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La strategia del polpo: breaking news dal mondo universitario

Dopo la inter- multi- trans-disciplinarità, la contaminazione, l’ibridazione, l’intersezionalità, arriva l’ultima trovata degli americani: la tentacolarità.

di Alessandra Calanchi - domenica 1 ottobre 2023 - 883 letture

Dopo la inter- multi- trans-disciplinarità, la contaminazione, l’ibridazione, l’intersezionalità, arriva l’ultima trovata degli americani: la tentacolarità. Volete avere programmi universitari efficaci? Avvaletevi della “successful tentacularity”. La promuovono gli spin doctors di alcune università americane. Che significa? Uscire dagli schemi, dai confini disciplinari e istituzionali, creare reti impreviste.

Ma anche in Italia non si scherza: in un ateneo sono arrivati i corsi di “apprendimento ed emozioni” che mirano a valorizzare la didattica potenziando le skills socio-emotive dei docenti (che comunque “non sono docenti ma guide”, secondo la campagna promozionale di un altro ateneo); altrove sono stati organizzati seminari motivazionali per rendere la didattica “più sexy”. La parola d’ordine è: riconfigurarsi. La ragione? Per essere meno vulnerabili e più performanti.

Ma di cosa parliamo esattamente? Dell’autorevolezza della funzione docente? Della riconversione della didattica nel mondo post-analogico (e, mi verrebbe da dire, post-globalizzato)? Del ruolo dell’uni-versità nella società del multi- meta- verso? Della sopravvivenza delle humanities in una società ipertecnologizzata che non vede al di là del proprio Iphone?

Sono curiosa di vedere come sarà declinata la tentacolarità nei nostri atenei, quali saranno le disposizioni del Miur che, dopo aver creato settori disciplinari rigidi come celle di massima sicurezza, dovrà magari arrendersi a far salire in cattedra il polpo. Perché è così, temo, che sarà interpretato il Verbo d’oltre oceano. Del resto, negli Stati Uniti succede già che italianisti, medievisti, francesisti, sociologi e geografi debbano improvvisarsi esperti di altro per riuscire a tenere aperti i corsi, vista la prevalenza di studenti che scelgono prioritariamente Computer Science o Business School.

Questa cefalopodizzazione non l’aveva immaginata nemmeno Ray Bradbury, che nel suo profetico Fahrenheit 451 (1953) ricordava, parlando da un futuro distopico, il tempo in cui le facoltà umanistiche avevano dovuto “chiudere per mancanza di fondi”. Invece, il polpo ci insegna che una via di salvezza c’è! Sta ai docenti smettere di fare ricerca seria e individuare piuttosto i punti di forza su cui vale la pena riciclarsi, come bottiglie di plastica, in una perenne competizione (in America la chiamano scavenger hunt, che è più figo che caccia al tesoro).

Altro che l’intelligenza artificiale. È del polpo (travestito da yes man o yes woman pluritentacolare) che dobbiamo aver paura, del suo aspetto che ricorda certi alieni del cinema di fantascienza, delle sue otto braccia (si chiama per questo anche octopus), della sua capacità di cambiare colore, di difendersi dagli attacchi (o di attaccare) grazie al suo inchiostro nero, di afferrare più oggetti (= prede) contemporaneamente, di nascondersi. Pare che provi perfino dolore; ma quanto a sentimenti, quanto ad avere un’etica, non ci giurerei.

È lui (o lei) che ci porterà via il lavoro, non i robot.


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