Le SS di Washington

I “disertori” dell’esercito statunitense raccontano le guerre americane
di Alberto Giovanni Biuso - martedì 20 marzo 2007 - 3997 letture

Maria G. Di Rienzo (sheela59@libero.it) è una prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice. Ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell’Università di Sidney (Australia); è impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarietà e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Si sta in particolare occupando dei numerosi casi di diserzione fra i militari statunitensi che, come durante il Vietnam, si rifiutano di tornare a massacrare degli innocenti.

Riporto qui un suo articolo e poi una selezione di alcune impressionanti testimonianze che si possono leggere anche nei siti www.truthout.org e www.afterdowningstreet.org. Le traduzioni sono della stessa M.G.Di Rienzo (A chi me li dovesse chiedere, spedirò volentieri gli articoli nella versione integrale).

www.biuso.it

====================

Il Ponte della Pace

Un giovane uomo sta tornando a casa. E’ un resistente alla guerra. Era un soldato in Iraq, ha disertato e si è rifugiato in Canada. Il 30 settembre prossimo attraverserà un ponte sul confine tra il suo paese d’origine e quello che lo ha ospitato e si consegnerà alle autorità militari: il ponte si chiama Peace Bridge, il Ponte della Pace, e l’ex militare ha 22 anni e si chiama Darrell Anderson. Nei sette mesi passati in Iraq nel 2003 è stato ferito e ha ricevuto un’onorificenza.

Perché non resta al sicuro? Sua madre, Anita Dennis, ha risposto così: “Sente che tutto quello che ha fatto lo ha fatto per motivi etici, e che deve andare fino in fondo. Questo significa tornare negli Usa e affrontare l’esercito, e dire pubblicamente cosa sta succedendo ai soldati americani e all’innocente popolo iracheno.”

Darrell era in perfetta buona fede quando si è arruolato: guadagnare i soldi per il college, nel frattempo avere un lavoro. Era convinto di andare in Iraq a difendere il suo paese. Ma i crimini di cui è stato testimone gli hanno fatto cambiare idea. “Se fossi tornato in Iraq non avrei avuto altra scelta che commettere atrocità. Io non voglio uccidere gente innocente. Ai soldati viene fatta una pressione costante affinché uccidano civili. Ai posti di blocco, sulle strade uccidiamo persone di continuo. Se ti mandano a pattugliare una strada, si suppone che tu spari, se ti mandano in un mercato, spari alla gente che fa la spesa.”

E poi ci sono i raid nelle case. A volte viene isolata un’intera sezione della città, e si procede porta dopo porta: “Lo si fa nel mezzo della notte. Venti persone irrompono in una casa puntando i fucili, per le famiglie irachene è terrificante. Buttiamo giù le porte con una mazza da fabbro. Una squadra ripulisce il pian terreno, un’altra sale ai piani superiori. Le donne urlano e piangono, i bambini impazziscono, e uomini e donne continuano a chiedere “Perché? Perché, cosa abbiamo fatto?”. Separiamo le donne dagli uomini e portiamo via questi ultimi ammanettati. Anche se si sta cercando una sola persona vengono portati via tutti, tutti i maschi sono da considerare nemici fino a che non si prova il contrario. Una volta abbiamo fatto uno di questo raid basandoci sulle informazioni ottenute da un tizio ubriaco. Lo abbiamo pure pagato. Abbiamo fatto irruzione nella casa e abbiamo mandato un po’ di persone ad essere torturate ad Abu Ghraib”.

Darrell paragona la tragedia irachena a quella del Vietnam, un’altra guerra, dice, in cui comandanti lontani dal luogo del conflitto, le cui vite non sono mai in pericolo, mettono giovani uomini e donne in situazioni in cui i crimini di guerra diventano l’aspetto giornaliero della condotta da tenersi nell’esercito. “Baghdad è in polvere. Tutti gli edifici maggiori sono stati fatti saltare in aria. Le case a Najaf sono solo macerie. Ho cominciato a pensare, in Iraq. Mi chiedevo: a cosa serve, veramente, tutto questo? Non stavo difendendo il mio paese. Ogni giorno innocenti ammazzati. Non potevo più avere a che fare né con l’esercito né con la guerra”.

Maria G. Di Rienzo

====================

Convegno dei Veterani per la Pace, 12 agosto 2006, intervento di Ehren Watada (il tenente Watada, il 22 giugno scorso, si è rifiutato di partire per l’Iraq, considerando illegali la guerra e l’occupazione: “Poiché l’ordine di prendere parte ad un atto illegale è ovviamente contro la legge, io devo rifiutare quest’ordine.” Mentre si accingeva a fare il suo intervento, oltre cinquanta membri dei Veterani che hanno fatto esperienza del conflitto iracheno si sono posti in fila alle sue spalle in un simbolico sostegno al suo gesto. Il tenente Watada ha iniziato a parlare visibilmente commosso.)

“Grazie a tutti. Grazie per questo enorme sostegno. Non so dirvi quanto sono onorato e felice di essere nella stessa stanza con voi. Sono profondamente, umilmente riconoscente di essere in compagnia di tali meravigliosi oratori. Voi siete tutti veri patrioti americani. Sebbene non vestiate più l’uniforme, voi vi attenete ai principi che un tempo avete giurato di praticare e difendere. Nessuno conosce la devastazione e la sofferenza della guerra meglio di chi l’ha provata, ed è per questo che noi veterani dovremmo essere i primi a prevenirla.

(…)

Il soldato americano deve saper vedere oltre l’addestramento che gli dice di obbedire all’autorità senza porre domande. Il grado dovrebbe essere rispettato, ma mai seguito ciecamente. La consapevolezza della storia di atrocità e distruzioni commesse in nome dell’America, sia con interventi militari diretti che sostenendone altri, è cruciale. I soldati devono capire che questa guerra non è stata intrapresa per autodifesa ma per scelta, per il profitto e la dominazione imperialistica. Le armi di distruzione di massa, i legami con Al Qaida, le connessioni con l’11 settembre, tutto questo non è mai esistito.

I soldati devono sapere in che modo funzionari eletti hanno intenzionalmente manipolato le prove portate al Congresso, all’opinione pubblica, e al mondo, per giustificare la guerra. Devono sapere che ne’ il Congresso ne’ il governo hanno autorità bastante a violare la proibizione della guerra preventiva: è una legge americana che è ancora in vigore oggi. Questa stessa amministrazione ci usa per commettere flagranti violazioni di leggi esistenti da lungo tempo, che bandiscono la tortura e l’umiliazione dei prigionieri di guerra. Anche se un soldato americano volesse comportarsi giustamente, l’illegittimità dell’occupazione, le politiche di questa amministrazione, e le regole di ingaggio di disperati comandanti sul campo, lo forzeranno ad essere complice di crimini di guerra. I soldati statunitensi devono venire a conoscenza almeno di alcuni di questi fatti, se non di tutti, per poter agire.

(…)

“Eseguivo gli ordini” non è mai una giustificazione. I processi di Norimberga hanno dimostrato che la cittadinanza ed i soldati hanno l’inalienabile obbligo di rifiutare la complicità in crimini di guerra perpetrati dai loro governi. Tortura e trattamento inumano dei detenuti sono crimini di guerra. Una guerra di aggressione nata da una politica non legittima di supposta prevenzione è un crimine contro la pace. Un’occupazione che viola la stessa essenza delle leggi umanitarie internazionali e la sovranità di un paese è un crimine contro l’umanità. Sono crimini che si nutrono dei soldi delle nostre tasse. Se i cittadini dovessero rimanere silenti, imponendosi di ignorarlo, ciò li renderebbe complici quanto i soldati.

(…)

I redattori della Costituzione non avrebbero neppure potuto immaginare quanto il danaro avrebbe infettato il nostro sistema politico. Ne’ avrebbero potuto credere che un intero esercito sarebbe stato usato per il profitto ed interessi privati. Come in ogni comune dittatura, ai soldati viene ordinato di commettere atti di natura così infame da essere indegni di un paese libero.

(…)

Dopo le Due Torri, molti hanno detto: “Mai più.”. Sono d’accordo. Mai più dobbiamo permettere a chi minaccia la nostra libertà di spadroneggiare, siano essi terroristi o funzionari eletti. Il momento di contrattaccare è adesso, il momento di alzarci in piedi è ora. Vorrei terminare con un’altra citazione di King: “Chi infrange una legge perché la sua coscienza gli dice che è ingiusta, ed accetta volontariamente la pena della carcerazione per poter innalzare la coscienza della comunità su tale ingiustizia, sta in realtà esprimendo il più alto rispetto per la legge.” Grazie, e siate benedetti.

====================

Le testimonianze dei soldati statunitensi obiettori rifugiati in Canada (raccolte da Peter Laufer del Sunday Times, 27.8.2006. I dati del Pentagono dicono che circa 40.000 soldati hanno disertato dal 2000 ad oggi, certamente non tutti per rifiuto delle guerre, ma i picchi di “sparizione” si concentrano attorno agli invii di truppe in Afghanistan e Iraq.)

Darrell Anderson, First Armored Division, 2-3 Field Artillery, di stanza a Giessen, Germania. Età: 24 anni. Si trova a Toronto, Canada.

Darrell Anderson si è arruolato prima che la guerra in Iraq cominciasse. “Avevo bisogno di assistenza sanitaria, e di soldi per andare al college, e dovevo prendermi cura della mia figlioletta. Entrare nell’esercito era il solo modo per fare queste cose.” Al collo, Darrell porta una catenina con appeso un simbolo pacifista. Dopo aver servito per sette mesi in Iraq, è tornato a casa coperto dal sangue delle proprie ferite, che gli hanno valso l’onorificenza “Purple Heart”, ed ha aperto gli occhi. “Quando mi sono arruolato, volevo davvero combattere. Volevo vedere la lotta, essere un eroe. Volevo salvare persone. Volevo proteggere il mio paese.” Ma poco dopo il suo arrivo in Iraq, mi dice, ha compreso che gli iracheni non desideravano la sua presenza, e ha udito storie terribili che lo hanno sconvolto. “Gli altri soldati mi raccontavano come avevano picchiato prigionieri sino a farli morire. C’erano questi tre ragazzi e uno diceva: Io l’ho preso a calci da questo lato della testa, mentre lui lo prendeva a calci dall’altro lato, e lui gli tirava pugni, ed è morto. Erano persone che io conoscevo. Si stavano vantando di questo, di aver battuto un essere umano sino a farlo morire.” Darrell lo ripete più volte: “Vantarsi di aver picchiato… Sono assassini addestrati ora. I loro amici sono morti in Iraq. Non sono più le persone che erano prima di andare là.”

Persino le chiacchiere informali divennero difficili da tollerare, per Darrell Anderson. “Odio gli iracheni, dicevano i miei commilitoni, odio questi dannati musulmani. All’inizio ero perplesso, poi ho cominciato a capire. Mi sembrava di stare iniziando ad odiarli anch’io. I miei amici morivano. Che ci faccio qua, mi chiedevo, Siamo andati a combattere per il nostro paese ed ora combattiamo semplicemente per restare vivi.”

Oltre ad essersi preso lo shrapnel di una bomba piazzata sulla strada, Darrell dice di essersi spesso trovato coinvolto in scontri a fuoco. Ma fu il lavoro al posto di blocco ad indurlo a mettere seriamente in questione il suo ruolo. Era di servizio ad un checkpoint a Baghdad: se un’automobile passava un certo punto senza fermarsi, lui e le altre guardie dovevano sparare. “Arriva quest’auto e si ferma davanti alla mia postazione. Sta tentando di frenare più che può, si vedono le scintille prodotte da freni in cattive condizioni. Tutti i soldati stanno urlando. L’auto è vicina a me, perciò la responsabilità è mia. Io non apro il fuoco. Arriva il superiore: Perché non spari? Devi sparare! Io rispondo: E’ una famiglia. Intanto l’auto era riuscita a fermarsi del tutto. Non vede i bambini sui sedili di dietro, dico al superiore, Ho fatto la cosa giusta. No, dice lui, non l’hai fatta: la procedura è aprire il fuoco; se la prossima volta non lo fai ti punisco.”

(…)

Joshua Key, 43rd Company of Combat Engineers, di stanza a Fort Carson, Colorado. Età: 28 anni.

“Viaggiavamo lungo l’Eufrate.”, racconta Joshua Key, riferendomi nei dettagli la scena in cui si imbatté poco dopo l’invasione Usa, nel marzo 2003, “C’è una strada che porta diritta alla città di Ramadi. Facciamo una curva secca e tutto quello che vedo sono corpi decapitati. Le teste da una parte e i corpi dall’altra e in mezzo le truppe americane. E penso: Oh mio dio, cos’è successo qui? Com’è potuto succedere? Scendiamo dal mezzo e ci sono soldati che urlano: Dannazione, ci siamo persi! Io penso: Sì, qualcuno si è perso definitivamente qui, per sempre. Mi ordinano di cercare l’evidenza di uno scontro a fuoco, qualcosa che giustifichi gli iracheni decapitati. Guardo in giro, non vedo niente. Due soldati stanno prendendo a calci le teste, come fossero palloni da football. Io chiudo la bocca, torno indietro, salgo sul carro armato e sbatto il portello e penso: Non posso essere parte di questo. E’ follia. Sono venuto a combattere, sono preparato alla guerra, ma questo è oltraggioso.”

Joshua è convinto a tutt’oggi che non vi fosse stato alcuno scontro a fuoco. La scena non riesce ad uscire dalla sua mente: “Un bel po’ dei miei compagni esaminarono il terreno, cercando proiettili, residui. Non c’era niente. Continuo a vedere quelle teste dappertutto. Mi sveglio, e sono là. Non riesco a dormire molto.” Sua moglie, Brandi, annuisce e aggiunge che lo sente piangere durante il sonno. Siamo seduti sulla veranda di una casa di Toronto in cui Key, la moglie e i loro quattro bambini vivono da quando Joshua ha disertato.

(…)

“George W. Bush dovrebbe essere il primo ad andare in galera.”, dice Key, “Il giorno in cui andrà in prigione, io andrò in prigione con lui. Siamo tutti e due colpevoli, se lui finisce dentro posso sopportare di andarci anch’io. Ma questo”, conclude ridendo, “non succederà mai”.

Ivan Brobeck, 2nd Battalion, 2nd Marine Regiment, di stanza a Camp Lejeune, Nord Carolina. Età: 21 anni. Si trova a Toronto, in Canada.

(…)

Di nuovo alla base di Camp Lejeune, Brobeck iniziò a riflettere su tutte “le cose orribili che non avrebbero mai dovuto accadere”. “Ho visto i pestaggi di prigionieri innocenti. Mi ricordo di quando sentii che qualcosa veniva lanciato dal camion, un mezzo di sette tonnellate, alto poco meno di due metri e mezzo. Avevano gettato giù un detenuto, che aveva le mani legate dietro la schiena e un sacco in testa, così non aveva potuto far nulla per ripararsi dall’impatto. Cominciò ad aver convulsioni subito dopo la caduta. Gli togliemmo il sacco dalla testa e i suoi occhi erano rovesciati, il naso era pieno di sangue, non riusciva quasi a respirare.”

(…)

“Il mio paese era qualcosa di cui andare fieri, una volta. Se oggi vai in un’altra nazione e dici che sei americano è probabile che tu non veda molte facce felici o braccia spalancate, e questo a causa dell’uomo che comanda attualmente. La leadership che abbiamo ha totalmente cancellato qualsiasi rispetto godessimo all’estero. Nel cuore non sono più uno statunitense, intendo se questo significa doversi conformare a quanto loro sostengono sulla guerra in Iraq. Non lo sono più perché l’America ha perso il contatto con ciò che è stata. I padri fondatori resterebbero disgustati se vedessero cos’è diventata.”


Rispondere all'articolo - Ci sono 1 contributi al forum. - Policy sui Forum -
Le SS di Washington
29 aprile 2007, di : Pietru Fudduni

Non meravigliatevi di tutto questo, nel settembre 1866 a Palermo ci fu la rivolta del Sette e mezzo(cioè metà settembre) dove morirono migliaia di Siciliani, questo a cura del regio esercito Italiano e della marina militare che bombardò la città e che successivamente rastrellarono e uccisero chiunque si affacciava finanche alla finestra. Questo successe perchè i Siciliani si sentirono presi in giro dalle vacue promesse dei cosidetti patrioti italiani e dell’ottusa ignoranza e mancanza di rispetto verso i diritti di tutti i cittadini da parte delle autorità preposte. Non sono fantasie, ho la testimonianza di mio zio che conobbe mio bisnonno che ne fu testimone. Mio bisnonno era sull’aspromonte quando garibaldi fu ferito.

Sono un’onesto cittadino e rispettoso delle leggi ma non mi sento italiano per questi fatti. Anche l’italia ha le sue Falluhja da nascondere!!!!!