Il tour italiano di Lou Reed per la presentazione del suo ultimo album, è arrivato anche a Catania grazie all’Etnafest. Cronaca e critica di chi c’era.
Può un concerto essere allo stesso tempo valutabile da 8 o da 2 in base a
diversi punti di vista, senza che nessuno dei quali risulti fallace o
forzato? Se ci si trova davanti ad un’artista come Lou Reed ed una occasione
come quella di due giorni fa in quel di Catania si può affermare di sì,
senza esitazione alcuna.
Infatti nel caso in cui lo spettatore presente alla performance del Nostro
fosse stato un educato fruitore musicale nonchè uno dei suoi amanti
integralisti (uno di quelli che arrivano a dichiarare che lavori come The
Raven risultano leggeri e rinfrescanti e che anche in New Sensation vi siano
barlumi di genio) lo spettacolo di un "wall of sound" ripetuto
ininterrottamente per quasi un’ora e mezza, espresso da pezzi che anche i
fan più della prima ora stentavano a riconoscere alle prime note, sarà
risultato tale da provocare un’estasi prolungata fino a che non si sono
alzate le luci.
Ma se l’altra sera si apparteneva a quella fetta di pubblico (la maggior
parte degli oltre 5000 presenti) per il quale Lou è, comprensibilmente,
brani come Perfect Day o Sunday Morning, l’esperienza del concerto avrà
sfiorato la frustrata noia del Paolo Villaggio fantozziano, costretto a
guardare per la ennesima volta la Corazzata Potemkin.
Personalmente, per quanto accanitissimo seguace loureediano con quasi
l’intera discografia in casa, mi trovo più vicino a questi ultimi che alle
posizioni facilmente intellettualistiche dei primi.
Il concerto, partito in modo aggressivo con un extended version di Paranoia
Key of E, tratta dall’album del 2000 Ecstasy, ha promesso molto di più di
quanto ha poi mantenuto nel prosieguo nelle battute iniziali, con una
sublime Sword of Damocles, probabilmente il pezzo migliore della serata, ed
una vellutata interpretazione di The Day John Kennedy Died, per poi
scivolare su dei binari di monotonia ritmica riscattati solamente verso la
fine con l’esecuzione del capolavoro Street Hassle, con il colpo di teatro
del maestro di Tai-Chi a scandire il tempo del brano sul palco, per un
concerto che ha avuto il difetto di non decollare mai.
Gli unici applausi convinti del pubblico sono stati riservati ai singoli
virtuosismi strumentali( da citare soprattutto quelli ad opera del
batterista Tony "Thunder" Smith), un pubblico rimasto ad ogni modo
intorpidito anche al cospetto di una svogliata Sweet Jane, unica concessione
di Lou ad un pezzo di una certa notorietà ed al repertorio dei Velvet
Underground.
Tirando le somme, la scelta di Reed di non concedere spazio ai
condizionamenti mainstream nelle scalette dei suoi concerti è giunta ormai
alle estreme conseguenze, ma se negli anni passati questa politica aveva
rappresentato l’elemento di sorpresa durante le sue esibizioni, con
l’inserimento di pezzi imprevedibili per la platea, oggi come oggi i pezzi
suonati rispecchiano semplicemente ciò che l’ex-rock’n’roll animal ha voglia
di suonare nel periodo del tour, non per compiacere il pubblico ma solo per
soddisfare le proprie esigenze di musicista.
Tutto questo sarà senza dubbio un bene per la sua vita artistica, ma che sia
un bene per tutti coloro che lo seguono è tutta un’altra storia!
La Scaletta:
Paranoia Key of E
Sword of Damocles
The Day John Kennedy Died
Gassed and Stocked
Tell it to Your Heart
Rock Minuet
My House
Why do you Talk?
Street Hassle
Who Am I?
Bis: Sweet Jane.
P.S. Ho letto su vari giornali scalette di questo stesso concerto contenenti
i brani più disparati¿questa è quella giusta, fidatevi!