sede patriarcale tornò a Sharfe, dove tuttora si trova. Il titolo ufficiale del capo religioso dei siro-cattolici, oggi Ignazio Hayek, è "Patriarca d’Antiochia, la città di Dio e di tutto l’Oriente", con giurisdizione sopra tutti i fedeli di rito siro-cattolico in Medio Oriente e nella diaspora. A Gerusalemme i siro-cattolici sono rappresentati da un vicariato patriarcale eretto nel 1890. Dal 1973 risiede in Via dei Caldei, 6. Possiede un complesso moderno formato dalla chiesa di S. Tommaso, una casa d’accoglienza con 26 stanze per i pellegrini e un centro giovanile. La Chiesa conta su 315 fedeli residenti a Gerusalemme, Giaffa, Lod e Haifa; 117 sono a Betlemme, dove hanno chiesa, scuola e casa d’accoglienza con 30 stanze. A questi bisogna aggiungere i 274 fedeli di Amman e Zarqà in Giordania. Un totale di 700 anime. Formano "il piccolo gregge" di Luca 12,32.

I Maroniti: La Chiesa Maronita è una chiesa cattolica “sui iuris”, perché, nell’ambito della Chiesa cattolica, mantiene riti e liturgia derivanti dalla tradizione siro-antiochena. Il patriarca viene eletto dal Sinodo dei vescovi e soltanto dopo l’elezione fa professione di comunione con il pontefice romano. Secondo alcuni i maroniti sarebbero discendenti della mescolanza di popoli che viveva in Siria e in Libano prima dell’arrivo degli arabi (essenzialmente siriaci-aramei e greci), successivamente mescolatisi anche con i crociati europei. Altri storici non condividono tale tesi e affermano che essi sono etnicamente arabi. In Libano, essi costituivano probabilmente, prima della guerra civile, la maggioranza relativa della popolazione. I maroniti entrarono in comunione con la chiesa di Roma all’epoca dell’arrivo dei crociati e furono, in seguito, protetti dalla Francia, durante il periodo ottomano. Attualmente, in ambiente maronita, si tende a negare che la loro chiesa sia mai stata separata da Roma. Il Patriarcato di Antiochia dei Maroniti ha sede a Bkerke, in Libano; il patriarca ha il titolo di Patriarca di Antiochia e di Tutto L’Oriente, sebbene sussistano dubbi circa il suo diritto di fregiarsi del titolo antiocheno, diversamente dagli altri quattro Patriarchi di Antiochia (siriaco-ortodosso, greco-ortodosso, siriaco-cattolico e greco-cattolico), le cui origini affondano nella storia delle antiche divisioni cristiane. L’attuale Patriarca maronita, Nasrallah Boutros Sfeir, è Cardinale della Chiesa Cattolica. Il maronita più famoso del mondo, al di fuori dell’ambito ecclesiastico, è probabilmente il cantante canadese Paul Anka, i cui nonni paterni erano Maroniti del Libano. Nel campo degli affari è invece nota la famiglia Sursock. La chiesa è organizzata in 26 diocesi.

I Nestoriani: L’affermazione del Nestorianesimo in oriente s’inserì in una complessa lotta a tre con gli altri due protagonisti, il cattolicesimo ed il monofisismo. Nell’anno della morte di Nestorio, 451, si tenne il concilio di Calcedonia, dove si ripudiò, almeno formalmente, sia il Nestorianesimo sia il monofisismo: anche Teodoreto di Ciro, l’ex-alleato di Nestorio, fu costretto ad allinearsi su posizioni più ortodosse. Tuttavia la zona di confine orientale dell’impero e gli stati limitrofi permisero la propagazione del Nestorianesimo. Infatti, già dal Concilio d’Efeso del 431, la Chiesa nestoriana di Seleucia-Ctesiphon, nel regno sassanide della Persia, fondata nel 410, rifiutò la condanna di Nestorio, isolandosi dalla Chiesa Cattolica. Gran promotore del Nestorianesimo in Persia fu Barsumas di Nisibis, che, nel 489, fece aprire una scuola di teologia nella sua città, accogliendo gli insegnanti espulsi dall’arcivescovo Ciro in occasione della chiusura della scuola persiana di teologia di Edessa. Ed anche il direttore della scuola di Nisibis, il Nestoriano Narsai, proveniva dalla scuola di Edessa, dove ricopriva lo stesso incarico. Nel 486, al sinodo di Seleucia-Ctesiphon, la Chiesa persiana accettò ufficialmente il credo Nestoriano e nel 498 il patriarca di Seleucia divenne il patriarca Nestoriano anche di Persia, Siria, Cina e India e i cattolici furono trattati alla stregua di eretici ed espulsi dal territorio. La capacità di fare proselitismo e attività missionaria dei Nestoriani in zona fu sempre molto elevata. Oltre a convertire molti zoroastristi in Persia, furono portati alla fede cristiana dai Nestoriani gli Unni Bianchi nel VI secolo, i Keraiti (turchi dell’Asia centrale) e gli Onguti (popolazione tartara) nel XI secolo. La massima diffusione in Cina del Nestorianesimo fu quando i missionari riuscirono a consacrare un vescovo a Pechino. Tuttavia due episodi storici segnarono il declino del Nestorianesimo in Asia: l’invasione di Tamerlano del 1380 e l’espansione dell’islamismo con la conversione della Persia. Per la verità finchè in Persia dominarono gli arabi Ommiadi, la Chiesa Nestoriana poté continuare a fiorire, ma la situazione peggiorò con la venuta al potere della dinastia Abbasside. Rimasero alcune zone isolate: I Nestoriani di Cipro, di cui parte si unì a Roma nel 1445. Un’ulteriore scisma a favore dei cattolici romani avvenne nel 1553, ma nel 1663 il patriarca Mar Shimun XIII ripudiò l’accordo dell’anno precedente ed è il predecessore dei patriarchi siro-caldei (o cristiani assiri) di Babilonia. La Chiesa Nestoriana di Socotra che si estinse nel XVII secolo, La Chiesa siro-malabarita, sulla costa del Malabar (o Malankara) in India, i cui fedeli erano noti anche come Cristiani di San Tommaso (“Mar Thoma”). Nel 1599 la Chiesa subì una scissione in seguito al sinodo di Diamper, dove fu decisa la riunione con il Cattolicesimo e l’affidamento dei fedeli alla curia portoghese locale. Infatti una cospicua parte dei fedeli, pur di mantenere rito, liturgia e lingua siriaca (un dialetto aramaico), abbandonarono la Chiesa, aderendo nel 1603 al monofisismo del patriarca Thomas Parampil. I cristiani assiri, detti caldei, che, in seguito ai massacri di Tamerlano del 1380, trovarono rifugio sulle montagne del Kurdistan. Nel XVI secolo, ci fu un tentativo di conciliazione con la Chiesa Cattolica ed il metropolita Abdisho fu invitato ad assistere al Concilio di Trento. Una parte dei fedeli effettivamente si riunì con la Chiesa Cattolica nel 1551 (come sopra descritto, ciò avvenne anche a Cipro), tuttavia questo tentativo portò alla scissione, guidata dal vescovo Denha Simeon (Mar Shimun XV), con la costituzione della Chiesa Caldea. Nel XX secolo i caldei sono passati attraverso numerose espulsioni e stragi compiuti dai Turchi, Curdi, Iracheni e questa prolungata situazione ha portato alla quasi totale estinzione della Chiesa: molti fedeli, per sopravvivere, hanno dovuto emigrare negli anni ’40 in America. Nel 1968 si è inoltre creato uno scisma interno con l’elezione di una seconda linea di patriarchi: oggi i due capi sono Mar Dinkha IV (Nestorianesimo 1935) per il gruppo principale, e Mar Addai II per gli scismatici. Curiosità: il Primo Ministro dell’ex regime iracheno di Saddam Hussein, il noto Tarek Aziz, è di religione cristiana caldea. L’attuale numero dei cristiani caldei pare non sia superiore a 250.000 fedeli.

La Chiesa Ortodossa: Le Chiese Ortodosse delle varie nazioni sono autocefale, cioè si governano autonomamente ma riconoscono un primato d’onore al Patriarca di Costantinopoli; le Chiese Ortodosse più importanti sono quella greca, quella russa, quella serba e quella rumena. Ortodossia, dal termine ortodosso (in greco “órthos”, ossia retto, e da “dóxa”, cioè dottrina e gloria) - significa letteralmente [cor]retta dottrina. A questo significato primario, la tradizione ecclesiale ne aggiunge un secondo, complementare al primo: quello di [cor]retta glorificazione. I due significati esprimono la medesima realtà, cioè la professione della retta fede cristiana, sia essa formulata sul piano concettuale (dottrina) o celebrata nella liturgia della Chiesa (glorificazione). A partire dai primi secoli del Cristianesimo il termine ortodossia venne a esprimere nel linguaggio della Chiesa l’adesione piena al messaggio evangelico originario di Gesù Cristo trasmesso dagli apostoli, senza aggiunte né amputazioni né mutazioni. In quanto fedeli a tale messaggio, le Chiese definivano se stesse come ortodosse. Gottfried Arnold, autore dell’importante “Storia imparziale delle chiese e degli eretici”(1700) scorgeva nell’ortodossia e nelle chiese dominanti la reale incarnazione dell’Anticristo. Ai suoi occhi, come a quelli dell’ateo d’Holbach, "ortodossa è la confessione che ha il potere a corte". Se l’eresia è sempre effettivamente anche ribellione contro un assetto di potere consolidato, l’ortodossia che dalla lezione del XX secolo sappiamo può essere atea e marxista-leninista o clerico-fascista o pagano-nazista, libero-mercatista anziché cattolica, luterana, calvinista… è indisgiungibile dal potere, dall’esercizio di una forza spirituale dotata di una egemonia sociale tale da avvalersi comunque nei momenti critici di un “braccio secolare“ in grado di torturare e suppliziare i corpi di chi ha mente e cuore ribelli e dissidenti. L’ortodossia rigorosa e irrigidita nei suoi dogmi e nei suoi misteri - e ancor più il sistema di potere che la proclama e la gestisce - è il dispositivo perfetto per generare dissidenti ed eretici, non appena la natura oppressiva del dominio divenga insopportabile, non appena la presa della tradizione si allenti e nascano individualità e gruppi sociali interessati a rivedere e a rivoluzionare la concezione del mondo e dell’esistenza sino ad allora imposta e condivisa in una comunità. Si può datare la nascita dell’Ortodossia intorno alla fine del II secolo, quando ci si comincia ad allontanare dal paradigma giudaico-cristiano e si iniziano a tenere i primi grandi Concili Ecumenici successivi a quello di Gerusalemme. Il termine ortodossia diventa però di uso comune solo a partire dallo Scisma d’Oriente del 1054, per distinguere le chiese orientali da quella di Roma. Da notare che le Chiese Ortodosse, da una parte, e quella Cattolica dall’altra, sono tra loro scismatiche, ma non si considerano reciprocamente eretiche, a differenza di quanto avviene per esempio per le Chiese Protestanti.

POPOLAZIONI/TERRITORI NON ARABI DETERMINANTI NELLA STORIA DEL MONDO ARABO E ISLAMICO

Berberi: Per una serie di motivi storici e ideologici oggi tale nome è solitamente riservato solo a quanti, in Nordafrica, parlano ancora la lingua berbera. Il nome berbero deriva dal francese “berbère”, che a sua volta riproduce la parola araba “barbar”, che probabilmente non fa che continuare la parola greco-romana barbaro (che designava chi non parlava il latino o il greco). Si veda per esempio Sallustio, nel suo Bellum Iugurthinum in cui la lingua dei Libi è definita "barbara lingua". Per quanto se ne sa, i Berberi sono il popolo indigeno del Nord-Africa. I fossili umani paleolitici affini ai Berberi propriamente detti, sono noti in paleo-antropologia con il nome di razza di Mechta-Afalou, una variante del paleo-europoide del tipo Cromagnonoide databile circa 20000 a.C.. Nell’antichità le popolazioni nordafricane erano note sotto varie denominazioni: gli antichi egizi conoscevano i ‘‘nw” (nominati dal Re Scorpione di età predinastica, intorno al 3000 a.C.), i “‘m’w”, i “Rbw” (probabilmente da leggere “Libu”, "Libi"), i “mšwš”. Capi dei “mšwš” divennero addirittura faraoni intorno al 1000 a.C. Nello spirito di riscoperta delle proprie tradizioni che anima da alcuni decenni alcuni intellettuali berberi, molti Berberi oggi fanno iniziare il loro calendario dal 950 a.C., approssimativa data di ascesa al trono di Sheshonq I, iniziatore della XXII dinastia, anche se probabilmente era già libica anche la dinastia precedente. In epoca successiva, molti nomi di popoli e tribù ci giungono da storici greci e latini, a partire da Erodoto. In particolare, si ricordano i Libi nelle regioni più orientali, i Numidi nella zona dell’attuale Algeria, i Mauri nell’attuale Marocco, mentre nell’interno vi erano soprattutto i Garamanti e i Getuli. A partire dal I millennio a.C., il Nordafrica conobbe la colonizzazione di vari popoli. Dapprincipio Fenici e Greci (Cartagine è fondata intorno all’814 a.C., Oea-Tripoli nel VII secolo a.C., Cirene intorno al 630 a.C.). In seguito fu il turno dei Romani, che contesero ai Cartaginesi la supremazia sulla regione. Intorno al III secolo a.C. si cominciano ad avere notizie precise su veri e propri Stati berberi, con propri re e una propria organizzazione: i regni di Numidia e di Mauretania. A quest’epoca risalgono alcune figure celebri come Massinissa, Giugurta, Giuba II, ecc. Dopo diverse vicende, che li videro sempre meno autonomi, i regni berberi persero definitivamente la loro indipendenza nel 40 d.C., sotto Caligola. La lingua berbera o “tamazight” appartiene alla famiglia linguistica afroasiatica o camito-semitica. La sua estensione copre tutta l’Africa del Nord, dall’Oceano Atlantico fino all’Egitto occidentale, e un tempo sembra fosse parlata anche nelle Isole Canarie (dai guanci). I Berberi possiedono una loro scrittura, già conosciuta da numerose iscrizioni nell’antichità, risalenti anche al I millennio a.C. (la cosiddetta scrittura libica, di cui si conoscono due varianti, una orientale e una occidentale). Al giorno d’oggi questa scrittura è conservata tradizionalmente solo dai Tuareg, che la chiamano scrittura “tifinagh”. Questa scrittura è stata di recente modificata per poter trascrivere anche altri suoni, tipici dei parlari berberi del Nord (neo-tifinagh), ed è stata adottata dall’Istituto Reale di Cultura Amazigh per la trascrizione ufficiale del berbero in Marocco. Gli Amazigh, cioè i Berberi, sono una popolazione europoide dell’Africa del Nord. Sembra che almeno fino all’eta` del Bronzo (circa 1200 a.C.), tra le popolazioni berbere fosse piuttosto diffusa la depigmentazione, come carattere genetico, documentata anche da pitture rupestri del Tassili e in iscrizioni egiziane. La depigmentazione sopravvive in forma residuale ancora oggi particolarmente tra i berberi dell’ Atlante in Marocco che non raramente hanno occhi azzurri e capelli rossicci, come e` anche testimoniato dagli Spagnoli per i Guanci delle Canarie. Dal momento che al giorno d’oggi è diffusa la concezione che "africano" sia solo chi ha la pelle scura, i Berberi sono erroneamente ritenuti come una popolazione di origine esterna stabilitasi in Nordafrica solo in tempi recenti. E spesso vengono per ciò erroneamente assimilati agli Arabi, che sono penetrati in queste regioni a partire dal VII secolo. In realtà per quanto si risalga indietro nel tempo i Berberi sembrano avere popolato in Nordafrica fin dal Neolitico. Questo popolo è entrato nella storia già 5000 anni fa: popolazioni berbere sono infatti citate nei testi egiziani fin dal 3000 a. C. La maggior parte della popolazione in Algeria, Marocco e Tunisia è di origine berbera. Ma i Berberi si trovano anche in Libia, Mauritania, Egitto ed alcuni stati dell’Africa occidentale, ma soprattutto nel Niger e in Mali (Tuareg). Popolo che nella sua lunga storia non ha mai effettuato guerre di conquista ma ha solo subito (e spesso contrastato efficacemente) dominazioni altrui, i Berberi sono sempre stati visti e descritti dal punto di vista dei dominatori e oggi si ritrovano quasi stranieri nella loro stessa terra. I governi dei paesi del Nordafrica, infatti, amano descriversi come arabi e ignorano quasi del tutto la lingua e la cultura nordafricana, tanto che la lingua berbera non è riconosciuta nella costituzione di quasi nessun paese del Maghreb. E gli Europei si adeguano ai cliché offerti da questi governi, che nei Berberi vedono solo pittoreschi elementi folkloristici, buoni per attirare i turisti. Molte associazioni culturali, in Nordafrica e nei paesi di emigrazione, sono sorte per rappresentare le istanze dei Berberi e per difendere i loro interessi e i loro diritti negati. Dal 1997 esiste un’organizzazione sovrannazionale indipendente. il Congresso Mondiale Amazigh, che mira a rappresentare con una voce unica a livello internazionale le associazioni culturali berbere di ogni parte del mondo. Per quanto riguarda l’alimentazione, il piatto più caratteristico del Nordafrica è il cuscus, alimento costituito da semola di frumento o d’orzo cotta a vapore e guarnita in vari modi, perlopiù con carni in umido o verdure e qualche volta anche pesce in umido. Riguardo all’abbigliamento maschile, l’elemento più caratteristico di tutto il Nordafrica è il “burnus”, un ampio mantello di lana con cappuccio. Questo vale per i paesi che si affacciano sul Mediterraneo o sull’Atlantico, mentre l’abbigliamento dei tuareg è molto diverso ed è caratterizzato da un velo (“tagelmust”) che copre la bocca e gran parte del volto, lasciando liberi solo gli occhi.

Curdi: I Curdi sono un gruppo etnico medio orientale di ceppo iranico che abita la parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia, che comprende parti degli attuali stati di Iran, Iraq, Siria e Turchia (la regione e’ a volte indicata col termine Kurdistan). Piccole comunità curde sono presenti anche in Libano, Armenia ed Azerbaija. Si stima che i Curdi siano fra 25 e 30 milioni e che quindi costituiscano uno dei più grandi gruppi etnici privi di uno stato nazionale proprio. Per oltre un secolo molti Curdi hanno cercato di ottenere la creazione di un Kurdistan indipendente o perlomeno autonomo, con mezzi sia politici che militari. Tuttavia i governi degli stati che ospitano un numero significativo di Curdi si sono sempre opposti attivamente all’idea di uno stato curdo, ritenendo che la nascita di un tale stato li costringerebbe a cedere parte dei propri territori. I Curdi parlano numerosi dialetti (generalmente mutuamente comprensibili) della lingua curda, che fa parte del ramo Iranico dei linguaggi Indo-Europei. Si ritiene che i Curdi moderni discendano dagli abitanti dell’antico Regno di Corduene, noti anche come Carduchi. Essi sarebbero etnicamente vicini a diverse altre popolazioni che abitano gli altopiani dell’Iran.

Etiopia: Regione dell’Africa orientale, occupante un vasto altopiano. Nota agli egizi come parte della Terra di Kush, alla metà del I millennio a.C. vi si insediarono genti semitiche sudarabiche, gli “habashat” (da cui abissini) e gli “aguezat”, che si fusero coi cusciti, imponendo la propria lingua. Fra il VI e il I secolo a.C., subì una forte influenza sudarabica ed ellenistica. Attivo centro di traffici (porto di Adulis), dal II sec. a.C. vi si sviluppò il regno di Aksum, città del Tigrè che si affermò nell’altopiano specie sotto il regno di Ezana (320 ca - 342 d.C.), il quale sconfisse Meroe e i nomadi begia. A Ezana è attribuita la formalizzazione dell’alfabeto etiopico e l’adozione del cristianesimo (Chiesa copta). Fino al 1959 l’Etiopia fu sottoposta al patriarcato di Alessandria d’Egitto, che aveva seguito nello scisma monofisita del V secolo. Già egemone sull’Arabia meridionale (525-572), Aksum decadde dal VII secolo per la pressione araba e quella dei begia e fu distrutta nel 976 dagli agau giudaizzati della regina Guedit, mentre il baricentro del regno, minacciato da stati etiopici di religione musulmana (Adal, Hadya, Harar, Ifat, Dawaro), si spostava verso sud. Nel XII-XIII secolo la dinastia agau degli Zagwe raccolse nella regione del Lasta l’eredità aksumita. Con sovrani che intorno al XII secolo assunsero il titolo di negus e l’appellativo di Negusa Nagast (Re dei re), come Lalibela, l’Etiopia godette di una rinascita politica, religiosa e artistica. Alla fine del XIII secolo Yekuno Amlak (1270-1285) che si proclamò restauratore della dinastia Salomonide di Aksum (il mitico primo negus, Menelik, era considerato figlio di Salomone e della regina di Saba), depose gli Zagwe e spostò nell’’ Amhara il centro dell’impero. I rapporti fra monarchia e Chiesa copta si fecero più stretti. La concessione di benefici fondiari ai monasteri e all’aristocrazia creò allora l’ossatura del feudalesimo etiopico. Sconfitto da Amda Syon (1314-1344) il sultanato Walasma dell’Ifat, ai confini dello Scioa, la potenza dell’Etiopia cristiana toccò l’apice con Zara Yakob (1434-1468), che centralizzò il potere contrastando le autonomie feudali, represse le eresie religiose, stabilì una tregua con i musulmani e promosse contatti con l’occidente (delegazione al concilio di Ferrara-Firenze del 1439-1441). Coi suoi successori declinò il potere centrale, mentre la spinta musulmana trasse maggior impeto dalla conquista turca dell’Egitto (1517). Nel 1527 Ahmed Ibn Ibrahim al Ghazi detto Graqn (il Mancino) scatenò dall’Adal la “Jihad” contro i cristiani. Nel 1541, allorché l’impero, devastato e minato dalle conversioni all’Islam, era ridotto al solo Tigrè, Lebna Dengel (1508-1540) ottenne l’aiuto dei portoghesi. Graqn morì nel 1543, ma la guerra si protrasse creando un vuoto di cui approfittarono gli oromo (o galla), nomadi di lingua cuscitica che, da sudest, penetrarono sull’altipiano, spazzando via l’Adal e mutando sostanzialmente la configurazione dell’Etiopia. Fermati oromo e turchi (1589) da Sarsa Denghel (1537-1597), sotto il regno di Susenyos (1607-1632) si realizzò un’effimera unione religiosa con Roma (1621-1632). La reazione ecclesiastica e popolare contro il negus, i portoghesi e i gesuiti, indusse il successore Fasiladas (1632-1667), che fissò la capitale (prima itinerante) a Gondar, a politiche xenofobe. Una certa stabilità prevalse fino al regno di Iyasu I (1682-1706), ma il XVIII secolo coincise con una fase di decadenza e di conflitti interni (il "Tempo dei giudici"), con deboli imperatori soggetti allo strapotere della nobiltà e dei pretoriani oromo, mentre Tigrè e Scioa si rendevano indipendenti. La rinascita imperiale fu opera di un notabile del Tigrè, Kasa, che nel 1855, dopo aver riunificato gli spezzoni del vecchio impero, assunta la corona col nome di Teodoro II (1855-1868), colpì l’autonomia dei grandi feudatari, centralizzò il potere e tentò riforme modernizzanti ma, entrato in urto con gli europei, fu sconfitto nel 1868 da una spedizione britannica e si tolse la vita. Dopo dure lotte di successione un nuovo ras del Tigrè salì al trono come Giovanni IV (1872-1889). Questi difese l’impero contro le mire di egiziani e italiani (battaglia di Dogali del 1887); cadde combattendo a Metemma contro i mahadisti del Sudan, ma la sua politica favorevole a nobiltà e chiesa accentuò le autonomie periferiche.

Persia: Il nome Persia è stato a lungo usato in occidente per riferirsi alla nazione dell’Iran, al suo popolo, o ai suoi antichi imperi. Deriva dall’antico nome greco dell’Iran, “Persis”, che a sua volta deriva dal nome del clan principale di Ciro il Grande Pars o “Parsa” che ha dato il suo nome anche a una provincia dell’Iran meridionale, detta Fars in lingua persiana moderna. Secondo lo storico dell’antica Grecia Erodoto, il nome Persia deriva da Perseo, l’eroe mitologico. La prima menzione dei Persiani proviene da una iscrizione assira (circa 844 a.C.) nella quale sono chiamati “Parsu” (“Parsuash”, “Parsumash”) e li colloca nella regione del Lago di Urmia insieme con un altro gruppo, i “Madai” (Medi). Nei successivi due secoli, i Persiani e i Medi furono tributari degli Assiri. Nel VII secolo a.C. Achemenes, capostipite della dinastia reale, compare alla testa dei Persiani. È in questo periodo che i Persiani abbandonano lo stile di vita nomadico e si insediano stabilmente nell’Iran meridionale, dando vita al loro primo stato organizzato nella regione di Anshan. Dopo la caduta del regno degli Assiri, i Medi ne prendono il posto, regnando su una parte molto estesa dei territori che ne facevano parte, e dominando una grande varietà di genti tra cui vi erano i Persiani, fino all’avvento di Ciro il Grande. Ciro radunò tutti i clan sotto il suo comando, e nel 550 a.C. sconfisse i Medi di Astiage, che fu catturato dai suoi stessi nobili e consegnato a Ciro, ora Scià di un regno persiano unificato. Dopo aver assunto il controllo sul resto della Media e del suo esteso impero medio-orientale, Ciro condusse i Medi e i Persiani uniti verso ulteriori conquiste. Sottomise la Lidia in Asia Minore, e varie regioni orientali in Asia centrale. Infine nel 539 a.C., Ciro entrò trionfante nell’antica città di Babilonia. Dopo la sua vittoria, promise pace ai Babilonesi e annunciò che non vi sarebbero state rappresaglie, e che ne avrebbe rispettato le istituzioni, la religione e la cultura. Ciro fu ucciso in battaglia in Asia centrale, prima di poter compiere la conquista dell’Egitto, che fu portata a termine da suo figlio Cambise. L’impero Achemenide raggiunse quindi la massima estensione sotto Dario I,che si spinse fino all’Indo ad est e fino alla Tracia ad ovest. Cercò di conquistare la Grecia ma fu sconfitto alla battaglia di Maratona. Suo figlio Serse I ritentò l’impresa, ma fu sconfitto anche lui alla battaglia di Platea 479 a.C. L’Impero Achemenide fu il più grande e potente impero mai visto fino ad allora. Ancora più rilevante, esso fu ben governato ed organizzato. Dario divise il suo reame in una ventina di satrapie (province), ognuna amministrata da un satrapo (governatore), molti dei quali avevano legami personali con lo scià. Istituì un sistema di tributi per tassare ogni satrapia, adottò e migliorò il già avanzato sistema postale assiro e costruì la famosa Strada Regia, collegando tra loro gli estremi dell’impero. Spostò l’amministrazione centrale da Persepoli a Susa, più vicina a Babilonia e al centro del regno. I Persiani furono tolleranti verso le culture locali, seguendo il precedente instaurato da Ciro il Grande, atteggiamento che ridusse notevolmente le rivolte dei popoli soggetti. Durante il periodo Achemenide, lo Zoroastrismo divenne la religione dei sovrani e della maggioranza dei Persiani. Il suo fondatore Zoroastro visse intorno al 600 a.C. e riorganizzò il pantheon tradizionale nella direzione del monoteismo, enfatizzandone gli aspetti dualistici della lotta eterna tra il Bene e il Male, in attesa della battaglia finale ancora da venire. Lo Zoroastrismo sarebbe diventato, così come le pratiche misteriche della tribù dei Magi, un tratto caratteristico della cultura persiana. La Persia Achemenide riunì per la prima volta nella storia sotto un’unica guida popoli e regni molto diversi tra loro, che furono in contatto l’uno con l’altro entro i confini di un territorio vastissimo. Lo sviluppo rapidissimo del califfato arabo coincise con il declino della dinastia Sasanide, sicché tra il 643 e il 650 la maggior parte dell’impero fu conquistata dagli eserciti degli Arabi Islamici. Le ultime resistenze cessarono qualche anno dopo sancendo il passaggio della Persia nel medioevo. Yazdegard III, l’ultimo re Sasanide, morì dieci anni dopo aver ceduto il suo impero al nuovo califfato musulmano. Cercò invano di recuperare almeno alcuni dei suoi territori con l’aiuto dei Turchi e dei Tartari, e cercò, senza riuscirvi, di ottenere l’aiuto della Cina. L’impero arabo, guidato dalla dinastia Omayyade, fu lo stato più esteso mai visto fino ad allora. Occupava tutte le terre tra la Penisola Iberica e il fiume Indo, e tra il Lago d’Aral e la punta meridionale della Penisola Araba. Gli Omayyadi presero molto dai sistemi amministrativi persiano e bizantino e governarono la Persia per un centinaio d’anni. La loro capitale fu Damasco. La conquista araba segnò una svolta determinante nella storia della Persia. La lingua araba divenne la nuova lingua franca e numerose moschee venivano erette mentre lo zoroastrismo veniva soppiantato rapidamente dall’islamismo di ceppo sciìta. Alla morte di Maometto, avvenuta nel 632, la sua famiglia venne privata del potere che venne conferito ai compagni del profeta. Alì (suo genero e cugino) e Hussein (figlio di Alì), che aveva sposato una principessa persiana della dinastia dei Sasanidi, furono assassinati uno dopo l’altro, e il potere rimase così nelle mani della corrente sunnita. Attraverso la fedeltà ad Alì e Hussein, nei persiani si manifestava anche la devozione alla linea sasanide e al glorioso passato del loro paese. In tal modo le feste religiose divennero in realtà dei retaggi delle antiche feste zoroastriane. In questo periodo, attraversando la notevolissima estensione dell’impero arabo, molte influenze culturali persiane si propagarono verso occidente e secoli dopo influenzeranno la cultura del Rinascimento europeo. Nel 750 gli Omayyadi furono sostituiti dagli Abbasidi, sotto i quali la Persia assunse un ruolo importante nella storia dell’impero. Il califfo al-Ma’mun, la cui madre era persiana, spostò la capitale nella Persia orientale, lontano dalle terre arabe, ma l’instabilità politica non cessò. Nel 819, la Persia orientale venne conquistata dai Samanidi persiani, una delle prime dinastie indigene dopo la conquista araba. Essi elessero Samarcanda, Bukhara e Herat a loro capitali e rivitalizzarono la lingua e la cultura persiane. In questo periodo il poeta Firdawsi compone lo Shah Nameh, un poema epico che narra la storia dei re persiani. Nel 913, la Persia occidentale venne conquistata dai Buwayhidi, una confederazione di tribù indigene provenienti dalle coste del Mar Caspio. Essi stabilirono la loro capitale in Shiraz, e ruppero l’unità territoriale islamica. Non più una semplice provincia dell’impero, la Persia accentuò il suo carattere nazionale, all’interno di un mondo islamico che diventava sempre più composito.

Popoli turchi: Si chiamano turchi diversi popoli che fanno parte della famiglia delle lingue turche. Si stima a 150 milioni il numero di persone che appartengono a questo gruppo. Si tratta probabilmente di discendenti di tribù originarie dall’Asia centrale. La più vecchia menzione del termine "Turk" che ci sia giunto ci proviene dal “Köktürks” dello VI secolo. Una lettera dell’imperatore della Cina al khan köktürk Isbara lo identifica come il grande khan turco nel 585. Le steli dello Orkhon, contemporanee, usano il termine "Turuk". Potrebbe darsi che alcune fonti precedenti facciano riferimento a popoli turchi, come una tavoletta XXI secolo a.C. trovata in Siria (che parla di un popolo chiamato "Turukku", in emigrazione verso le regioni di Tiguranim ed Hirbazanim - non sappiamo a cosa corrispondono questi nomi sumeri), o un testo cinese che data del 1328 a.C. (parlando di un popolo vicino chiamato "Tu-Kiu"), o anche il nome di uno dei nipoti di Noé, "Turk", nei testi dello Avesta. Non si può affermare che esista un legame tra questi termini, apparentemente vicini morfologicamente, ed i popoli turchi propriamente detti; tuttavia si pensa di avere trovato la fonte che attesta l’origine del termine. Oggi, in Turchia moderna, la spiegazione popolare della radice della parola turco significa potente. In francese, l’impiego del termine turco può causare confusione, nella misura in cui solo il contesto permette di distinguere tra i suoi due sensi possibili; da un lato il popolo turco, cioè la maggioranza etnica in Turchia, e dall’altro i popoli turchi in senso più ampio. Altre lingue come l’inglese utilizzano due termini distinti, rispettivamente "Turkish" e "Turkic". Inoltre nel turco moderno, si utilizza la parola "Türk" parlando del gruppo etnico che abita la Turchia, mentre la parola "Türki" si riferisce ai popoli e culture turchi. Si pensa che i popoli turchi provengano da Asia centrale. Alcuni storici prevedono un’origine più all’ovest, seguita da un’emigrazione verso l’Asia centrale durante la preisotira. Raffronti tra il sumero e le lingue turche moderni sembrano indicare l’esistenza di un vocabolario comune; di là deriva la tesi che sumero sia il più vecchio clan turco attestato e che sono originari dell’est del Mar Caspio ma hanno tuttavia stabilito la loro civilizzazione in Mesopotamia. Questa tesi è tuttavia incline a discussione, nella misura in cui la maggioranza dei linguisti considera il sumero come un fenomeno linguistico isolato, ed è assimilabile ad un prodotto dell’ideologia panturca. Gli unni, le cui origini risalgono almeno al 1200 a.C. sono considerati come una delle prime tribù turche. Oltre alle discussioni erudite, non si sa precisamente la data dell’emersione del popolo turco come entità storica. Il primo stato a avere portato il nome turco è quello del Köktürks (o Göktürks) allo VI secolo. Questo porterebbe a credere che i Turchi vivevano soprattutto in Mongolia e probabilmente in Kazachistan durante il primo millennio dell’era cristiana. La Turchia ha del resto programmi di restauro dei monumenti turchi esistenti in Mongolia. Fra i popoli turchi , si noteranno Karlouki (VIII secolo), Kirghizi, Uiguri e Turcmeni. È durante la formazione dei loro stati che questi popoli si sono messi in contatto con il mondo musulmano ed hanno gradualmente adottato l’Islam. Esistono tuttavia popolazioni turche che appartengono ad altre religioni, in particolare il cristianesimo, il giudaismo (i khazari), il buddismo e il zoroastrismo. A partire dall’X secolo, i soldati turchi dei califfi abbassidi si imposero come dirigenti del Medio Oriente musulmano, ad eccezione della Siria e dell’Egitto. I Turchi oghouzes ed altre tribù si affermarono durante la dinastia selgiudichi. Simultaneamente, i Kirghizi ed Uiguri si battevano tra loro e contro l’impero potente della Cina. Infine i Kirghizi si installarono definitivamente nella regione oggi chiamata Kirghisistan. Tatari si installarono nel bacino della Volga, abattendo il potere locale dii bulgari del Volga. Questa stessa regione si chiama oggi Tatarstan ed è una repubblica autonoma della Federazione della Russia; le sue grandi città, in particolare Kazan, sono dotate di una o più moschee, essendo i Tatari tradizionalmente musulmani. In seguito alla grande invasione mongola dello XIII secolo, l’impero selgiudico è in declino ed è su questa base che emerge l’impero ottomano, certamente il più conosciuto degli imperi turchi, per la ricchezza della sua storia e la sua durata nel tempo. Simultaneamente, altri gruppi turchi fondarono stati di portata inferiore, come i Safavidi dell’Iran e l’impero moghol al nord dell’India. Guerre successive contro la Russia e l’Austria-Ungheria, come pure l’aumento del nazionalismo nei balcani saranno le cause principali del declino dell’impero ottomano; la sua caduta definitiva si verifica al termine della prima guerra mondiale e dà nascita allo stato attuale della Turchia.

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arabo

Palestina: La Palestina (latino “Syria Palestina”, ebraico “Palestina” o “Eretz Yisrael”, arabo “Filastin”), è una regione storica del Vicino Oriente che si affaccia sul Mar Mediterraneo. Il suo status giuridico e politico è oggi fortemente controverso. Palestina è stato anche il nome di un Mandato affidato dalla Società delle Nazioni alla Gran Bretagna al termine della Prima guerra mondiale e che occupava pressappoco il territorio degli odierni Stati di Israele e Giordania. L’Autorità Nazionale Palestinese, la cui presidenza è stata tenuta fino alla sua morte da Yasser Arafat, ora è favorevole alla nascita di uno Stato indipendente a fianco dello Stato di Israele, che oggi occupa buona parte del territorio della regione storica della Palestina e circa metà di quello occupato dal Mandato britannica. Un tale Stato palestinese, sempre sotto il nome di Palestina, dovrebbe accogliere i numerosissimi profughi palestinesi causati dai vari conflitti arabo-israeliani. I confini che dovrebbe avere questo Stato nascituro non sono ben definiti: l’opinione comune è che Israele dovrebbe tornare all’interno dei suoi confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967 in cambio di un suo riconoscimento che ne garantisca la sicurezza (la cosiddetta Linea Verde), mentre assai distanti sono i punti di vista riguardanti Gerusalemme Est. Un ostacolo che si è dimostrato finora insormontabile è tuttavia costituito dal fatto che lo Stato di Israele ad oggi occupa gran parte della Cisgiordania - messa sotto il proprio controllo dalla Legione Araba giordana nel 1948 - e la Striscia di Gaza, occupata nello stesso conflitto dall’esercito egiziano. Israele non intende cedere senza valide contropartite questi territori occupati e, men che meno, la sua sovranità de facto sull’intera città di Gerusalemme (rivendicata nella sua parte occidentale dai Palestinesi), ed è di difficile soluzione il fatto che Israele abbia dal 1967 programmato e consentito la nascita in Cisgiordania e a Gaza di un gran numero villaggi e ciitadine, spesso annesse ad insediamenti agricoli, ove vivono decine di migliaia di coloni israeliani, tra i quali non pochi militanti di organizzazioni oltranzistiche israeliane, isolando infine negli ultimissimi anni gran parte della stessa Cisgiordania con un Muro divisorio ampiamente contestato e giudicato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Antichi documenti egiziani si riferiscono alla regione come “R-t-n-u” (pronuncia “Rechenu”). Nella Bibbia la Palestina è indicata con diversi nomi: “(Eretz) Yisrael" ossia (Terra di) Israele, od ancora “Eretz Ha-Ivrim”, cioé Terra degli ebrei, Terra in cui scorre latte e miele, Terrasanta, Terra del Signore. La parte del territorio ad occidente del fiume Giordano era anche chiamata Terra di Caanan durante il periodo in cui era sotto il controllo di vassalli dell’Egitto, tradizionalmente considerati discendenti da Caanan figlio di Han. Dopo la divisione in due del regno ebraico, quello più meridionale era chiamato terra del regno di Giuda, mentre la parte settentrionale terra del regno di Israele. Il nome Palestina deriva dal popolo dei Filistei, di cui gli Egiziani antichi danno per primi notizia come “P-r/l-s-t” (convenzionalmente “Peleset”), uno dei Popoli del mare che invasero l’Egitto durante il regno di Ramses III. La parola Palestina (Filistea) è usata nella Bibbia per indicare la regione costiera abitata dai Filistei, le cui cinque città principali erano Gaza, Ashdod, Ekron, Gath, e Ashkelon. L’uso del termine, solitamente nella forma di Siria-Palestina, per l’area interna è diffuso tra gli scrittori greci del periodo di Erodoto. Giuseppe Flavio tuttavia sembra ritenere col termine solo la terra abitata dai Filistei (le odierne Gaza e Ashkelon). Costoro vennero sottomessi da Davide; tuttavia riguadagnarono l’indipendenza dai tempi di Amos, mentre non vengono più nominati dai tempi delle invasioni assire. I Romani, nel II secolo d.C., cambiarono il nome da “Syria Judaea" a "Syria Palaestina".

AVVERTENZA: QUANTO PRESENTATO E’ IL FRUTTO DI UN LAVORO DI SINTESI SVILUPPATO EFFETTUANDO RICERCHE SU LIBRI E SITI INTERNET.

Spero soltanto che questo mio umile lavoro incontri il vostro favore e interesse. Se così non fosse abbiate, almeno, compassione per la mia modesta persona.


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Dizionario Ragionato sulla civiltà araba e islamica. Capire per capire e farsi capire...
1 luglio 2007, di : Lucia

Ben fatto...veramente molto interessante ed esauriente. Complimenti.
Dizionario Ragionato sulla civiltà araba e islamica. Capire per capire e farsi capire...
8 dicembre 2007, di : Ottomano

Ho una certa esperienza del mondo islamico, ma non tale da esprimere un giudizio approfondito su questa "guida rapida". Certo che quello che cercavo (notizie sull’hurufismo) l’ho trovato. La guida è "rapida" percui alcune voci sono di necessità sommarie o approssi- mative (es. quelle inerenti i Turchi). Ciò nonostante,essa è meritevole di attenzione ed il paziente lavoro di raccolta stimola a nuove ricerche più approfondite e questo è il migliore dei risultati. Complimenti.
Dizionario Ragionato sulla civiltà araba e islamica. Capire per capire e farsi capire...
22 dicembre 2007, di : EFFEDI 49

Molto bene.... Ho già alcune nozioni di base sull’Islam,e queste altre nozioni le integrano con semplicità e chiarezza (quanto poi a condividere i significati che vengono attribuiti ad esso, è un altro discorso) Bravo
Grazie
22 febbraio 2012, di : Maryam

No anzi complimenti per il bel lavoro, è utile sia per chi è esperto del settore che per chi cerca info più basilari... Complimenti!
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