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Ma a che serve lo studio estivo?

La scuola è l’imputata in un processo pedagogico; è accusata di essere stressante, nozionistica e tradizionalista. Si invoca il taglio dei programmi e l’estensione di attività...

di Salvatore A. Bravo - mercoledì 12 giugno 2024 - 472 letture

Pedagogia del pensiero e pedagogia adattiva

Vi è un gran parlare fino alla chiacchiera sui compiti estivi. Gli studenti, per non pochi pedagogisti, che trovano spazio in riviste cartacee e online dovrebbero sospendere ogni forma di studio per dedicarsi al tempo libero. Il semplicismo di taluni pedagogisti, organici al sistema, è palese. Lo studio è vissuto come un limite allo sviluppo umano, per cui l’estate è il tempo in cui riappropriarsi di quanto la scuola nozionistica e ansiogena ha tolto loro. Tutto questo è supportato da affermazioni scientifiche, in base alle quali il corpo liberato dai vincoli dello studio fiorisce a nuova vita e prepara per l’anno scolastico successivo.

La scuola è l’imputata in un processo pedagogico; è accusata di essere stressante, nozionistica e tradizionalista. Si invoca il taglio dei programmi e l’estensione di attività come la musica, il teatro e l’educazione motoria. Un lettore non attento e facilmente manipolabile potrebbe avere l’impressione che la scuola sia un luogo tenebroso e ansiogeno. Da docente di lungo corso e vivendo la scuola dall’interno rilevo una serie di incongruenze a tali affermazioni sostenute da un populismo pedagogico che, a volte, è sostenuto dai genitori.

In primis, la scuola italiana gentiliana e radicata nella tradizione classica, che i distruttori vorrebbero abbattere in nome della scuola, modello anglosassone, è scuola che ha come fine il pensiero e il concetto. Dalle scuole elementari al liceo le nozioni sono da convertire concetti con cui pensare il mondo. La scuola che riproduce il mondo e che diventa un mercato di alunni in vetrina non ha al centro l’alunno con i suoi bisogni formativi ma il mondo del mercato e della globalizzazione.

Nella scuola italiana fondata sull’Umanesimo l’alunno è il centro attivo dell’attività didattica. Le nozioni sono lo strumento con cui esercitare il pensiero critico. Il sapere esige disciplina e costanza, ma tali modalità hanno come fine lo sviluppo delle personalità. In una società complessa tagliare i programmi, ridurre le informazioni e sviluppare in modo ipertrofico gli aspetti empirici non concettualizzati ha l’effetto di produrre sudditi e non certo cittadini.

La libertà è comprendere la realtà a livello storico, filosofico e lavorativo. Libertà non è emancipazione dai vincoli dell’impegno o sradicamento e culto del “viaggiare” che non poche scuole favoriscono in alunni sempre più giovani.

Si viaggia con pochi mezzi per decodificare le realtà altre, pertanto non ci si apre al mondo, ma semplicemente lo si subisce. Il viaggiare fine a se stesso, è speculare alla logica della liberazione dall’impegno per abbracciare unicamente il divertissement come direbbe Blaise Pascal. La scuola della fuga dai compiti e dall’impegno è un inganno, in quanto l’alunno è consegnato al mercato del consumismo da cui non riesce a difendersi da esso, anzi lo si incoraggia nei processi di adattamento passivo, per questo vi è un diffuso odio verso l’Umanesimo e la cultura classica.

I compiti e le nozioni non sono il motivo dello stress, la causa prima è la competizione, l’ossessione per le certificazioni, l’orientamento sempre più precoce e a tamburo battente su tutto la competizione o senso dell’imprenditorialità che deve insegnare agli alunni l’autopromozione. Il viaggiare è finalizzato a formare migranti passivi che non conoscono la propria identità culturale. Tali attività mai poste in discussione da nessun movimento politico e culturale stanno corrodendo una scuola nobile e fondata su valori universali.

L’alunno nella sua singolarità irripetibile da valorizzare nella sua indole è ormai appiattito dai desideri del mercato. Durante l’anno la continuità scolastica, fondamento della pedagogia , che consente di affinare attenzione, metodo di studio e capacità linguistiche e lessicali è continuamente interrotta da attività che abbassano il livello di comprensione dei testi e di concentrazione. L’equilibrio è così interrotto, l’alunno è catapultato in una miriade di attività che lo preparano al mercato rendendolo sempre più povero nello spirito critico e creativo, in quanto l’unica creatività tollerata è quello imprenditoriale-competitiva che divide gli alunni in vincenti e perdenti. Si pensi al debate.

La scuola italiana è minacciata da tali dinamiche, docenti e presidi quasi eroici cercano di pensare con gli alunni il nostro presente, in modo da dare forma al disagio e ciò è in linea con la nostra tradizione culturale e pedagogica.

I compiti durante l’estate, se equilibrati nella quantità e nella qualità, possono contribuire a limitare gli effetti devastanti di un sistema che vorrebbe cannibalizzare la scuola e gli studenti. Studiare significa “capire e crescere”, confrontarsi con testi difficili e problematici rafforza e affina la capacità di pensare. L’errore se vissuto come occasione per riordinare un percorso è opportunità metodologica e concettuale. Nella scuola che infrange la nostro tradizione esso è vissuto dagli alunni con ansia, perché sono stati addestrati alla logica del “vincente che prende tutto”.

Lo studio in estate sottrae lo studente dal caos dell’industria del divertimento, lo protegge e lo umanizza. Studiare, imparare informazioni e risemantizzarle è un diritto che risponde alla natura umana, per cui difendiamo la scuola per migliorare l’intera comunità nei desideri e nell’agire.

La scuola di qualità esige tempo, dedizione, impegno costante, queste qualità sono necessarie per lo studio come anche per le buone relazioni.

Senza la “cura quotidiana” consegniamo le nuove generazioni ad una realtà caotica, che li percepisce solo come consumatori da saccheggiare. Meno attività pianificate e più studio può essere una buona ricetta contro lo stress dell’attivismo che deforma la natura umana. Ricordiamoci delle parole di Aristotele nel Libro I della Metafisica:

“Tutti gli uomini aspirano per natura alla conoscenza. Ne è segno l’amore che portano per le sensazioni: e infatti le gradiscono di per sé, indipendentemente dall’uso che ne possono fare, e tra tutte preferiscono le sensazioni che hanno attraverso gli occhi. Preferiamo la vista a tutto, si può dire, non soltanto ai fini dell’azione, ma anche quando non dobbiamo far nulla. La causa di ciò consiste nel fatto che la vista ci dà conoscenza più di tutti gli altri sensi, e ci rivela molte differenze. Per natura gli animali nascono forniti di sensibilità; da questa in alcuni si genera la memoria, in altri no. Perciò i primi sono più intelligenti e più adatti a imparare di quelli che non sono capaci di ricordare. Sono intelligenti, pur senza avere la capacità di imparare, gli animali che non possono udire i suoni (per esempio l’ape e altri animali del genere, se ce ne sono); imparano invece quelli che, oltre alla memoria, hanno anche la sensazione dell’udito. Gli altri animali conducono la vita con immagini e ricordi, ma partecipano poco dell’esperienza. Il genere umano invece conduce la propria vita con arte e con ragionamenti. Negli uomini dalla memoria nasce l’esperienza, perché molti ricordi della medesima cosa costituiscono un’esperienza. E, se sembra che in qualche modo l’esperienza sia simile alla scienza e all’arte, in realtà, attraverso l’esperienza, scienza e arte pervengono agli uomini, perché, come dice giustamente Polo , l’esperienza ha generato l’arte, l’inesperienza il caso”.

L’amore per il sapere libero da ansie competitive e da quantificazioni genera il benessere psicologico e sociale. Lo studio estivo lontano da competizione e da ansie può essere il momento per vivere la bellezza dello studio come la tradizione umanistica ha sempre affermato e specialmente pone un vincolo al circuito del divertimento con i suoi eccessi e con la volgarità imperante che constatiamo quotidianamente.

Chi afferma che i compiti non sono da assegnare consegna totalmente i nostri giovani ad un sistema economico diseducativo. Dobbiamo donare loro categorie, informazioni e strutture caratteriali che possano essere d’ausilio alla loro difesa in funzione della prassi e far sentire la bellezza del confrontarsi con le difficoltà da cui nasce il nuovo. Il facilismo e il semplicismo sono le porte che conducono a nuove forme di sudditanza edonistica non riconosciuta.

Gli alunni del nostro tempo, lo constatiamo tutti, hanno bisogno di attività tradizionali. In un mondo fluido che deconcentra e destruttura le capacità di scrittura e lettura, necessitano di consolidare la lettura e la scrittura per poter “pensare il mondo” e rientrare in esso da protagonisti. Riguardo al viaggiare e all’attività motoria ne svolgono a piene mani, in media, nella vita privata. Ogni attività didattica dev’essere adattata al contesto.

Oggi si viaggia, si fa palestra e si usano le tecnologie in modo compulsivo, per cui la scuola a misura di ragazzo esige altro. Nel caso in cui vi sia carenza di attività legate all’ed. motoria e al turismo è lecito sostenere la richiesta, altrimenti è solo il circuito economico che è penetrato nelle scuole. Solo la “pedagogia del pensiero” può trascendere la pedagogia adattiva e analitica che non esamina la totalità, ma si limita ad analisi frammentarie e, dunque, parziali ed ideologiche.


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